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12/08/2010 h. 21.45 Film: Playlist libera
2009 - 2010: e i sommersi...

2009 - 2010: e i sommersi...

Ciò che non è stato pone le premesse per rivalutare. Fallire è per chi guarda un’operazione in primo luogo sul passato: desta il misticismo che governava  la nostra ammirazione verso certi autori, e sistema su un altro piano la percezione di un’intera filmografia. Fallire rompe l’universalità di un’approvazione; l’osservatore è tradito, ora vede limiti imprevisti ed è provocato in una confusione dialettica su cui riflette, oscillando tra il fallimento inaspettato e la riuscita delle opere (e quindi delle visioni) precedenti. A volte il fallimento persevera, e in quel caso la rivalutazione assume dimensioni più ampie, indescrivibili. Ma fallire è anche una condizione: il grande regista (o presunto tale) solo attraverso l’errore rimedierà altrove.
La stagione 2009 – 2010 custodirà una dose imprevista  di Icari, qualcuno giustificabile, altri meno. Premessa: fallimento e brutto film possono convergere, ma anche essere privi di corrispondenze. Questa playlist nasce per registrare alcuni fallimenti, fallimenti soggettivi, di fronte ai quali molti potrebbero sorridere. Una segnalazione di fallimenti quindi, o forse persino una loro celebrazione. Perché in alcuni casi si tratta di fallimenti affascinanti, film di cui ci si innamora ugualmente. Che motivi ha questo amore? Di sangue, se così possiamo definirlo: perché in qualche fotogramma parziale, o semplicemente in qualche parzialità sottratta al totale, ritroviamo la rievocazione di qualcosa che in passato forse era un’opera d’arte.
È comune opinione fissare il canone del fallimento sulla mancanza di equilibrio. Ma il moderno (uomo o arte che sia) è fondato sul contrario della coerenza. Ha ancora senso parlare di equilibrio? Forse solo per un’opera che si dichiara classica e si ispiri al classico (indifferente se a un’arte o a un cinema classico). Al contrario, credo che il fallimento della maggior parte di questi film sia la ricerca della ragione, del compromesso attraverso una condizione d’equilibrio: tutto quadra, vellutando le ambiguità, linearizzando. E dal trasformare il caos in una linea retta che mi sorgono dubbi: d’accordo che c’è richiesta di speranza in giro, ma se non è autentica diventa solo un credo artificiale. E senza fondamenti. Ecco una sintesi di questi credi senza fondamento.
Tra gli altri fallimenti: Lo spazio bianco, Il mio amico Eric, Promettilo.
Colgo l’occasione per riportare una categoria parallela, quella delle delusioni. Ho voluto distinguerla dal fallimento perché coinvolge film dall’aspettativa alta o risultati solo in parte riusciti, ma non appunto segni di decadenza da parte di autori importanti. Tra le delusioni: Videocracy, Lourdes, Cosmonauta, La doppia ora, Il grande sogno, A single man, Nine, Draquila, solo in parte Nel paese delle creature selvagge e A Christmas Carol 3D e a esagerare Il segreto dei suoi occhi.
Due i casi limite: Il cattivo tenente. Ultima chiamata New Orleans (non una farsa sui generi americani come il noir e il poliziesco (da quando Herzog centra con i generi della narrazione tradizionale?); non una nulla indagine basata sul nulla, ma solo un film che irrazionalmente sbaglia, sbagliando in grande, e per questo sembra estremamente moderno o paradossalmente l’espressione ideale per il caos dei personaggi) e Capitalism (da un pezzo Michael Moore si dimentica come fare un documentario critico perché sbandiera giornalismo unilaterale: e Roger & me?, The Big one? Bowling a Columbine?).
A Baaria voglio concedere il beneficio del dubbio: si può fallire solo procreando un’Idea di cui si smarrisce l’intenzione e l’intuizione; Tornatore però non ha nemmeno scalfito la superficie dell’Idea, e senza queste fragili premesse è nato il suo racconto.

