![Le parole e l'immagine [ e oltre]](http://ftv01.stbm.it/imgbank/GALLERY/20/00006913.jpg)
Le parole e l'immagine [ e oltre]
Per me il fondamento del cinema è l’immagine, il suo ritmo interiore e d’insieme. Non quelle del globalset mediatico-pornografico contemporaneo, ma la cellula di realtà rappresentata, espressa in un’idea. Dunque ciò che esiste dentro, e poi dietro l’immagine-proiezione.
Prima era il muto, puro potenziale evocativo, fragore e carnalità espressivi, densità immaginale. L’arte “povera” che muoveva dai sensi all’immaginazione in modo stretto e puro, e dall’immagine al senso.
Altrettanto fondativa non può dirsi la parola (il parlato). Essa è venuta dopo, spesso per avvicinare all’apparenza della “vita”. Per rendere più realistica la convenzione di rappresentare le convenzioni della realtà, delle sue realtà.
A volte la parola si è fatta voce, e allora ha arricchito la comunicazione. Ha nutrito il discorso estetico. Ma più spesso e in generale, ha rovesciato il principio dell’immagine (im)ponendosi come modesta matrice di un testo illustrato.
Il cinema è un’arte “multipla” che si serve delle altre arti. Ciò è un potenziale, una risorsa, dato che che quanto interessa non è lo “specifico cinematografico”, ma, indifferentemente dal mezzo, la comunicazione di un senso.
Eppure, è anche vero ciò che dice Barthélémy Amengual:
“..il mondo del romanzo non è fatto che di pensieri, di frasi di parole. Nel cinema in primo piano c’è il mondo col peso delle sue rocce, della sua acqua, del suo vento. Intorno all’uomo si sente il grande respiro del cosmo. E’l’atout del cinema, e insieme la sua inferiorità. Giacché l’indefinito, il mistero, il sogno, il pensiero esigono talvolta il flou e la neutralità astratta del linguaggio. Essi perdono molto nell’incarnazione o si rifiutano di essere incarnati.”
Più c’è abbondanza linguistica, più si rischia di smarrire l’essenza. Più si mostra più si allontana, l’invisibile non può (vuole) essere troppo visibile. Da ciò deriva la forza millenaria della poesia o della musica.
Dunque il cinema andrebbe inteso non come mera rappresentazione, e nemmeno come mezzo di comunicazione gonfiato, ma come sintesi espressiva, basata sull’immagine e ciò che può integrarla, ma senza coprirla.
Infondendo, dunque, a quel movimento figurativo interno (inquadratura) e di relazione (montaggio) delle nuances, delle antifone, dei richiami, tutte le pieghe del tessuto vitale.
Invece si assiste impotenti al dominio del testo (o meglio, del copione) illustrato, e l’avvento del digitale sembra aver appiattito non solo il cinema, ma già l’immagine al suo destino, quello della fascinazione e del manierismo. Esattamente come nella società. Qui sorge il secondo problema, e più attuale, di questa breve riflessione. Non solo la chiacchiera, ma anche i simulacri.
Allora il discorso si complica, l’estetica degli anni venti non è più sufficiente per un’idea di cinema. Immagine e parola possono aprire a discorsi anche di tipo critico, etico, antropologico, filosofico. Negandosi, violentandosi, escludendosi.
Il problema non è più "immagine o parlato", ma quale immagine e quale parola, e come integrarli.
Ciò è il cinema come esperienza, o come banale rotocalco.
Il cinema sonoro super massificato, o il cinema sonoro come “intimo trovarsi”.
Cito opere abbastanza paradigmatiche, tacendo del cinema dove l'immagine è simulacro.
- L'ultima risata (1924) Il pioniere del cinema senza parole (didascalie), il regista (s)chiuso nella poetica del muto, per l’ennesimo suo film-manifesto, questa volta della poetica del visivo autonomo, maturo, compiuto. La tecnica cinematografica funzionale all’espressione, la parola nella sua minima funzione integrata nella comunicazione del senso ben oltre il carattere informativo. Film muto eloquente del ritmo estetico-biologico del (k)cinema dell’immagine.
