Uomini straordinari si "accigliarono" per le strade "permalose" di Boston, e poi gustarono una torta con la ciliegina
Appar sconveniente che mi denudi, inondando gli altrui cervelli della mia "spossatezza". Giammai riposo, viaggio "nitido" e furente, alle volte furibondo, per le strade "maleodoranti" di una Boston "secca" come lo sguardo di Charles Bronson, come i suoi muscoli tirati a lucido e un po' "arrugginiti".
Io non sono il giustiziere della notte, né ambisco ad esserlo, so (de)motivarmi quando occorre, agognar donne che mai avrò per puro desiderio onanistico, e, lombrosianamente, osservo vizi, stravizi e strafighe e virtù di una Terra sull'orlo del collasso e della crisi di nervi, sempre più infagottato dal mio "abito" desueto, alle volte naif, altre volte Rock-eggiante, gallo baldanzoso e "sepolto vivo" in una dimora luciferina che fa l'occhiolino alla Luna. La mattina esco come si confà ad ogni uomo "rispettabile" ed anch'io lavoro, introiettando umori che si spera tramutino in amore o in un sentir che non sia solo melenso e "prefabbricato". Mi isso su un castello della Loira e canto come un usignolo, ascoltando il dolce rumore del mare che si spande dentro i miei occhi, immenso come l'orizzonte che mai afferrerò.
Poi, un'onda di malinconia, non ancora esacerbata dalla mia anima, anima che si disanima e si anima "animaleggiando" il Creato, un'onda di malinconia flebile che si posa laddove possa subito oscurarla da nuovi pensieri di gaudio e allegrezza, imbrillantinandomi a fonti "sacre" di divertimento e di abbracci morbidi al prossimo, forse venturo, forse sventurato.
Mi coccolo con film che oramai non guarda nessuno, dell'ufficiale Ripley del Nostromo e del suo Alien minaccioso e claustrofobico, creatura dispettosa e un po' Gremlin.
Sigourney Weaver, donna-roccia che si perse nella nebbia coi gorilla, e visse anni pericolosi con Mel Gibson.
Una canzone di un poeta dell'assurdo mi gira nella testa, è Tom Waits, poeta "candido" dalla voce roca e pastosa, impregnata di sigarette mai (s)fumate e di alcol "rappreso", imbottigliato nel fegato, e da lì mai si sco(l)lerà.
Sono forse un genio o un menestrello ridicolo, uomo serio quando lo richiede la circostanza, cupo e triste quando mi deprimo e spesso questo accade, brillante e d'impareggiabile ironia quando s'innalza la parte più gioiosa e giocosa di me.
M'incenso per pura (im)modestia e lascio scorrer le parole, le parole sono importanti, sono Verbo che si fa azione & carne.
E m'incarno nel corpo dell'anima, (l)ambendo territori fantascientifici, letture da Isaac Asimov e poi il "feroce e volgare" Charles Bukowski, la sua voglia di donna a volte repressa, il suo sopprimermi/si, il suo incidersi, come ferite adolescenziali su un corpo che si vuol estinguere o forse già estinto.
Mi tingo, tutt'al più, divenendo un Arlecchino maschera di gran talento e indecifrabili origini, racchiudo in me la Bellezza del Mondo, e, fiabisticamente, me ne vesto.
Ma so anche investirmi d'autorevolezza, e alle volte, se proprio mi fate arrabbiare, svestirmi.
Come non si può adorarmi? Mi si dovrebbe dar molti schiaffi per questo viso "altezzoso" e "furfante", ma so che la gente mi vuole bene.
Firmato il Genius
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