
2009 - 2010: I salvati
Agosto. Il tempo impone di voltarsi e scorgere tra i mesi di cinema trascorsi il senso di ciò che è stata questa stagione. Il senso di una stagione non è la conseguenza dei suoi film eppure l’ambizione di scegliere tendenze, novità e caratteristiche di un cammino annuale di cinema costituisce una logica inevitabile per riempire un annuario. Il senso di una stagione potrà correre lontano dalla sala, tra i risultati commerciali e paratestuali, tra le affinità di certi fenomeni e il sottile patto di sangue di alcuni temi o stili che emergono; ma a lungo termine, il senso di una stagione si riduce alla memoria: e la memoria di una stagione è giusto che sia composta unicamente dai film con cui il tempo, lo stesso tempo che prima ci ha fatto voltare, più avanti ce la farà consciamente ricordare. Niente analisi, solo una proposta diaristica che lascio al tempo.
Precisazioni. Le esclusioni sono inevitabili, una “regola del gioco”, come in ogni playlist che cerca di sintetizzare attraverso un pugno di sette film un arco temporale. Mancano a priori film che non ho potuto vedere -a malincuore- (Drag me to hell, Ricky, Agorà, Bright star, Il tempo che ci rimane, Toy story 3), tuttavia questa soluzione sintetica attraverso titoli limitati nasce dal resto delle visioni importanti (che spero di non aver perso). Qualcuno obietterà la scelta dei film, anche perché non ho volutamente inserito molti “prodigi” verso cui pubblico e critica hanno riversato venerazioni ed entusiasmo. Qualche riserva mi ha impedito di inserire per esempio Tarantino (dopo una prima visione entusiasmata, le successive revisioni riformularono la portata del film, riducendolo a presunta forza estetica e teorica), o per motivi non dissimili Lebanon e Copia conforme. Tra gli esiti più importanti che non posso altrimenti inserire vorrei ricordare almeno: La prima cosa bella (il miglior Virzì e probabilmente l’esito migliore (o l’unico vero esito?) della commedia all’italiana negli ultimi anni), Tra le nuvole (il più moderno dei film americani, almeno nella relazione tra attualità e personaggio), il sottovalutatissimo Herzog di My son my son what have ye done?, il temerario I gatti persiani, il redivivo Il mio vicino Totoro. E poi in tono minore, discontinuo, eppure vivamente cinema: la temperanza di Invictus, lo Scorsese inedito di Shutter Island (è per me la sorpresa maggiore, dato che ho spesso criticato il regista), l’austerità formale ma esibita di Il nastro bianco (se Haneke non soffrisse di un compiacimento estetico e morale che sovrasta l’Idea, potrebbe forse veramente stare tra Murnau e Bergman come sostiene Gervasini) e L’uomo che verrà, i solidi Welcome e Oltre le regole, le novità di District 9, il lunatico Fantastic Mr Fox, il realismo dei sentimenti di Cosa voglio di più e quello grottesco del collettivo I racconti dell’età dell’oro, gli arabeschi del John Woo di La battaglia dei tre regni, quel moderno thriller anni ’70 che è L’uomo nell’ombra.
Un’ultima considerazione, che contrasta con la volontà iniziale di rimanere ai film e non alle deduzioni: il capolavoro, nel senso di opera “magna”, è scomparso, almeno per quest’annata (e almeno per chi, come il sottoscritto, non se la sente di racchiudere Bastardi senza gloria nella categoria); qualcuno aggiungerà che è esistito Avatar, ma si tratta di un’esistenza più effimera di quel che si pensi. Sostengo però - nei casi migliori- la tesi dei microscopici film straordinari: dall’ordinario, punti di vista sghembi e lungimiranti si proiettano in domande senza risposta che superano il circoscrivibile. Sono film che nascono e muoiono nell’osservazione; nient’altro che una coscienza di osservazione, e poi viene il resto, che può bastare.
È solo un’ipotesi. A ciascuno la sua “scala per il paradiso” annuale.
Dedico questa playlist a Corso Salani.