- La passione di Giovanna d'Arco (1928) Opera-essenza del cinema. Lungo il tormento di un interrogatorio in cui la parola è “inutile”, Renée Falconetti, letteralmente sospesa sull’assenza di musiche, rumori, suoni, foné, come effigie sull’orlo dell’estasi e della dannazione, della vita e della morte, della luce e delle fiamme, è sconvolgente emblema della più alta fotogenia cinematografica, ossia della qualità dinamico-espressiva della cellula apparentemente più immobile: il primo piano. Non dice con le parole, ma parla con la chiarità del suo volto illuminato. Qui c’è il moto interiore dell’immagine, del corpo, e dell’anima. Forze oscure che si agitano, fanno vibrare l’inquadratura. Il film dello sguardo e dell’“ascolto” al massimo della forza evocativa.
- Persona (1966) Un torrente di parole in piena in un letto prosciugato, la parola negata, il mutismo, il rifiuto e la necessità di mentire. In uno dei film del doppio più lacera(n)ti la parola “rivela” e inganna, è un arabesco malato sul tessuto precario dell’immagine, e dell’uomo. L’immagine finisce col cadere anch’essa nelle fiamme e nei meandri onirici. Nella doppia veste di velo rivelatore e di velo mistificatore. Quel che vediamo e sentiamo è il caos filtrato e ricompattato da un mezzo e da coscienze senza certezze, sull’orlo dell’afonia e della cecità.
- 2001: Odissea nello spazio (1968) Fim quasi muto in piena epoca che (s)parla (1968), in cui le parole e le frasi fanno da sfondo, da codici, da comparse minimali, da melodie decadenti monotonali e decomposte nelle folgorazioni immaginali degli ulisse del cinema e dei tempi, nella ridda visiva (e non) della (di una) danza cosmica. Film della vertigine percettiva, dello sguardo dalla storia verso l’ignoto, dell’occhio centrale e (an)negato, e dunque dell’ascolto ancestrale: film della musica, delle forze e dei ritmi oscuri, della Fuga siderale oltreumana, in cui i commenti verbali vengono risucchiati e dissolti, per qualche strano tunnel spazio temporale dell’universocranio, direttamente negli abissodeliri plasmati dai demiurghi Kubrick-Ligeti. Inafferrabile, ergo, metafisico.
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Hiroshima, mon amour (1958) Hiroshima mon amour …come non risuonarsi questo titolo nella mente, come riecheggiasse di qualche poesia perduta….abbracciata e poi fuggita…sono le immagini che portano a galla le parole o il contrario?? Vediamo prima… o nominiamo le cose per riconoscerle?? Non si tratta di ordine..ma di coincidenze, sincronie misteriose e potenti. Sfuggenti. E ricordarsi poi di essere già nell’oblio, per tenerlo a distanza…….
Qui, come le parole e l’immagine, tutto s’intreccia: tempi e spazi, corpi e ricordi, nomi e cose. Silenzi e vuoti. Carne e anima. Una fusione intensa e anche per questo dolorosa, perché noi moderni siamo soli. Non astri., ma cellule deflagrate della solitudine e del conflitto con il tutto, nel tutto. Del tutto!
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Into the Wild (2007) Tipico film della prosa cinematografica d’abitudine, per la contemplazione passiva del nostro tempo d’immagini stampate, di (situ)azioni già narrate, di luoghi guardati ma non sentiti, volendo a tutti i costi mostrare la poesia sospesa sul mondo, dentro l’acqua e l’aria, la maglia del vivente.
Tante e troppe parole a cucire l’effetto domino normal-visivo di un racconto pop, ma di una storia (speciale) che non merita commenti e avrebbe la sua unica voce nell’ineffabile.
-La Notte (Hans Jurgen Syberberg, Germania 1984/85). La poesia e la letteratura senza riempimento spettacolare..invece. Edith Clever recita grandi autori, da Shakespeare a Goethe, Nietzsche e Heine, Novalis e Wagner ecc... Dalle parole si passa alla Parola, l’immagine s’avvicina al teatro, lascia la voce alla poesia, alla musica.
