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20/09/2010 h. 18.58 Film da dimenticare
Il cane che si mangia la coda.

Il cane che si mangia la coda.

E' la crescente violenza nei film che che porta i giovani ad essere sempre più violenti, oppure è perché i giovani sono sempre più violenti che l'industria cinematografica cerca di stare al loro passo, con un escalation che non si sa fin dove arriverà ?  Secondo me arriverà a torture e morte in diretta senza che nessuna si opponga.

  1. DvdBlu-RayUmd non disponibile Arancia meccanica (1971)
  2. Assassini nati (1994)
  3. Bowling a Columbine (2002)
SI

Commenti

  • 20 settembre 2010, 19:07 di LIBERTADIPAROLA75

    Una playlist sull'argomento è sicuramente interessante, anche se non penso che la violenza dei film abbia una qualche ripercussione sulle azioni degli spettatori. Anzi...una volta avevamo lo splatter che faceva ridere ed era liberatorio. Quindi sembra (parer mio!) che più violenza viene mostrata più lo spettatore non ne voglia cercare nella realtà (quindi la violenza sullo schermo farebbe bene alla salute!)...

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  • 20 settembre 2010, 19:45 di maghella

    La penso più o meno come Libertà, non credo proprio che la violenza sullo schermo possa scatenarne nella realtà...Anzi vederla proiettata in alcuni casi esorcizza rabbia repressa...Poi è ovvio che le cavolate,i film spazzatura e la violenza gratuita può non piacere, ma a quel punto si gira canale...Aborro di piùi film patetici che vogliono far leva su falsi moralismi e perbenismo. "Herrry Pioggia Di Sangue" è stato un film molto discusso per questo motivo di violenza gratuita, ma trovo che sia stato giudicato troppo severamente, bisognava esagerare con certe scene per rendere d'effetto la sceneggiatura, altrimenti veniva fuori un altro tipo di film, io ,per esempio, l'ho trovato molto bello.

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  • 20 settembre 2010, 19:58 di Utente rimosso (andreona)

    Trovo che la violenza gratuita (o quasi) sia catartica, ecco perché amo alla follia Tarantino.

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  • 20 settembre 2010, 20:06 di kotrab

    Sbaglio o la violenza è sempre esistita da quando esiste la vita?

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  • 20 settembre 2010, 21:14 di Utente rimosso (volodja)

    Un alto tasso di ironia e umorismo dissacrante direi che separa l'esibizione gratuita di questi anni, da quella ben più pericolosa di una cinematografia di genere, attiva sopratutto negli anni '70. Anni, che per quanto a violenza, non avevano nulla da invidiare ai nostri...(anzi !!!) ...insomma questa volta la tua analisi, sia sociologica che cinefila, mi sembra un pò superficiale. tutto ciò detto con stima, ovviamente.

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  • 20 settembre 2010, 21:38 di Blondie

    Ho sempre pensato anch'io che la violenza sullo schermo non generi violenza e che, in effetti, sia solamente catartica perchè è ovvio che quando vedo sullo schermo Vincent Cassell fracassare la testa di un tizio in un locale con un estintore (Irreversible), mica mi salterebbe mai in mente di imitare le sue mirabolanti gesta. Poi però ho conosciuto certi americani (sic!!!). Poi però ho sentito gente chiedersi (seriamente!) all'uscita di "Paranormal Activity": ma è tutto vero? sarà successo veramente? Al che qualche dubbio mi è francamente venuto. Consiglio a tal proposito di approfondire l'argomento con le "leggi sulla stupidità umana" di Mario Cipolla ("Allegro ma non troppo", Il Mulino, 1988) di cui cito solamente la prima delle cinque leggi fondamentali: "sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione".

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  • 21 settembre 2010, 02:38 di maldoror

    Secondo me è il tentativo di appagare il sistema nervoso sempre più abbrutito e desensibilizzato del pubblico di oggi che spinge il cinema alla ricerca di formule commerciali sempre più aberranti e a una degradazione del corpo umano sempre più selvaggia. Vedasi i tanto osannati dalla critica horror francesi, che a mio avviso altro non sono che l'espressione indiretta dell'angoscia e della paranoia che l'uomo contemporaneo nutre nei confronti di un mondo divenuto sempre più opprimente, schiacciante, alienante e invivibile. Anch'io in ogni caso sono convinto che a nessuna persona sana di mente possa passare per la testa di imitare le gesta di Alex de Large o il capro espiatorio che volete voi, ma che bisogna già avere le rotelle fuori posto per farlo; di certo però, se ciò che viene mostrato sullo schermo è la sublimazione delle sensazioni che il cittadino medio riceve dal mondo esterno, c'è di che riflettere.