  1. South of the Border (2009) Gli ideali rendono ciechi, e partecipi di una sola realtà esibita. L’ideale, anche nobile, ha le sue condizioni: il documentario scema in documento, il documentarista non serve l’informazione ma la sintesi prescelta dell’informazione. E se spostiamo la telecamera su un modello politico condiviso, come ha scelto Stone? Comandante aveva dimostrato l’incapacità dialettica del regista, giornalista davanti a delle storie e non ai personaggi che cambiano la Storia. La sua bassezza però è maggiore in South of the border: la proposta indecente di divulgare i cambiamenti politici dell’America meridionale attraverso il “reportage” degli statisti latini produce una fantasmagoria persino superiore ad Avatar, perché, qualunque sia l’effettiva situazione dei paesi, propone un delirio documentaristico quasi senza precedenti. Non solo l’artista viene manipolato dall’interlocutore politico (Macchiavelli ne sarebbe fiero..) ma genera un documento ingenuo di agiografia di cui l’artista è la prima vittima, perché crede ciecamente a ciò che gli è stato indicato, alla bontà autoritaria e legittima dei governanti (incommentabile l’affermazione di Stone a Chavez: “la considero un fratello”) e spera che le democrazie occidentali, soprattutto gli Stati Uniti, idealizzino questi sistemi politici. Ed è detto da un regista artefice di lungimiranti film sull’ambiguità del potere presidenziale… Spero almeno che South of the border sia il dettato di un’onesta convinzione, perché in ogni caso umilia il documentario e lo stesso Stone (in un colpo solo ha distrutto l’obiettività dei suoi film politici, “dimostrando” che la corruzione morale dei capi di stato è una questione solo americana..).
    In un’intervista cosa può produrre la militanza?
  2. Dvd non disponibileBlu-RayUmd non disponibile Alice in Wonderland (2010) Pensavo che in vita mia non avrei mai parlato male di Tim Burton. Tra tutti questi sette fallimenti, Alice in wondeland è il più irriconoscibile. Ma non il più inatteso, e per certi versi, non il più insperato. Dopo La sposa cadavere il corpo romantico e gotico del cinema di Burton può solo concludersi una seconda volta, e quindi morire continuamente perché non c’è altro da aggiungere in una fase iniziata con Vincent e proseguita per vent’anni con le sfumature che via via si aprivano al sogno, al racconto fantastico, al grottesco, al freak. Sweeney Todd rendeva instabile le coordinate precedenti, senza risolvere la crisi di identità del regista: il musical, l’horror e il fantastico potevano sopportarsi e scatenare le pulsioni meno controllate di Burton, ma soffriva per essere un esame di coscienza del regista, un esperimento per temporeggiare. Con Alice in wonderland Burton prova l’adattamento e si misura con la letteratura alta: è il passo che gli mancava per dimostrare di non dipendere soltanto dalle sue visioni, e di saper tradurre valori universali in immagini universali, come a suo tempo fecero ad esempio Welles e Kurosawa attraverso Shakespeare. Burton poteva restare fedele allo spirito del libro ed invece lo trasforma in un fantasy contemporaneo – possibilità legittima; Burton poteva reintepretare l’opera di Carroll liberamente, ma resta prigioniero dei personaggi, così camuffa incerto lo svolgimento originale con un itinerario proprio. Ha fallito in entrambi i casi. L’immaginario di Burton si smarrisce, l’immaginario di Carroll non esiste proprio se non come controfigura; dello scrittore inglese il regista dimentica il non sense senza nemmeno sostituirlo con le sue consuete forme dark, e quel che è peggio ne disattende la morale, tanto che Alice prima scimmiotta i moderni combattenti di Narnia e nel finale diventa una mercantessa. La morale di Burton è la conquista dell’età adulta attraverso il successo; Carroll voleva fermare il tempo della crescita parlando di bambini e con il linguaggio dei bambini, concedendogli il mondo fantastico e non sfruttandolo. Voi quale morale preferite?
  3. DvdBlu-RayUmd non disponibile Avatar (2009) Cameron sostituisce la fantasmagoria alla responsabilità ontologica del cinema che, anche quando narra, ha il potere meccanico (cioè della macchina da presa) di mentire sulla realtà come qualsiasi arte, ma meno di qualsiasi arte. Creando Pandora propone modelli non necessariamente coerenti, amabili sogni che regalano allo spettatore una “promessa di felicità” forse controproducente e soprattutto visiva. Avatar ha però un merito estetico fondamentale, superiore alla stereoscopia: il cinema come ritorno alle origini, ai primi film dei Lumiere, quando il pubblico non guardava nient’altro che l’immagine, avvinto da ciò che vedevano gli occhi, non da ciò che elaborava la mente, da tutto il resto della visione. La percezione del film come impressionismo delle immagini soltanto, come purezza dello sguardo. È un miracolo, anche se gli ulteriori effetti di Avatar sono devastanti, totalmente bugiardi verso questo traguardo restaurato (gli occhialini per il 3D isolano la visione; inoltre, l’immagine è interiormente ricercata o solo frutto di un “lifting” per abbellire che le fa perdere qualsiasi innocenza e naturalezza?). Infine Avavar è un’utopia. Ma La città del sole è già stata scritta…