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Urla in favore di Sade (1952) Nessuna immagine, e tuttavia l’immagine. Essa compare come negazione di sé medesima, c’è in quanto assenza, come elemento morto, specchio azzerato del falso spettacolare, del nulla consumato della cultura e non più consumabile in un' arte di cui viene distrutta la componente fondamentale. Le parole ci sono, ma non come chiacchiera, né come convenzione, ma come elemento destabilizzante, destabilizzato, eclettico e sfuggente, come vivo flusso della realtà e verso la realtà. E alla fine, dinanzi a tale gesto e grido a favore di una piena “liberazione”, non si può non ascoltare, e immaginare, non si può non spingersi oltre l’immagine. Il bianco e il nero come mondi del nulla, da cui rifondare la nostra coscienza e la nostra azione.
Il cinema, invece di affabulare e sfornare serialmente copie di ogni cosa a cominciare da se stesso, dovrebbe rieducare lo sguardo allo sguardo, di noi materialissimi e ciechi voyeur occidentali.
Commenti
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19 maggio 2010, 16:20 di ed wood
Stupenda playlist. I miei complimenti. Concordo col fatto che, spesso, tanto maggiori sono i mezzi tanto minore è la potenzialità espressiva. Paradossalmente. Quelle che dovrebbero essere risorse, si rivelano invece zavorre alla creatività: vedi l'avvento del sonoro negli anni 30, anche se talenti del calibro di Lang o Renoir seppero utilizzare in maniera intelligente, se non geniale, il nuovo espediente che la tecnologia aveva messo a disposizione della Settima Arte. Come vedi, dipende tutto dalle qualità dell'artista (e dal coraggio dei produttori, soprattutto): immagini, parole, suoni...sono solo mezzi, che di per sè significano tutto e niente.
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19 maggio 2010, 16:21 di FABIO1971
Sto ancora applaudendo, complimenti AIDES!!
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19 maggio 2010, 17:05 di dedo
Bella play sia nella presentazione sia nel commento ai vari film. Un saluto
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19 maggio 2010, 17:54 di maldoror
Play interessantissima che offre parecchi ed importanti spunti di discussione, che mi piacerebbe molto affrontare e sviluppare se al momento non fossi ostacolato dalla mancanza di tempo (studio), e soprattutto da una sorta di astenìa letargica che mi ha preso da un po' di tempo a questa parte, per cui ultimamente riesco a esprimermi solo a monosillabi. In ogni caso una bella spallata a tutte le imbecillità che oggi si sentono dire su 2001 odissea nello spazio e sulla sua presunta "mancanza di senso", socnclusionatezza, pesantezza e quant'altro.
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19 maggio 2010, 19:15 di carlos brigante
..."Più c’è abbondanza linguistica, più si rischia di smarrire l’essenza. Più si mostra più si allontana, l’invisibile non può (vuole) essere troppo visibile. Da ciò deriva la forza millenaria della poesia o della musica"...
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19 maggio 2010, 19:21 di carlos brigante
finalmente un commento che non esalti quell'ipocrita prodotto quale è "Into the Wild"...per fortuna c'è ancor oggi uno sparuto gruppo di autori (artisti) che creano ancora immagine....una play doverosa!