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  • 21 settembre 2010, 03:32 di Neve Che Vola

    Bella la domanda che ti poni, panflo, si tratta proprio di un circolo vizioso del quale poco importa capire l'origine, quanto piuttosto di fermarlo. Alcune terapie psicologiche hanno abbandonato l'idea di capire l'origine di un circolo vizioso, per il semplice fatto che una volta attivato è attivato, e capirne l'origine non è così importante al fine di fermarlo. Non condivido l'idea che la violenza abbia un effetto catartico, per il semplice motivo che la violenza è un avvenimento cui assistiamo, sono piuttosto le nostre reazioni ad essa a condurci verso una catarsi o verso una liberazione della mente, oppure verso un aumento della distruttività. Esistono terapie che si basano sullo sfogo della rabbia repressa (vedi Al Lowen ed altri), per esempio prendi a pugni un cuscino (che è inanimato) e, caricando il gesto del sentimento rabbia (altrimenti diventa un gesto meccanico), riesci a far emergere alla superficie la parte repressa che ti intossica. Una premessa indispensabile: sarebbe l'ora di levarsi dalla testa una volta per tutte l'idea dell'emulazione come di un pericolo immediatamente conseguente alla visione di scene di violenza. Lo dicono i fatti: hai visto John Wayne sparare mille volte, eppure non l'hai emulato; vedi Van Damme spaccare in quattro un avversario, mica lo emuli. questo pericolo sussiste nel caso di persone già sulla linea di confine: la visione della scena è la goccia che fa traboccare il vaso. E sarebbe il caso, per lo stesso motivo, di levarsi dalla testa che allora - visto che non c'è un reale pericolo di immediata (o meno immediata) emulazione - questa sia la prova a favore della bontà della violenza che si vede sugli schermi. Coloro che formulano accuse contro l'esibizione sullo schermo della violenza, si danno la zappa sui piedi da soli portando il discorso sulla emulazione, perchè la realtà dei fatti la smentisce, se non appunto nel caso di persone già squilibrate. In cosa consiste il reale effetto dell'esposizione prolungata a scene di violenza gratuita ed inutile ? Nell'effetto di accumulo a livello sottile. Se credi di far condannare l'atto di violenza (gratuito, qui non si sta parlando di scene di violenza sulle quali sarebbe meglio essere informati) portando come prova l'emulazione, stai fresco! Se la cava anche se l'avvocato difensore è un frillo qualsiasi. Non c'è bisogno di Perry Mason. Tirando in ballo l'effetto di accumulo a livello sottile, allo stesso tempo tiri in ballo la cosa più importante: quanto ne sappiamo del funzionamento della psiche, o dell'esistenza di piani energetici e via dicendo? Esiste un fattore energetico sul quale l'esposizione a visioni di violenza può influire A NOSTRA INSAPUTA? La frase di maghella: "Poi è ovvio che le cavolate, i film spazzatura e la violenza gratuita può non piacere, ma a quel punto si gira canale", molto simile alle affermazione di Lucy Liu sul Kill Bill vol.1, a mio avviso è sbagliata. Sottintende una coscienza ed una padronanza di sè che l'essere umano deve conquistarsi a prezzo spesso di una dura lotta, rappresenta il punto di arrivo, non di partenza. Lucy Liu disse che siamo avvertiti della presenza della violenza in Kill Bill, e che sta a noi non entrare al cinema. Anche qui entriamo nella banalità della osservazione spicciola, di noi stessi, degli altri: s'è mai visto che la minaccia rappresentata dal fumo ai polmoni del fumatore abbia rappresentato un valido deterrente al fumare? Ci stampano un teschio e la scritta "pericolo di morte", eppure la gente continua a comprarsi il caro catrame chiudi polmoni. O sbaglio? Sai che la cioccolata ti fa male, eppure ne mangi un chilo. E' meglio non andar veloci in macchina, ma te ne freghi, e sfrecci a 200 all'ora dove c'è il limite dei 60. O sbaglio? Proprio perchè c'è violenza, e proprio perchè ti da fastidio, magari rimani sintonizzato sul canale sbagliato. Magari ti tappi un occhio, ma tant'è il canale è quello. E' pericolosa l'affermazione di Lucy Liu perchè falsifica la realtà dei fatti. Siccome nessuno di noi ha le palle per guardarsi seriamente allo specchio ed ammettere di non essere cosciente come si crede, ecco che convinzioni come quelle di Lucy Liu vengono avvalorate e credute. Bell'affare, tu ne esci responsabile delle tue azioni, pur essendo invece un bambino delle elementari. Secondo il Dalai Lama, interrogato al proposito delle forme di "violenza catartica" di alcune terapie, quali appunto il prendersela con un cuscino, disse più o meno che sono armi a doppio taglio. Da una parte si ottiene una liberazione reale dovuta allo sfogo, ma d'altra parte sottovalutare l'abitudine al gesto "catartico" di colpire un cuscino quale stimolatore allo stesso tempo di aggressività, sarebbe un tragico errore. Le due cose vanno insieme. Lo psicologo italiano Roberto Assagioli riporta alcune leggi che governano il comportamento umano, delle quali a mio avviso la conoscenza sarebbe assai più preziosa dei massimi sistemi di Aristotele. Le riporto per curiosità: Prima legge: "Le immagini o figure mentali e le idee tendono a produrre le condizioni fisiche e gli atti esterni ad esse corrispondenti". (o anche: "Ogni immagine ha in sè un elemento motore"). Seconda legge: "Gli atteggiamenti, i movimenti e le azioni tendono ad evocare le immagini e le idee corrispondenti; queste, a loro volta, (secondo la legge seguente) evocano o rendono più intensi le emozioni e i sentimenti". Terza legge: "Le idee e le immagini tendono a suscitare le emozioni ed i sentimenti ad esse