  4. DvdBlu-RayUmd non disponibile Basta che funzioni (2009) Una morale elaborata nel titolo. E le scene vi restano racchiuse, recitando il ruolo di illustrazioni per dimostrare. Funziona ciò che basta: dialoghi e battute, che scorrono e scorrono per muovere il riso; e funziona la trama da commedia sentimentale alleniana. Il cerchio quadra, l’importante è “basta che funzioni”. Molte lodi, entusiasmi, perfino elogi di una rinascita: in verità ha vinto la confezione, il giudizio collettivo che “è un brillante esempio di film di genere”, sotto il quale però c’è solo il titolo. Premiare il film di Allen significa accettare che Allen si sia standardizzato. C’è una grande distinzione tra fare sempre lo stesso film e standardizzarsi: per Allen una volta questo significava cambiare l’identità della commedia, ora significa variare gli elementi della commedia mantenendo lo scheletro della tradizione. Broadway Danny Rose non potrebbe esistere più. E c’è chi approva lo stesso, “basta che (Allen) funzioni”.
  5. DvdBlu-RayUmd non disponibile Amabili resti (2009) Peter Jackson è un regista michelangiolesco: ha necessità di un adattamento per recuperare l’emotività interrotta con il lavoro precedente; e così ritorna, ogni volta, alla ricerca di un’emozione più estesa, più (im)possibilmente alta. Come un nuovo Sergio Leone. Creature del cielo comprendeva già Amabili resti; le visioni di un aldilà, l’empatia con un’adolescenza satura. Amabili resti lucida soltanto il pennello, anche perché la forma riscrive Creature del cielo e il contenuto della narrazione serve il libro. Jackson non vuole creare un film ma un romanzo, un romanzo cinematografico, nel bene e nel male. Come se la sua fosse una dichiarazione d’intenti. Il suo umanesimo semplice e sublime però è una strada soltanto morale: il viaggio di formazione (anche sentimentale) postumo della piccola Susie e la punizione del colpevole rasserena il pubblico ma non si espone, quasi per paura di osare, di creare immensamente. Il paradosso è che raccontando l’ignoto, l’assoluto, i misteri eterni, tutto assume un andamento completamente risolto, indubbio, manicheo, banalizzato (uccisione di George Harvey in primis..), new age e con soltanto tanta fede addosso: seguire la storia e le semplici emozioni umane innanzitutto, senza altre responsabilità. Ci si può nascondere dietro un dito con un’entità vastissima (dove si sono pronunciati in forme intellettuali o leggere anche Dante, Lubitsch, Powell e Pressburger) alle spalle?
  6. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile Gli abbracci spezzati (2009) Sconvolgente male. Gli abbracci spezzati è agonia, agonia del cinema e di un regista. Non posso fare a meno di vedere questo film con amore, sovrapposto ad una compassione che non so descrivere: Gli abbracci spezzati muove dalla ricerca di slanci, slanci di un cinema nuovo, di un regista che vuole dimostrare di emancipare alternative nella sua poetica definita, da cui palesemente non vuole uscire. È lo stesso problema di Tim Burton. E così Almodovar ha deciso: manierismo, ma per aggiungere altri canti alla sua Commedia umana, perché vorrebbe fondere il suo cinema in un canzoniere. Come scrivere un capitolo originale? Partendo dalla misura, dalla combinazione di distanza e partecipazione con cui dialogare tra il resto della sua filmografia. La tragedia è che Almodovar in questo modo non crea più a partire dalla realtà, perché media questa realtà attraverso le rappresentazioni con cui l’ha raccontata: ha perso i fondamenti che gli permettevano di restare fedele alla cronaca, preferendo ad essa i miti e i modelli con cui l’ha sostituita, come in un Idealismo moderno e come il cieco regista Harry Caine; così la sue possibilità creative si riducono al dialogo introverso delle proprie contemplazioni passate. Che sia una necessità, che sia un narcisismo isolato nella sua torre d’avorio, non conta. Gli abbracci spezzati è il tentativo di uscire dai propri film, ma ogni fotogramma che cerca di svincolarsi soffre il complesso di Norma Desmond in Viale del tramonto, e ritorna sempre ai miti, a ciò che il regista ha già mostrato e continua a ripetere nel mostrare. Immagini che sono condannate. Un film morto, e forse per questo ha anche i sintomi di un involontario grande film di morte.
  7. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile Gli amori folli (2008) Un fallimento solo se il regista si chiama Resnais. Gli arabeschi dei sentimenti, il conflitto immateriale tra un’insoddisfazione permanente e l’eccesso di coscienza dei sensi, una prognosi umana in costante mutamento: Resnais è il regista -insieme a Bergman- insoddisfatto dell’equilibrio, perché l’uomo che cerca la pace è soprattutto una condizione ironica e perdente, che va brutalizzata e disorientata, ma infine, come ogni iconoclasta cosciente, accetta l’errore di questo tentativo inevitabile, e cerca l’equilibrio umano a sua volta, per necessità e non per logica. Resnais è una volontà intellettuale di potenza cinematografica.
    Gli amori folli è anche Cuori, e contemporaneamente la sua negazione: si scivola per evitare amori placidi, e poi non ci restano che amori tragici, scritti da nervosi non più giovani. Cuori è geometrico quanto Gli Amori folli è disordinato; non più il disordine illuminato di L’anno scorso a Marienbad e Hiroshima mon amour ma una pacata sommossa, che fa spola su percorsi passati per non irretirsi. Come se il suo cinema dovesse cambiare, per non cambiare a sua volta.
SI