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19 maggio 2010, 20:23 di cantautoredelnulla
D'accordissimo con te Aides, l'immagine è l'impronta principale del cinema. Certo la parola, se usata con criterio, può arricchirne il significato. Mi viene in mente Il grande dittatore:Chaplin accettò (secondo l'aneddoto raccontato da Attenborough nel film) di far parlare il vagabondo a patto che fosse l'ultima apparizione del vagabondo. E quello che il vagabondo senza nome disse in quell'occasione risuona ancora oggi attuale e illuminante. Io tendo, comunque, a innamorarmi perdutamente di più delle immagini che delle parole. E sarà per questo che ci troviamo d'accordo su tutti i film che hai citato? :D
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19 maggio 2010, 23:10 di Utente rimosso (Marcello Del Cam
Argomento appassionante questo, offerto da AIDES con esemplare lucidità, cui molti critici seri di cinema (vedi Michel Chion) hanno dato risposte differenti, qualcuno estremizzando (ma non troppo) il cinema come Settima Arte essere morto con l'avvento del sonoro. E' nota la preferenza di questi ultimi, nella diatriba 'è migliore Keaton di Chaplin', a ritenere il geniale Buster migliore (dal punto di vista tecnico, non ci sono dubbi); altri ritengono che il cinema è solo quello dell'epoca del muto, quello che è venuto dopo è 'spettacolo'. Ma esiste un cinema muto nell'era della logorrea cinematografica, a parte gli esempi portati da AIDES vale la pena ricordare "Film" di Schneider con Buster Keaton (e chi se no?), ma, a mio parere, David Lynch dirige film muti, palindromi come il vento che turbina nelle immagini del film di di Viktor Sjostrom del 1928: mai vento sarà in seguito così oltraggiosamente 'sonoro', se Joris Ivens avesse messo la museruola a Michel Portal, forse ci sarebbe andato vicino. La musica per film (sulla quale T.W.Adorno ha scritto pagine illuminanti) è, infine, fatte rare eccezioni, una 'canzonettizzazione' della grande musica del XX secolo, dal letterale impressionismo degli score degli anni dal Quaranta/Cinquanta, alle scopiazzature darmstatiane a seguire, con pletoriche iniezioni di rock & pop da classifica. Con buona pace del cinema d'arte che vive grazie a pochi sperimentatori del suono-immagine.
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19 maggio 2010, 23:21 di Utente rimosso (Marcello Del Cam
Errata. "darmstadtiane".
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20 maggio 2010, 00:06 di Francisg
Maestro Marcello, una playlist veramente bella, evocativa... Mi viene in mente il tremendo (in senso positivo) Luis Buñuel, Las Hurdes – Tierra sin pan, 1932 .. Indelebile e..Die linkshändige Frau (1978) di Peter Handke con Edith Clever, Bruno Ganz, Angela Winkle, Bernhard Minetti, Rüdiger Vogler..IL meglio della Schaubühne am Lehniner Platz per dialoghi ridotti al minimo. Piccolo film con Bach Preludio in do minore BWV a scandire il tempo, sì un film in minore rispetto ai capolavori della playlist...
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20 maggio 2010, 00:10 di AIDES
@Ed Wood e a Carlos: penso che la parola chiave sia "evocazione". Se nel sistema di segni di un'arte non rimangono margini oscuri e zone d'ombra, dove s'insinua l'immaginazione e l'intuizione dello spettatore? Il cinema surclassante finisce col rendere passivi. Per molti ciò è piacevole, per altri, noioso. @Maldoror: Il monosillabo si inserisce perfettamente nel discorso sell'essenzialità espressiva.....rimettiti presto! Su 2001 che dire, si può dir di tutto, ma nulla è detto. Il chè è tutto dire. Film che eccede... @Cantautore: la parola è importante, anche e proprio perché come l'immagine, vive un'attuale, spaventosa degradazione. Bisogna farle rivivere queste componenti. E non perderle nella chiacchiera e nel rotocalco. E peggio, nella mistificazione. La critica ha detto di tutto sul discorso di Chaplin in quel film, che è retorico e fuori luogo. Sarà, ma quel comizio è "cinematografico", non "di tutti i giorni". Un attore lo pronuncia, e ha un significato. Il cinema riduce l'estetica e coglie l'urgenza etica. La guerra era in atto, e tanti film americani continuavano a far chiacchiera, nel segno di una retorica ben peggiore. Un saluto a voi, a Fabio e a dedo.