corrispondenti". Quarta legge: "Le emozioni e le impressioni tendono a suscitare e ad intensificare le idee e le immagini ad esse corrispondenti o collegate". Quinta legge: "I bisogni, gli istinti, gli impulsi e i desideri tendono a produrre le immagini, le idee e le emozioni corrispondenti. Immagini ed idee, a loro volta (secondo la 1a legge) suggeriscono le azioni corrispondenti". Sesta legge: "L'attenzione, l'interesse, l'affermazione e la ripetizione rafforzano le idee, le immagini e le formazioni psicologiche su cui si accentrano". Settima legge: "La ripetizione degli atti intensifica la tendenza a compierli e rende più facile e migliore la loro esecuzione, fino a che si arriva a poterli compiere inconsciamente". Ottava legge: "Tutte le varie funzioni, e le loro molteplici combinazioni in complessi e sub-personalità, mettono in moto la realizzazione dei loro scopi al di fuori della nostra coscienza, e indipendentemente da, e perfino contro, la nostra volontà. La [ottava]legge è stata chiamata da Baudoin la "legge delle finalità subcoscienti"[...]. Secondo il grande psicologo (che in un primo tempo aderì a molte idee freudiane, salvo poi allontanarsene per creare una visione personale): "Per affrontarli [i veleni psicologici] in modo efficace, ci dobbiamo ricordare che questi veleni psicologici non esistono solo nell'ambiente esterno, ma anche in misura più o meno grande, in tutti noi. Dobbiamo dunque cercare di eliminarli, o almeno ridurre al minimo, anche dentro di noi. È uno dei compiti specifici della psicosintesi individuale, e richiede tecniche diverse da quelle adatte a proteggerci dai veleni esterni. Per ottenere il massimo risultato, le due operazioni dovrebbero procedere di pari passo. Ciò perché, da una parte è praticamente impossibile raggiungere un tale grado di libertà ai veleni interni da essere completamente immuni dall'influenza di quelli che vengono dal mondo esterno. Dall'altra, i veleni esterni tendono a nutrire ed intensificare in noi i veleni corrispondenti. Si forma così un circolo vizioso: i veleni esistenti in noi aprono la porta all'influenza di quelli esterni, mentre questi ultimi intensificano i primi. Il modo più efficace di rompere questo circolo vizioso è quello di ritirare deliberatamente l'attenzione da questi veleni psicologici. Questo libererà l'energia dell'attenzione e le permetterà di focalizzarsi altrove, in una direzione in cui può essere più utile. Ritirare in questo modo l'attenzione costituisce un preciso atto di volontà sapiente e a sua volta contribuisce a rafforzare la volontà stessa". (...) "L'aggressività e la violenza sfrenata oggi diffuse nell'umanità sono troppo evidenti perché ci sia bisogno di farle notare. Il primo passo riparatore è quello di smettere di intensificarle accentrandoci sopra attenzione ed interesse ingiustificati. E invece i giornali, le riviste, il cinema e la televisione fanno a gara nel presentare resoconti vivi e drammatici di episodi di scene di aggressione e violenza. Tutta questa enfasi può servire solamente ad aumentare l'aggressività attraverso l'azione di quello che è stato chiamato il "potere nutritivo dell'attenzione". Costituirebbe dunque una misura di elementare igiene psicologica, di protezione della nostra salute mentale, evitare o almeno limitare al massimo di esporci a resoconti sensazionalistici e alle illustrazioni di questo genere. Ciò non significa chiudere gli occhi alle aggressioni e alla violenza, ignorandone l'esistenza. Una cosa è mantenersi obiettivamente informati - per uno scopo utile - su queste condizioni, e un'altra sottoporsi indiscriminatamente a una ondata di descrizioni e di immagini a sensazione". __ Interrompere il "potere nutritivo dell'attenzione" richiederebbe in primo luogo capire che esiste e come opera, ma qui casca l'asino, a nessuno interessa veramente. Portare attenzione a qualcosa (i videogiochi sono un esempio lampante) rinforza la stessa azione di portargli attenzione. Quante volte ho pensato di giocare a Tomb Raider a causa della mia attrazione per l'eroina Lara Croft, fin'ora sono però riuscito a non comprare alcuna playstation. Questo perchè mi dico: "E' inutile che tu parli di giocarci con coscienza, la vera coscienza sta nel non giocarci. Ora sei in tempo ed è facile, ma potrebbe non esserlo altrettanto dopo che ci hai giocato per un pò". Qualcuno potrebbe obiettare che allora nascondo in me il segreto timore di divenirne vittima, ed infatti è proprio così: non sono certo di come reagirei e siccome il gioco non vale la candela, me ne sto tranquillo senza playstation. E' già qualcosa! __ Il metodo della "catarsi" per mezzo della violenza può forse essere utile per alcuni, oppure esserlo temporaneamente (nel caso per esempio di qualcuno così ingolfato di rabbia da non poter ragionevolmente prevedere di poterlo aiutare in altri modi, come una specie di "pronto soccorso"), ma dubito che possa costituire una soluzione. Sono più propenso a credere che un ferreo esecizio della non-violenza, della non-visione della violenza gratuita, sarebbero di gran lunga più proficui. Ma richiedono maggiore volontà, senza contare che per prima cosa occorrerebbe esserne convinti - cosa della quale dubito sia facile convincere chi già non lo sia. Le parole non servono, solo l'esperienza serve. Occorrerebbe prendere coscienza della divisione interiore - le subpersonalità colpevoli delle "finalità subcoscienti". Per chi non l'avesse visto, suggerirei la visione de "Il pianeta proibito" (1956), uno dei capolavori della fantascienza, nel quale tutto ciò viene descritto con grande efficacia.