Commenti

  • 13 agosto 2010, 00:23 di lord_windermere

    Affascinanti playlist; ma guardandomi e guardando attorno, sembra che aumenti la frequenza delle delusioni, diminuiscano gli entusiasmi, si calcifichino le aspettative; ho l'impressione, o melgio ho paura, che stiamo invecchiando, ad un ritmo innaturalmente crescente, non tanto anagraficamente o demograficamente, ma nel comune sentire. Che ne pensi, kerouak?

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  • 13 agosto 2010, 09:37 di Utente rimosso (andreona)

    Non ho ancora visto il primo; non sono pienamente d'accordo su "Basta che funzioni" e sto ancora metabolizzando "Gli amori folli", visto appena una settimana fa. Detto questo, sui rimanenti quattro non posso che darti ragione.

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  • 13 agosto 2010, 14:06 di tabula rasa elettrificata

    Salve Kerouac , che ne pensi di "Parnassus" di Gilliam ? Non mi sarei sorpreso della sua presenza nella lista , specie per il differenziale negativo tra aspettative e risultato finale .

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  • 13 agosto 2010, 14:19 di kerouac

    La delusione è figlia di un'aspettativa, ma, se come molti affermano, la quantità di ottimi o pregiati film gradualmente diminuisce, inevitabilmente (e inconsciamente) l'aspettativa verso i pochi si confonde con la speranza. A volte senza che si possa distinguerle. I colpevoli delle delusioni possiamo essere noi nella misura in cui cambiamo la percezione, infastiditi forse dagli scarsi traguardi che non vediamo attorno, o per ragioni aliene, quando facciamo appello a persone ugualmente poco confortate dal cinema attuale e dai consigli che può darci qualche critico affidabile. Sembra un panorama debole: una foglia autunnale che si aggrappa ad un'altra foglia autunnale; e in questo fare crepuscolare, anche i pochi consigli che restano si negano vicendevolmente qualora le visioni non coincidano, e di quei presunti pochi film "imperdibili" ne resta un pugno forse. Il gradimento si sta assotigliando? Sì, forse perchè immaginiamo di essere "traditi" troppo spesso, e forse perchè commemorando in anticipo le scarse ispirazioni contemporanee, ci ostinaniamo a vagliare alternative attraverso il passato. Inevitabile? Accettiamo il mistero. (grazie mille a Lord_windermere per la domanda)

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  • 13 agosto 2010, 16:30 di kerouac

    ciao tabula rasa elettrificata. effettivamente "parnassus" non ha concesso molte aperture al cinema di gilliam: a malincuore uno dei più incoscienti visionari sta in uno strano purgatorio: concepisce il film come un gioco privato, e concepisce il gioco privato come una confezione da adattare al pubblico. già con "i fratelli grimm" la genialità di "brazil" latitava, sembrava commensurata. con "parnassus" l'immaginazione resta una questione di inganni, ma lo standard si è abbassato, anche perchè gilliam pensa molto di più al suo pubblico, a rendere "accettabili" i suoi strani sogni. più libero che nei "fratelli grimm" ma per cosa poi? il fascino di gilliam è che sembra sempre in astinenza di visioni, e quindi di immagini. ma è un'astinenza che si avvia a diventare soltanto estetica. E poco altro. Mi dispiace molto...