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A Serious Man (2009) A serious man è la pietra filosofale del cinema dei Cohen. Protagonista è l’Ironia, che non si confonde come metro del racconto ma in quanto vocabolario del Caso. La prospettiva del Caso che pervadeva ogni fotogramma di Non è un paese per vecchi e Burn after reading, ora non basta: l’uomo è una pedina anche del Caos, divino o irrazionale che sia. Intanto l’individuo resta invischiato: sarà colpevole di ignavia, ma questo a priori, perché l’uomo contemporaneo non ha altra moneta per vivere tra la gente. La sconfitta dell’Essere, definitiva perché non può neanche riempirsi di celebrazioni. Alle celebrazioni i Cohen preferiscono l’indifferenza: per cui tutto scorre, Larry vortica e nessuno se ne accorge, anche perché l’individualismo è il genitore nella società, padri e figli si annullano. Un film di genesi e genetica, come se fossero entrambe maledizioni. Con la decostruzione di Larry, si decostruisce il cinema dei Cohen: il pessimismo ha raggiunto il tornado finale, ha portato all’ultima mossa la partita a scacchi iniziata tempo fa contro la società americana, e sono arrivati sia alle “leggi” di questa caducità, sia alle leggi del proprio cinema. Non c’è più sintesi né visione possibile. E adesso? Accetto il mistero…
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Il profeta (2009) Le ali della libertà sono dipinte, con i colori del male reciproco. Un film, o meglio un’assoluzione, che replica la redenzione cristiana nell’harem cancerogeno dei senza Dio. Il profeta è un laico meticoloso: dategli un’opportunità e dalla polvere trasfigurerà la parabola della lotta per la vita, anche in quella civiltà che l’aveva licenziato anticipatamente. Cresciuto nella società del carcere, ora divulgherà la sua sopravvivenza. Cinema temprato nella durezza e nella carne, più che mai determinista se si comanda con la forza degli uomini determinati: la sorte si costruisce rendendo il male per altro male, e attorcigliando il proprio filo intuitivo alle degenerazioni del Caso. Non pedinamento del reale ma del crimine, perché il primo è sottoposto all’altro, perché il polar perdona solo gli operai della malavita che si generano da soli. E che convivono con i sensi di colpa.
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Diary of the Dead. Le cronache dei morti viventi (2007) Il vero film è L’oblio della morte, quello che Deb monta per mostrare ai sopravvissuti dell’apocalisse zombie. Ma a chi? A chi vale la pena di mostrare? Si può morire per l’arte (di documentare)? Una conclusione che da Scarpette Rosse non trova pace, neanche in Romero. Fusione di media, furore di cinema verso l’informazione, verso la storia, verso i resti sociali: tutto quello che Tarantino ancora aspetta di filmare. Non un film, ma tanti film, tante summe: saggio sul documentario (e sulla sua ontologia), geniale intuizione di diario attraverso il documento, accettazione della visione dell’orrore come patologia del nuovo millennio. Nei film precedenti Romero aveva parlato di apocalisse e del diritto umano di uccidere, perché un altro uomo non sia costretto a morire; Diary of the dead invece è anche la cronaca di un uccidere cinematograficamente, attraverso la cinepresa. E quanta morale di cinema: il suicidio filmato; il potere di morte del regista, che è un “occhio che uccide” (disorienta i videointervistati, credendo innocentemente di filmarli mentre accumula solo una maschera del loro essere); la perfetta definizione di “macchina di immagini attraverso la macchina”, che si impone di guardare per gli altri, e soprattutto per se stesso; l’importanza del realismo, anche se in fondo attraverso la finzione.
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Segreti di famiglia (2009) Autobiografismo e autocritica, passato e cinema. Una storia passionale, per un regista che troppo spesso ha cercato di temperare il suo Romanticismo, il suo segno. Un film di regia, regia assoluta, consapevole della libertà di seguire le immagini. Per Coppola filmare non è più un dovere, ma un gesto vitale, un gesto sopra ogni cosa. Colori, balletto, Powell e Pressburger, magniloquenza, minimalismo e intimismo: cinema moderno che attraverso il classico e i propri sensi di colpa diventa pienamente contemporaneo.