    cancella commento cancella commento e blacklista Neve Che Vola
  • 21 settembre 2010, 05:33 di LAMPUR

    Se invece del cuscino prendo a cazzotti Assagioli, la terapia funziona lo stesso?

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  • 21 settembre 2010, 08:20 di FABIO1971

    Secondo me parte del problema sollevato dovrebbe essere analizzato considerando il ruolo della televisione come produttrice di violenza: la violenza esibita in tv (e non mi riferisco alla violenza dei film trasmessi), infatti, costituisce un magma ribollente in cui ogni spettatore, volente o nolente, è costretto ad immergersi. La violenza diffusa dalla tv (penso, ad esempio, alle immagini dei tg) non viene quasi mai considerata come motore di qualche pulsione negativa: quel motore viene individuato esclusivamente nei film, come se l'assuefazione alle immagini raccapriccianti di un telegiornale fosse tollerata in nome del solito e banale luogo comune che la violenza di quelle immagini è "reale", perciò "vera" e quindi "accettata". Il film, invece, è finzione e, come tale, secondo i soliti benpensanti, se veicola messaggi distruttivi o esibisce devastazioni va criticato/osteggiato/limitato. Un sillogismo, a mio parere, concettualmente inaccettabile... Un saluto a tutti!

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  • 21 settembre 2010, 12:43 di Neve Che Vola

    @LAMPUR: Pare che oggi prendere a pugni la gente sensata rassicuri molta gente. Sei fra questi? @FABIO1971: D'accordissimo, uno dei fattori decisivi è la ripetizione, e la tv è quotidianamente accesa. Comunque se un film veicola messaggi distruttivi, in quanto tale, a mio parere andrebbe condannato. Se già la tv svolge il suo ruolo negativo, non c'è ragione di aggiungere violenza inutile anche al cinema. _ La legge numero uno di Mario Cipolla è stata già enunciata, ecco, è da tenersi ben presente. I film sono fatti per la massa, non ad personam, per cui ci andrei cauto prima di buttare spazzatura a piene mani indiscriminatamente. Saluti che devo andare e, se non incontrerò LAMPUR in vena di sfoghi catartici, forse riuscirò a rientrare stasera.