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20 maggio 2010, 00:35 di AIDES
Marcello pensavo spesso a Keaton durante la gestazione di questa play....ma è un autore che ho in fase d'osservazione, e per il momento non oso "usarlo". Film è un esempio calzante che fai: l'ho visto una sola volta, anni fa, e devo recuperarlo, indubbiamente. Condivido inoltre su Lynch e la musica per film, che nove volte su dieci, trovo noiosissima, anche "sopra" le immagini. @Francisg: citazioni preziose...vado sempre a pescare nei forzieri ricchi e illustri, per pigrizia o fretta, e per loro indiscutibile lucentezza, ma ogni volta che inserite "cose" rare ne tengo intimamente conto. Molta luce è sepolta, e visto le ingordigie spettacolari, meglio così. Buonanotte
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20 maggio 2010, 02:44 di Inside man
Play da mandare a memoria!
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20 maggio 2010, 03:11 di callme Snake
una delle playlist più belle mai apparse su questo sito. Una domanda: perché non hai citato nemmeno un Godard? è uno degli autori che più si è interrogato sul rapporto tra parola e immagine, ed i suoi verbosissimi film sono lì a dimostrarlo.
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20 maggio 2010, 13:17 di AIDES
Osservazione legittima Snake, ma Godard, assenza vistosa che non si può liquidare con un "ci sono solo sette posti", credo debba ancora "conoscerlo" bene. Tutto qui. Più che altro molti suoi film non li ho ancora visti. Qualche mese fa ho letto una sua particolarissima storia del cinema, e ho notato che scrive come gira, per frammenti e sincopi (almeno nei primi tempi..), e anche a livello di contenuti non si distingue meno (non si risparmia, tra l'altro, di umiliare Spielberg e i suoi epigoni colleghi grandi magnati...). Visto che ci siamo, ti sarei grato se (tu o altri) potessi indicarmi qualche titolo legato al nostro discorso. Un saluto a te e a Inside.
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20 maggio 2010, 13:52 di carlos brigante
"Histoire(s) du Cinema" porta il discorso, da te affrontato aides, ad un livello che francamente io non ho mai visto. Grandioso! Un'opera unica nel suo "genere". Pur non raggiungendo questi livelli anche "Notre Musique" del 2005 continua su quella strada peraltro già intrapresa nel passato. Ma il Godard del presente (in attesa di "Socialisme") è un'artista senza pari. Purtroppo per diversi motivi si parla di Godard troppo spesso al passato e poco al presente. Non dimenticherei però Svankmajer, i Quay, Greenaway e Bela Tarr...
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20 maggio 2010, 14:07 di carlos brigante
P.S. in riferimento alla sua "particolarissima storia del cinema" a cui ti riferivi, non so se è lo stesso libro, ma anche io ho letto ad esempio quanto ha detto (giustamente su Spielberg e sul cinema come "mezzo di espressione") in "DUE O TRE COSE CHE SO DI ME. Scritti e conversazioni sul cinema" a cura di Orazio Leogrande con prefazione di Enrico Ghezzi (!); edito dalla minimum fax. Un libro intevista in cui Godard parla di tutto: dei suoi film; del cinema muto; dell'arte; della cultura; etc etc...è uno dei miei Vangeli insieme a "Paura e desiderio" di Ghezzi. un saluto
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20 maggio 2010, 15:32 di callme Snake
Forse le Histoire(s) du Cinéma sono il suo vertice da questo punto di vista, ma anche Prénom Carmen è una bellissima riflessione su musica, immagine e parola. A dir la verità la sua intera filmografia riflette sempre su questi temi (si parla di un centinaio di titoli), da Questa è la mia vita fino alle bellissime "videoscenaggiature" di Paassion e Sauve qui peut (la vie).