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  • 13 agosto 2010, 18:04 di tabula rasa elettrificata

    Mi auguro di cuore che Gilliam riprenda il cammino interrotto da qualche pellicola a questa parte . Mi chiedo se ,per una volta ,non sia meglio guardare la vicenda in positivo ovvero : anche Parnassus non è completamente da buttare via considerando che veniva dopo i Fratelli Grimm per cui , se ipotizziamo che quest'ultimo sia stato il suo nadir creativo , risulta possibile leggerlo come un miglioramento. Già, mi sa che sia meglio guardarla in questo modo. Alla prossima Kerouac

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  • 13 agosto 2010, 19:25 di lord_windermere

    Forse, invecchiando sul serio, questo mistero si svelerà naturalmente; grazie a te della preziosa risposta.

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  • 13 agosto 2010, 21:31 di Inside man

    Magnifica play kerouac, di grande utilità e valore critico! Ho trovato di sacrosanta giustezza il tuo discorso sulla "mancanza di equilibrio" quale canone (errato) per giudicare la mancata riuscita (o meglio "il fallimento") di un'opera moderna, sebbene lo vincolerei ad una precisazione e ad un presupposto (credo) necessari e su cui vorrei chiederti un parere: per "moderna" in riferimento ad "un'arte" (quindi anche arti classiche figurative quali pittura e scultura) immagino tu intenda il periodo "800 e "900 secondo la versione "convenzionale" della storia dell'arte, e non nella più recente, radicale (e consona a mio parere) variante sorta con il decisivo contributo di Galassia Gutenberg di McLuhan, che vede nascere il "contemporaneo" (o "post-moderno" come caldeggiato da Barilli) dopo la prima rivoluzione industriale, mentre "il moderno" è riposizionato in periodi ("500 - "600 -"700), in cui l'equilibrio formale e compositivo rappresentava uno dei fattori costitutivi delle varie discipline, addirittura il più importante in alcuni sottoperiodi. Il presupposto invece, penso sia quello di sottolineare la genericità qui data al termine "equilibrio", in quanto parecchio ci sarebbe da discutere, con interesse precipuo, sul significato semantico da assegnare al vocabolo per porlo correttamente sui binari dei fini estetici che sottintendi. Naturalmente correggimi se non ho ben compreso. Un salutone!

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  • 13 agosto 2010, 22:20 di kerouac

    caro inside man. intervento impeccabile. se parliamo di arti figurative, è fondamentale la tua obiezione. una storia dell'arte moderna deve essere racchiusa nelle coordinate del 700, con magari uno studio del neoclassico come strascico ; ) 800 e 900 appartengono al contemporaneo, in tutto e per tutto. non per niente è la tradizione più immediata per ricollocare il cammino del nuovo millennio, la radice culturale basica. Molti allargano la nozione di moderno, ma in realtà l'uomo moderno è figlio di una cultura della ragione, derivata dall'umanesimo e cresciuto con l'emancipazione della razionalità. avrei dovuto usare contemporaneo, assolutamente. poi però ho pensato... a baudelaire.. Le pagine di baudelaire parlano del "moderno". volevo richiamarmi a questa nozione estesa come generale condizione per sottrarmi alla cultura classica e cristiana. In sintesi per seguire una tripartizione elementare, non dettagliata. però sul termine "moderno" ci sono obiezioni anche nel cinema: il moderno attualmente è trapassato, perchè è vissuto tra gli anni '60 e '70, per poi morire nello stravolgimento della decade successiva. Si parla di postmoderno.. o per chi non ci crede di un evoluzione del moderno. Forse questa transizione parziale è causata dalla confusione di tendenze: abbiamo ancora un regista neoclassico come Eastwood, e registi moderni come Scorsese, Coppola, Bellocchio. Ma "l'epoca" non può che essere definita postmoderna. Coen, Tarantino, Lynch, Cronenberg, Carpenter, Nolan, Bay: tutti postmodernisti (molto più di Cameron onestamente..) ... e l'elenco continua... ci sarebbe un altro punto focale: se "equilibrio" perde di senso nel postmodernismo, perchè molta critica lo accetta solo parzialmente? Per esempio "Antichrist" è uno dei più postmoderni film del decennio...ma qualcuno se ne è accorto? Per esempio perchè molti analizzano "Mulholland drive" con un razionalismo scettico che rimanda la critica a retrocedere nella perenne "chiarezza" del CAUSA-EFFETTO? Azzardo un altro punto che mi sta a cuore: il postmodernismo è una definizione limitata, ancora da espandere? Il mio sogno sarebbe se anche un film radicale come "la sottile linea rossa" come una magica, alchemica combinazione di classico, moderno, postmoderno insieme...un miracolo che finora non si è mai replicato. un salutone!!!!!!

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  • 14 agosto 2010, 02:10 di Inside man

    Perbacco che intervento kerouac... sono in totale sintonia con te (quesiti compresi), null'altro da dire se non... chapeau!

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