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  • 21 settembre 2010, 14:40 di panflo

    @TUTTI Grazie per gli interventi che riflettono, come sempre, che il popolo italiano è diviso a metà su tutto. Nord Sud, destra sinistra, laico religioso, violenza si violenza no. Io penso solo all'adolescente degli anni '50 la cui unica visione di violenza erano i racconti (non le visioni) dei parenti sulle atrocità della guerra appena finita , e l'adolescente di oggi abituato a vedere la violenza scatenata ai massimi livelli sia al cinema che in videogiochi eTV; non temo l'emulazione, come giustamente dice @"nevechevola" , temo la consuetudine ; quando l'animo di un quindicenne è portato a pensare che l'eccesso di violenza sia "normale" (perché viene liberamente mostrato giornalmente senza che gli adulti si scandalizzino) su quali basi crea la sua futura personalità e che mondo creerà in futuro ? Forse migliore del nostro, spero.

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  • 21 settembre 2010, 19:16 di LAMPUR

    ... quando non si può più giocare nemmeno con un utente, solitamente, delicato, sveglio e simpatico come Neve Che Vola, ecco che c'è qualcosa che non và. Dove manca il gioco manca la serenità ed il sorriso. Ma non è che uno nasca col sorriso. Se cresci coccolato, ben educato, sereno, probabilmente acquisti anche giudizio, saggezza e buon senso. Se (ri)nasci nella striscia di Gaza (per iperbole) posso non stupirmi se mi divieni terrorista e con l'odio per il mondo. Semplicistico ma efficace.

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  • 22 settembre 2010, 03:52 di Neve Che Vola