- Nemico pubblico - Public Enemies (2009) Michael Mann è un regista classico che ascolta le forme del nuovo millennio. Più di chiunque altro. Si potrebbe accusarlo di riproporre sempre lo stesso film, ma non può farne a meno. Nemico pubblico è ancora più “retrò” degli altri prototipi manniani: niente metropoli moderne che pulsano di neon e silenziosi voci di morte, ma il passato che ritorna, per raccontare tutto questo di nuovo. Il cinema di Mann è un eterno ritorno, ricombinatelo e i silenzi saranno sempre gli stessi, le vendette macineranno sempre predestinazione, e gli uomini si sfideranno sempre per volontà di dovere ma verseranno lacrime che nascondono con la pioggia. Nemico pubblico è un viaggio alla ricerca del tempo perduto: il tempo del gangster movie, il cinema classico rifatto per l’ennesima volta da Mann attraverso il moderno. La naturale evoluzione del gangster classico: non un gangster movie contemporaneo, ma un gangster movie che ha più di centoquindici anni.
- Up (2009) La seconda parte potrebbe essere un sogno, potrebbe essere “soltanto” un film della Pixar. Ma in fondo quale favola non è prima una speranza? L’animazione non è mai stata così antropomorfica, così bisognosa di sfidare i propri limiti di verosimiglianza: ora accetta la sua “diversità”, e mutua i temi e le forme del cinema “dal vero” creando una personale sintesi di storie e valori. L’emancipazione è compiuta, e soprattutto c’è nell’attuale cinema qualcosa di più vicino a Lubitsch, Ford, Hawks e Wilder? La Pixar ha raggiunto le vette di un umanesimo che si sottrae a sentenziare, e raccoglie la sfida di restituire ad ogni età la responsabilità di essere uomini. E quando gli album di foto possono parlare in silenzio, ci si commuove quanto l’ultimo ballo tra marito e moglie ne Il cielo può attendere.
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Kynodontas (2009) Mostruoso parto della Grecia. Il nucleo familiare come un Truman Show senza telecamere. Se due genitori scegliessero di crescere i propri figli senza consapevolezza della realtà, e quindi limitando la loro vita ad una casa? Delimiterebbero la loro conoscenza, come un ipotetico Grande Fratello che si prolunga senza nozione di tempo, e fin dalla nascita. Saggio pedagogico e traumatico momento di provocazione. Si può costruire un Eden attraverso degli Idioti, ma non senza le catene della colpa, senza peccare e generare peccati. Vivere è un peccato innocente. Finale sconvolgente, inevitabile. Non distribuito da noi, imperdibile, e da recuperare.
Commenti
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13 agosto 2010, 03:19 di carlos brigante
il Mann di "Nemico Pubblico" è un Mann che non regge il confronto con "Manhunter", "Strade violente" o "Heat". Un Mann discreto e nulla più; in diversi momenti esegue arpeggi mirabolanti più che sinfonie. Un Mann che si disperde in momenti soap in cui la colonna sonora si fa troppo invasiva e "furba"... Quanto a "Shutter Island", mi trovo ancora ferito da Scorsese. Insiste sul "visto" e su carrellate mirabolanti spesso fini a se stesse; si attesta sulla stessa lunghezza d'onda della Hollywood del "Sesto senso"... e non è un complimento per un regista del suo passato (ormai lontano)
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13 agosto 2010, 08:59 di supadany
Bella lista convincenti le motivazioni, devo recuperare per forza l'ultimo, troppe pulci nell'orecchio!;-)
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13 agosto 2010, 09:27 di Utente rimosso (andreona)
Non ho ancora visto "Kynodontas", ma mi trovi perfettamente d'accordo sui rimanenti sei anche se, ahimè, dissento categoricamente sulla "Prima cosa bella". Bella playlist, esauriente e fatta con cura.