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20 maggio 2010, 21:34 di AIDES
Ok comincierò da Histoire(s) du Cinéma, quel che si prospetta come un lungo viaggio... Vi ringrazio per i preziosi suggerimenti. (Carlos, il libro che ho avuto in prestito e ho letto è "Introduzione alla vera storia del cinema".. non ricordo l'editore ma non è difficile scoprirlo su internet..provo a cercare anche "Due o tre cose che so di me" ). Ciao
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21 maggio 2010, 11:29 di ed wood
C' anche una considerazione da fare per motivare la crisi creativa successiva all'introduzione del sonoro nel 1928, ed è una ragione di ordine politico. Gli anni 30 segnarono l'ascesa di Hitler (al bando quindi sia l'espressionismo sia la nuova oggettività, entrambe le correnti rimpiazzate da squallidi film anti-semiti), di Stalin (abolito il formalismo, cacciati Eisenstein e Dovzenko, instaurato un "regime estetico" a base di realismo socialista, Boris Barnet nel migliore dei casi, film populisti d'evasione, musical, folklore), qualche anno più tardi di Franco (la già debole scena spagnola fu compromessa dall'instaurazione del Generalissimo); mentre negli States finirono i "roaring 20's", crollò la Borsa e si entrò in piena Depressione, così che il cinema del New Deal non poteva essere che costituito da commedie brillanti (l'approvazione dell Hays Code fece il resto, di fatto abolendo il gangster-movie e i suoi eccessi...ricordate quei vertiginosi piani-sequenza di Scarface, per mano di un Hawks non ancora hawksiano?). Si salvò la Francia, ma solo grazie a Vigo e Renoir...che inventarono di sana pianta la Nouvelle Vague, con 30 anni di anticipo, non certo nello stile, ma sicuramente nello spirito (anarchico, libero, con quelle prosa così rarefatta al punto di sfumare in poesia). Insomma, una concomitanza di fattori tecnologici, economici e politici stroncò il cinema sperimentale e le sue avanguardie negli anni 30...Poi arrivò Welles e si potè ricominciare ad intendere il cinema (anche quello "commerciale" che si faceva ad Hollywood) come Arte, ricerca, sperimentazione audio-visiva etc...Quanto a Lynch, è vero che fa film muti (Velluto Blue arriva dritto da Griffith e Murnau, rispettivamente per come vengono utilizzati gli inserti e per l'uso delle luci), ma nondimeno in Lynch (come sottolinea il critico-musicologo Chion) il sonoro ha grande importanza...ecco perchè Lynch è uno dei pochi autori contemporanei degno di essere messo sul piano dei grandi sperimentatori del passato...
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21 maggio 2010, 14:26 di AIDES
Certo, ciò che dici meriterebbe anche di essere approfondito. Personalmente sono sempre a favore della teoria delle "concause", e non posso affermare che l'introduzione del sonoro sia la ragione unica della "regressione" del cinema. Parliamo di un mezzo espressivo poco autonomo in fondo, più industria che arte a momenti, fatto di soldi quanto di immagini, pensabile in senso politico-propagandistico per via di una fetta di pubblico impossibile per qualsiasi altra forma d'arte. Il cinema sonoro è stato spesso d'altissimo livello, o perché molti suoi grandi autori venivano dal muto (Lubitsch, Lang, Hitchcock, Bunuel, Dreyer, Ejzenstejn, Chaplin, Pabst, Ford, Clair, e via dicendo) o perché altri hanno portato il linguaggio provvisto della nuova tecnica a maturazione (Welles, Bergman, Antonioni, Godard ecc...), ma in generale va riflettuta la sua evoluzione, la quale è andata di pari passo con quella tecnica e spettacolare-consumistica della società, disperdendo la compattezza estetica del cinema degli anni '20. Il dato che interessa, insomma, è quello del "sistema cinema" (consolidatosi nei decenni con il perfezionamento realistico-convenzionale del sonoro) come specchio della cultura di massa. Come dire, dunque, che il muto aveva più forza di mantenere quell'"aura sacrale" che non solo è stata erosa dalla riproducibilità tecnica, ma completamente cancellata dal dominio totale della merce: lo spunto per la riflessione di questa playlist per certi versi non partiva dal cinema, ma dalla constatazione, generale ed extracinematografica, che la "parola" e l'"immagine "(come il "corpo"), nel nostro tempo, non hanno più alcuna qualità e valore, dunque sono artefici e vittime di un'abnorme volgarizzazione culturale della società. Il cinema, ultratecnico ed evoluto, si inserisce in questo quadro in modo speculare, come elemento attivo e passivo di tale degenerazione. Ciao