    @LAMPUR: Esistono però dei frangenti nei quali il gioco può essere fuori luogo, o semplicemente colui a cui è diretto l'imput del gioco essere più nervoso del solito. Quando mi sono svegliato stamattina ero nella necessità di prepararmi per andare a Torino, neanche volevo accendere il pc, ma alla fine l'ho fatto per vedere se mi fossero arrivati dei messaggi forse utili per la giornata a Torino. Purtroppo, ho voluto vedere se c'era stata qualche risposta al mio post pur sapendo di avere al massimo cinque minuti cinque di tempo per rispondere, visto che la questione sollevata da panflo la trovo della massima serietà. Mi ero riproposto, nel caso, di pensare durante il viaggio in treno ad una possibile risposta. Ho trovato la tua risposta e, complice il momento infelice, non l'ho gradita. Comunque non l'avrei apprezzata a prescindere - ci ho messo del tempo a metterla insieme, alcuni copia incolla erano pronti, ma la maggior parte no. Dovevo alzarmi presto ma sono andato a dormire tardi proprio per finirla. Ci ho messo un pò di me stesso, l'argomento mi sta a cuore per il semplice fatto che purtroppo io ci vivo in mezzo alla gente, non sono su un pianeta a godermi le comiche terrestri. A me sta particolarmente a cuore il tema del cambiamento. Se non avessimo problemi, non ci sarebbe bisogno di alcun cambiamento, se non sbaglio. Siccome ne abbiamo, allora ritengo della massima importanza indagare a fondo le possibilità di cambiamento in positivo. Uno dei mali, se non il principale, che richiederebbe uno sforzo verso un cambiamento, è proprio la vecchia vecchia storia della violenza che come dice kotrab è sempre esistita. Il fatto che sia sempre esistita non è però un fattore sufficiente per metterci l'animo in pace a considerarne con leggerezza la messa in scena laddove non necessaria. Questo punto è controverso, alcuni la pensano in un modo, altri diversamente. Sia quel che sia, sembra che il cambiamento sia auspicabile, trovami qualcuno che non si lamenta per qualcosa che gli va storto! Tornando a noi e alla mia mancanza di giocosità, mettiti nei miei panni: dopo aver enumerato alcune osservazioni di Assagioli che non era l'ultimo idiota - a parer mio assolutamente imprescindibili se si vuol parlare di cambiamento - l'unica cosa che ritrovo è una tua battuta oltretutto espressa in maniera che trovo non troppo piacevole, mi riferisco all'idea di prendere a pugni come fosse un cuscino un uomo di questa grandezza. Rimango sorpreso che l'abbia espressa tu in tal forma. Cosa intendevi dire? Rimettiti nei miei panni: volevi dire che le parole di quest'uomo sono idiozie? Oppure che ti trovi davvero colpito, e a causa di questa ammirazione per un uomo capace di sbatterti davanti alle tue responsabilità, ti verrebbe voglia di prenderlo a pugni? Visto che non ho capito cosa intendevi, avrei dovuto chiederti "cosa intendi dire?", invece purtroppo ho risposto di getto. Però avevo inteso dare una forma scherzosa alla risposta, aggiungendo che se ti avessi incontrato probabilmente non sarei tornato a casa. Tu l'hai letta evidentemente alla luce della prima affermazione, e ci sta benissimo, in effetti il senso è indecidibile. Ho scritto una cosa sbagliata. In più, visto che ti sono debitore a causa del fatto che m'hai trattato sempre benissimo ed io mai ho contraccambiato adeguatamente (non è evidentemente la mia specialità ricambiare, purtroppo), ci sta doppiamente un risentimento verso la mia risposta che è stata infelice ma appunto dettata anche dalla fretta. Stamattina ero in uno stato della mente in cui non ho percepito con chiarezza le possibili implicazioni della mia risposta. La situazione mi è sfuggita di mano. Forse ho data troppa importanza alle idee di Assagioli, ma tu capisci che in un contesto dove ognuno dice la sua senza spiegare nulla, la sola enunciazione di leggi psicologiche della portata di quelle di cui sopra, mi sembrava un elemento su cui riflettere. Voglio dire: se il cambiamento è importante, ci si deve rivolgere a persone che di cambiamento se ne intendono, sempre criticamente, si intende. La prima volta che lessi le leggi che Assagioli enuncia (ma non sono sue) le trovai del massimo interesse. Mi parvero questione di vita o di morte. A mio parere, ciascuna legge meriterebbe una riflessione a parte in quanto possibile strumento di cambiamento. Oppure può anche essere che io scopra l'acqua calda, ma non mi pare, in tutta franchezza. Un conto è formulare teorie su impressioni, un altro è trovarsi davanti a leggi perfettamente enunciate ma comunque bisognose di verifica sperimentale al fine di convincersi della loro validità. Se l'Ottava legge fosse giusta ( "Tutte le varie funzioni, e le loro molteplici combinazioni in complessi e sub-personalità, mettono in moto la realizzazione dei loro scopi al di fuori della nostra coscienza, e indipendentemente da, e perfino contro, la nostra volontà. La [ottava]legge è stata chiamata da Baudoin la "legge delle finalità subcoscienti"), ci si rende conto della portata di una simile visione? Oppure son cose risapute o risibili? Se questa legge fosse vera, per esempio, porterebbe alla conclusione che la nostra piccola diatriba possa essere stata causata da uno stato della mente non imputabile a te o a me in quanto volontà maligna, ma del quale siamo stati portatori "sani". La situazione ci è sfuggita di mano, ecco tutto. Quindi, perderebbe di significato la mia osservazione sul tuo non aver considerato che avevo messo impegno nello scrivere il mio post. Sarebbe altrettanto vero che io non ho considerato tanti fattori positivi - i tuoi incoraggiamenti spesso ripetuti, per esempio - dimostrati verso di me che, con un minimo di sforzo, mi avrebbero indotto a sorvolare sulla presunta espressione infelice su Assagioli ed aderire allo scherzo. Purtroppo non ne son stato capace. Riguardo a quello che affermi poi sull'ambiente in cui si cresce, sono d'accordo ma a livello di probabilità. Se tu prendi a calci e a pugni un individuo, probabilmente diventerà un cane rabbioso. Ma i casi delicati non sono questi, sono piuttosto quelli in cui è difficile capire in che modo un membro di una famiglia, di un gruppo, faccia le spese di un apparente situazione di mancanza di violenza e mostri ugualmente i sintomi o di un disturbo patologico oppure di un ricorso alla violenza apparentemente inspiegabile. Se, apparentemente, è cresciuto in una famiglia che vista dall'esterno sembra amorevole, come mai si comporta come se fosse stato tenuto legato ad una catena? A mio avviso, la spiegazione dell'effetto che l'esibizione di violenza può avere sugli individui rientra in questi casi più inspiegabili. O trovo comunque più utile dedicarsi a questi a causa della loro difficoltà, che non a casi di evidenti maltrattamenti che parlano da sè. Forse saprai che tempi addietro la schizofrenia era ritenuta una malattia individuale, lo schizofrenico era il malato e in quanto tale bisognoso di cure ad personam. Ci furono però dei pionieri di grande merito che cominciarono a chiedersi se il linguaggio dello schizofrenico non potesse, in qualche modo, aver senso compiuto anche se sfuggiva al nostro codice di decodifica delle sue esternazioni. Fino ad allora, lo schizofrenico era ritenuto senza logica. Furono gli studi di uomini come R.D. Laing a portare alla luce il fatto che invece le loro comunicazioni avevano una logica, e non solo, ma l'esatta logica che praticamente quasi qualsiasi altro essere umano normale posto in quelle condizioni avrebbe usata. Vide con chiarezza che certe famiglie cosiddette amorevoli ponevano il "malato" nelle condizioni di diventare quello che era, senza alcuna possibilità di scelta. La schizofrenia non più come malattia individuale, ma come risultante di un sistema malato in cui uno o più membri facevano le spese. Laing ficcò il naso nelle zone oscure probabile vera causa della cosiddetta schizofrenia. Ma bisogna ammettere che queste zone rimasero tranquillamente oscure pur essendo davanti agli occhi. La mia personale idea è che zone simili continuino ad esistere e che tendano a passare inosservate, per esempio la già citata affermazione di Lucy Liu che suona logica e convincente ad un primo ascolto. _ Forse sono anche rimasto deluso dal fatto che da te mi aspettavo ben altro interesse per il pensiero assagioliano, a mio avviso merita. @panflo: certo, è la consuetudine il nemico. Se è vero che siamo fatti come iceberg, con i sette ottavi (l'inconscio) sott'acqua, e solo un ottavo emerso (la cosiddetta parte conscia), è facile che i sette ottavi nascosti siano la forza attiva che ci guida. Per raggiungere l'inconscio, non c'è maniera migliore che ripetere le stesse azioni, cominci con suonare un do e finisci per suonare, tramite l'automatizzazione (cioè ciò che finisce nell'inconscio) dei gesti più semplici, i concerti di Rachmaninoff. Tramite una disciplina, raggiungi l'inconscio. Ora, se tutti i giorni giochi al Tomb Raider, trovo poco credibile non imputare a questa azione ripetuta il suo sedimentarsi nell'inconscio, non necessariamente tramite una equivalenza diretta (cioè sparare virtuale= spinta a sparare nella realtà), quanto più probabilmente indiretta ed in forme diverse dall'originale (per esempio, sparare virtuale=scontro interiore tra diverse parti interiori e possibile stato depressivo).