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13 agosto 2010, 14:01 di kerouac
grazie per i commenti. ripeto, le scelte possono essere legittimamente opinabili, ed è proprio la ricchezza di punti di vista che rende complessa la "storia" di un film. onestamente carlos, capisco l'obiezione su Scorsese, ma solo in parte: "Shutter island" può non piacere, eppure è un viatico alternativo nella filmografia di Scorsese, una prova di vitalità che molti registi coetanei si rassegnano a non manifestare. E poi...forse l'estetica tenderà a "Il sesto senso", ma c'è molto più Fritz Lang di quanto si pensi... Michael Mann ha diviso; c'è chi sconsacra il film e chi lo eleva. Rispetto ai suoi precedenti, è molto meno un film di sceneggiatura, quasi un apoteosi del pathos, talmente classico e moderno al tempo stesso da sfociare nel lirismo, un romantico lirismo. Per questo l'ho adorato. "Kynodontas" è terreno per chi cerca aldilà della distribuzione italiana. Un film da vedere, rivedere, e collegare agli anni zero.... grazie ancora a tutti. buona giornata.
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13 agosto 2010, 18:25 di carlos brigante
Ovviamente pure io rispetto il tuo punto di vista, ma francamente non riesco a vedere Fritz Lang in "Shutter Island". Mi pare più un sforzarsi di vedere... Che sia "un viatico alternativo nella filmografia di Scorsese" è anche vero, ma il fatto che lo sia non è una condizione necessaria e suffciente alla sua riuscita... per me è solo leggermente (ma di poco!) migliore del "viatico alternativo herzoghiano", ossia il deludente, irriconoscibile e americanissimo "Il cattivo tenente etc etc"... un saluto e buon week end
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13 agosto 2010, 19:14 di Inside man
Playlist (am)mirabile kerouac! Insieme alla gemella sui fallimenti forma un compendio di quest'annata cinematografica che in futuro terrò ben stretta come fonte di informazione e comparazione (sono diversi, infatti, i film che devo ancora recuperare). Fra i commenti alle pellicole, tutti di preziosa scrittura, mi pare si staglino quellli a Il profeta e Nemico pubblico. Lodevole la dedica a Salani, autore che avremmo dovuto ricordare meglio. Un caloroso saluto e complimenti !
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13 agosto 2010, 21:02 di kerouac
Carlos, buon fine settimana anche a te. Non volevo “forzare” l’interpretazione dell’ultimo Scorsese. Al contrario, hai ragione a dire che c’è molta estetica (e persino la morale) di certa attuale Hollywood, come ad esempio “Il sesto senso”, ma credo che in realtà Scorsese si stia guardando in giro per accumulare un po’ di variabili e non per rassegnarsi ad un cinema senza ispirazione. Anche perché non penso si tratti di una “perlustrazione”orientata solo sul moderno, ma anche verso certe radici del cinema a lui care (magari con un espressione decisamente rinnovata, che può dar fastidio, come molti detrattori del film hanno legittimamente osservato). Per questo dicevo che mi ricorda Lang: per la volontà di adattarsi a thriller-noir della mente, che a loro volta “giocano” attraverso l’ambiguità, e la riproducono levigata. Spettacoli dell’inconscio. Forse dobbiamo aspettarci un Scorsese più legato alla cinefilia in quest’ultima fase della carriera, e dunque un autore che si sta avviando a diventare un regista di genere. (Non ne sarei dispiaciuto assolutamente.) Vedremo. Ps: a quanto pare, sono passati mesi, ma il tuo astio verso “Il cattivo tenente” è rimasto, anzi sembra più irriducibile di prima. Si vede che ami molto il “vero” cinema di Herzog : ) “My son My son” invece hai potuto vederlo? Inside Man grazie ancora una volta per i tuoi commenti. Grazie mille davvero. Un caloroso saluto anche da parte mia.
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13 agosto 2010, 21:40 di carlos brigante
Ben vengano scambi di vedute di questo tipo, caro kerouac. Ogni volta che penso a quel film scellerato di Herzog, mi ribolle il sangue! vorrei che non lo avesse mai realizzato, ma la mia ammirazione per il suo cinema è rimasta, e rimane, intatta ed inscalfibile. "My son My son" purtroppo non ho avuto modo di reperirlo e leggendo (tempo fa) la precisa analisi di callmesnake, la brama si è fatta ancor più veemente... alla prossima. ciao mulo ;)
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14 agosto 2010, 08:13 di LAMPUR
Aggiungo Moon. Riccamente sintetico.
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