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20 agosto 2010, 17:04 di red grave
sia per la play che per i commenti ancora uno spunto importante per imparare,approfondire,riflettere (con "...Se nel sistema di segni di un'arte non rimangono margini oscuri e zone d'ombra, dove s'insinua l'immaginazione e l'intuizione dello spettatore? ..." hai dato le parole a qualcosa in me che esisteva senza essere ancora definito, grazie)
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20 agosto 2010, 19:07 di AIDES
Le zone d'ombra stanno anche nella "realtà" no? E in noi stessi mi pare. Questa è Estetica pura. Ciao
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20 agosto 2010, 19:55 di red grave
non conosco l'estetica pura, come non conosco tante cose e questa pagina melo conferma. la parte oscura è il mistero che rende affascinante la vita,così in un film avere sentore di cosa accadrà, prevedere, o ancora peggio essere imboccati è noia pura e sdegno. ciao aides
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20 agosto 2010, 20:32 di AIDES
Perfettamente d'accordo. Del resto la cosa che più biasimo al cinema e alla vita è la convenzionalità. L'estetica pura non è necessario "conoscerla", in quanto ambito del mistero, si deve innanzitutto sentirla........
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27 febbraio 2011, 10:12 di Snaporaz68
stupenda eccezionale unica. me l'ero persa una delle migliori palylist abbia mai letto
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27 febbraio 2011, 10:48 di Auguste
Concordo con Snaporaz... sono rimasto decisamente sorpreso nel trovare una playlist così interessante ed originale. Mi verrebbe da proporre qualcosa, ma confesso la mia totale ignoranza, soprattutto in virtù del fatto che in molti si sono già espressi. Potrei citare qualche titolo, forse un po' a casaccio. Come si diceva, il cinema muto di per sé assume lo statuto di purezza dell'immagine, al di là dei condizionamenti(pur sempre presenti in moltissime opere)del testo. L'ultima risata di Murnau ancora mi manca, ad ogni modo citerei probabilmente anche Ménilmontant(di cui ho letto la tua ottima recensione), altro titolo muto che rinunciava agli intertitoli, affidandosi interamente alla messa in scena. Il cinema muto aveva chiaramente qualcosa in più rispetto al cinema odierno, proprio perché vi era maggiore concentrazione sulle immagini, in assenza di dialoghi. Un film prettamente basato sul rapporto tra immagini e musica sarebbe il buon KOYAANISQATSI di Reggio, poi appunto si parlava di Godard(citando molti titoli che ancora mi mancano, anche perché per il momento mi sono soffermato anzitutto su quello degli esordi, quando poi è risaputo che la sua riflessione sul rapporto tra immagini e suoni diverrà radicale a partire dagli anni '80 in poi)e mi verebbe da citare un po' tutta l'opera kubrickiana(ad esempio Barry Lyndon). Molto raffinata la scelta de "Il vento" da parte di Marcello Del Campo. Un'esperienza visiva che definirei total(izzant)e sarebbe anche "Madre e Figlio" di Sokurov, una vera e propria esperienza estetica, ma ce ne sarebbero diversi altri.
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27 febbraio 2011, 15:19 di AIDES
Beh..siete anche troppo gentili. Per me rimane aperta la 'questione film tv', ciò è se cavarci sangue dalle rape (le rape del torpore) o impiegarci qualche misera fettina di tempo 'libero', tra una camminata sul monte Tabor e una sbornia di paese. Qui ho provato la via estetica, per la quale pochi hanno orecchio. Per lo più ho scelto la modalità 'estemporanea' o la toccata e fuga, secondo influssi lunari e cabalistici. Comunque, fatta questa doverosa premessa, vedrò il titolo che hai indicato, Auguste. Madre e figlio andava benissimo, perché antinarrativo e visivo, vitale e concreto. Sì total(izzant)e. Il cinema muto è più musicale di quello 'sonoro'. In questo paradosso sta tutta la magia del primo che il secondo non ha. Un caro saluto a entrambi
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