    cancella commento cancella commento e blacklista Neve Che Vola
  • 22 settembre 2010, 04:59 di Neve Che Vola

    Vorrei aggiungere che una delle cose più comiche e tragiche al tempo stesso presenti nell'odierna società sia la definizione della depressione quale "male oscuro". C'è gente che ha l'aria di crederci, che sia davvero "oscuro". Perfino un libro si intitola così. E' mia convinzione, sostenuta dalla mia esperienza, che invece non sia affatto oscuro, ma semplicemente le cause rimangano relegate nelle zone volutamente non indagate, oppure semplicemente perchè passano inosservate. Sono convinto che, in misura direttamente proporzionale alla convinzione dell'oscurità di questo "male", si possa giudicare lo stato di coscienza di una società. Alla fine, la depressione mi pare tutto sommato nascere dalla presenza di un conflitto (vedi Krishnamurti "Sul conflitto") e dalla sua inaccessibilità allo sguardo. Il veleno psicologico introiettato a causa della visione della violenza, può benissimo essere avvertito come depressione. È chiaro che un simile approccio debba essere sostenuto da un certo tipo di premesse e convinzioni: per esempio, secondo gli indù: "Tutto è cibo. Non ci nutriamo solo di cibi vegetariani o non vegetariani, ma anche di suoni vibrazioni visive, di ogni genere di impressioni: proporzioni architettoniche, unione di forme di colori; armonie, ritmi musicali e tutte le idee con cui veniamo in contatto. Tutto questo, assorbito meccanicamente e senza vera attenzione per tutto il giorno, ha composto il nostro essere e continua a comporlo". Una comprensione intellettuale di idee del genere può essere di aiuto; sarebbe già qualcosa, ma bisognerebbe arrivare a "vedere" che le cose stanno proprio così. A proposito del "vedere", appena avrò tempo aggiungerò un piccolo episodio che lo psicologo G.Nardone riporta nel suo libro "L'arte del cambiamento", preso da "I miserabili" di V.Hugo. Niente di nuovo sotto il sole, ma esprime con chiarezza la differenza di percezione di uno stesso episodio da parte di un singolo soggetto. Episodio che molti già conosceranno.

    cancella commento cancella commento e blacklista Neve Che Vola
  • 22 settembre 2010, 14:59 di panflo

    @nevechevola, è stato un piacere leggerti, per di più in una mia play. Grazie.

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  • 22 settembre 2010, 16:23 di panflo

    Termino dicendo a tutti coloro per cui la violenza "rilassa" di guardarsi SAW - L' ENIGMISTA e poi mi dicano se si sono rilassati: Un salutone e buona visione.

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  • 22 settembre 2010, 17:36 di maghella

    ...Ah Panflo...Io me sò rilassata...Che vorresti dì? =D

    cancella commento cancella commento e blacklista maghella
  • 22 settembre 2010, 18:18 di panflo

    @maghè cominci a farmi paura....

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  • 24 settembre 2010, 04:54 di Neve Che Vola

    Grazie a te, panflo, che hai attirato l'attenzione sull'argomento. Un giorno servirà a qualcosa? _ Ecco la citazione dal libro di Nardone: "(...) racconto di Victor Hugo su Jean Valjean nei Miserabili. Valjean, un violento criminale, al suo rilascio dopo una lunga permanenza in carcere che lo ha reso ancora più brutale, è sorpreso a rubare l'argenteria della diocesi. Viene condotto davanti al vescovo; ma invece di giudicarlo un ladro, il vescovo gli chiede con molta gentilezza perché abbia dimenticato due candelieri d'argento che facevano parte del dono che gli aveva fatto. Questa gentilezza cambia totalmente il modo di vedere di Valjean; ancora sotto l'effetto del turbamento causato dalla "ristrutturazione" della situazione operata dal vescovo, Valjean incontra un ragazzo, Gervais, che gioca con le sue monete, e perde un pezzo da 40 sous. Valjean mette il piede sulla moneta impedendo a Gervais di riprenderla. Il ragazzo piange, invoca disperatamente la restituzione della sua moneta, e alla fine scappa via. Solo allora Valjean si rende conto di quanto il suo comportamento, che solo un'ora prima sarebbe stato per lui ovvio, alla luce della generosità del vescovo appaia invece orrendamente crudele. Corre dietro a Gervais, ma non riesce a trovarlo. Hugo spiega: "egli avvertì vagamente che la comprensione del prelato era l'assalto più formidabile da cui fosse mai stato colpito; che la sua durezza sarebbe perdurata se avesse resistito alla sua clemenza; che se egli avesse ceduto, avrebbe dovuto rinunciare a quell'odio col quale le azioni degli altri avevano riempito la sua anima per così tanti anni e che gli piaceva: e questa volta doveva vincere o essere vinto e che questa lotta, una lotta enorme, definitiva, era cominciata tra la sua malvagità e la bontà di quell'uomo. Una cosa che non sospettava era certa, comunque: che egli non fosse più lo stesso uomo; tutto era cambiato in lui e non era più in suo potere sbarazzarsi del fatto che il vescovo gli avesse parlato e preso la mano." (...) Ciò che Hugo mostra, è la perenne esperienza umana del cambiamento profondo che emerge dall'azione inaspettata e imprevedibile di qualcuno." _ Nonostante ripetuti tentativi, non sono stato capace di formulare un commento appena decente... Se riuscirò, lo posterò.

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  • 24 settembre 2010, 06:20 di Neve Che Vola

    Non riesco a commentare, perchè mi sembra quasi di avere a che fare con due personalità che vogliono dire due cose diverse, ma usando lo stesso linguaggio ed esempi. Qualsiasi idea venga espressa dalla parte a, non sarebbe espressa diversamente dalla parte b, eppure non vogliono dire la stessa cosa. Su questa linea di confine si consuma il dramma dell'incomunicabilità dei livelli più sottili dell'intuizione. Splendido frammento del romanzo del grande scrittore, comunque; nel comportamento di Valjean ravviso un esempio di funzionamento automatico da lui stesso scoperto all'improvviso: anni di esercizio nella costruzione di un mondo fuorilegge evidentemente ormai inconscio, si mostrano in tutta la loro potenza esecutiva. Automaticamente impedisce a Gervais di raccogliere la moneta, ma all'improvviso il "nuovo mondo" (la "ristruttutrazione" operata dal vescovo) si fa sentire proprio mentre è in funzione l'altro: sentirli in contemporanea, i due mondi... E' come essere al cinema a vedere un film in 3D: hai gli occhialini e vedi una freccia venirti incontro. Ti togli gli occhialini, e vedi comunque una freccia venirti incontro, ma provati a spiegare la differenza a chi non può mettersi e togliersi gli occhialini a piacimento; stesse parole, probabilmente; non puoi spiegare il 3D a chi non l'ha mai visto. Del resto, se dici "tu non hai mai visto il 3D", il tuo interlocutore ribatterà: "stiamo parlando della stessa cosa: tu dici che una freccia ti viene incontro, io anche; pure, sostieni esserci differenza, e magari decisiva. Quando ti chiedo di spiegarmela, dici esattamente le stesse cose che direi io che non dovrei conoscerla." Di qui, possibili accuse di pretesa superiorità da parte del "depositario" dell'esperienza in 3D ad opera dell'"accusato" reo di "non vedere" e viceversa. _ Va bè, vedo che tutto quel che mi riesce di scrivere sono banalità...

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