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05/11/2010 h. 16.34 Film: Playlist libera
Avitudine

Avitudine

Avitudine come culto per i nostri avi o mera abitudine come quella di mettere dei fiori sulla tomba di un nostro caro e poi scordarlo per un anno? Abitudine: abito è una forma intensiva di "Habere", avere. Una cosa che ho e che posseggo (quindi ce l'ho sempre). Una società che non si guarda indietro tende a dimenticare i guasti ed errori commessi in passato (magari da altri). Un giorno, Cesare si stava apprestando ad affrontare una tribù gerrmanica che incuteva ai suoi soldati molto timore a causa della prestanza fisica del nemico, ricordò che i "patres nostri", in specie Caio Mario, avevano distrutto due intere tribù germaniche come I Cimbri e i Teutoni. Guardarsi indietro può aiutare e molto ad affrontare meglio le sfide del futuro. L'avitudine quindi supera l'abitudine: la prima è coscienza, rispetto degli insegnamenti del passato; la seconda è esecuzione meccanica, senza sentimento. Il rispetto è un valore se c'è avitudine: quando c'è abitudine non è che una scatola vuota che prima o poi verrà gettata in discarica. Così come la tradizione: "tradere" in latino significa consegnare. Ciò che ci viene consegnato dal nostro passato fa parte dell'avitudine; se non ne teniamo conto, noi compiamo un atto di tradimento. Tradire, sempre da "tradere" è la forma peggiorativa della consegna, dopo che Gesù venne consegnato (=tradito) da Giuda. Così com'è una forma di tradimento la traduzione (da "Traducere"): Leonardo Bruni inventò la parola "tradurre", invece di usare "trasportare", traducendo un passo di Aulo Gellio, tradendo così il testo. (Chaque traduction est une trahison).Acquista così particolare importanza il titolo del film di Sofia Coppola: "Lost in translation", letteralmente perduto nella traduzione. Ma se traduzione è anche traslazione, cosa si può perdere? Un vocabolo? Una frase? O l'intero senso del testo? O addirittura il senso stesso della nostra esistenza? Bill Murray, noto attore americano, si reca in Giappone a Tokyo per girare uno spot pubblicitario e qui conosce la bella Scarlet Johansson, sposata ma terribilmente sola. Cosa si è perso in questa "translation"? Le nostre certezze? Murray poco a poco capisce di non capirci più nulla in questa città formicaio dove tutti corrono e nessuno sembra veramente riflettre. E la Scarlet non ci capisce più nulla nemmeno lei: sola e sposata, dov'è il senso? Si è perso. Ritornare all'avitudine quindi e rinunciare all'abitudine? Riscoprire se stessi e rifiutare il resto: soldi, fama, notorietà. Ricerca dell'autenticità, quella che il nostro passato e i nostri avi ci hanno "consegnato": cose semplici, valori perenni, sentimenti "veri", qualcosa cioè per cui vale la pena vivere.

  1. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile La camera verde (1978) Tratto dal romanzo di Henry James "The Altar of the Dead". Il culto dei morti come occasione per un incontro, ma forse è di più molto di più.
  2. Ossessione del passato (1938) In realtà, mi riferisco a " Il senso del passato" che non è un film, ma un'opera postuma e incompiuta di Henry James: il passato, appunto. Europa (il passato) o l'America?(Il presente). Le suggestioni (e i suggerimenti) di un autore formidabile.
  3. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile La donna che visse due volte (1958) "Vertigo" da "Vertigine" termine astratto che significa non più "volgere verso l'alto" ma guardare disordinatamente, e quindi anche verso il basso. E se si guarda verso il basso ci si perde, mentre verso l'alto ci si eleva. Il romanzo originale era "D'entre les morts" di Boileau e Narcejac: tradurre il titolo, senza tradirlo, è difficile, ci provo: "dal luogo dei morti". Ossessione del passato, in realtà complotto (di famiglia?). Hitchcock intriga.
  4. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile Il destino di un guerriero - Alatriste (2006) Il film non c'entra, se non per il fatto che a un certo punto si vede Quevedo, il grande poeta spagnolo, che discorre animatamente. E per attenerci al nostro tema, vale la pena ricordare l'inizio di una delle sue più sconsolate poesie: " ¡Ah de la vida! ¿Nadie me responde?//Aqu­­ì de los antaños que he vivido!//La Fortuna mis tiempos ha mordido//las Horas mi locura les esconde.
  5. DvdBlu-RayUmd non disponibile Lost in Translation (2003) Appunto. Perdersi nella traduzione. Perdersi nella tradizione. Perdersi nel tradimento. Perdersi e non ritrovarsi più. Non più "Lost and Found" ma "Lost". Tokyo è città del futuro? Saremo così anche noi? Meglio perdersi davvero, forse.
SI

Commenti

  • 5 novembre 2010, 16:53 di yume

    Musica per le mie orecchie questa play, caro fixer, sono di corsa, ma tornerò......

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  • 5 novembre 2010, 17:15 di jonas

    Era qualche tempo che non vedevo una playlist così piacevole. E a suo tempo mi sono pure letto Il senso del passato.

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  • 5 novembre 2010, 21:55 di Utente rimosso (Marcello Del Cam

    Ricordare anche - riportare al 'cor'. "D'ogni mio vago immaginar, di tutti I miei teneri sensi, i tristi e cari Moti del cor, la rimembranza acerba.". "Ricordati di ricordare" è il bel titolo di un libro di Henry Miller; "Io mi ricordo", diario di Georges Perec che incesantemente ripete 'mi ricordo'. Il ricordo labirintico dell'"Anno scorso a Marienbad", di John Gielgud in "Providence". Il cinema di Alai Resnais è cinema della memoria. Le stanze, gli androni, le sculture nel giardino di Marienbad sono gli stessi punti di riferimento del Teatro della memoria di Giordano Bruno. "L'arte della memoria" è un saggio di Frances Yates sulle tecniche del re-cordai (Pico della Mirandola). Ricordare è continuare a vivere nel personale tributo alle ombre che ci sono state care: "La camera verde", fixer - giusto quella. .

    cancella commento cancella commento e blacklista Utente rimosso (Marcello Del Cam
  • 5 novembre 2010, 23:30 di yume

    Pone molti spunti di riflessione la tua presentazione, fixer. Dal primo, l’avitudine, scaturiscono gli altri e s’innestano al punto che è difficile restringersi ad uno solo, ma è necessario. La traduzione/tradizione, il suo senso, e, poi, domanda, ci si perde davvero nel trans-ducere? O piuttosto non si cerca una convergenza di mondi diversi che così arrivano a toccarsi e comunicare? Mi sembra che tu dica proprio questo. Una pratica, antica come la nostra civiltà, la traduzione, per quello che riguarda esigenze di vita quotidiana o attività ufficiali o devozionali (già tavolette in caratteri cuneiformi con caratteri sumerici tradotti in eblaiti o le Laminette di Pyrgi ci dicono come fosse necessario comunicare fra mondi linguistici diversi) , ma, e qui siamo più vicini al senso del tuo discorso, fu la traduzione artistica ad interpretare al meglio quel ruolo di conservazione e rispetto della memoria da cui, poi, deriva quel senso di continuità delle cose che oggi si sta frantumando (e Lost in Translation ce lo dice bene).Per i latini tradurre dal greco, che conoscevano benissimo, non era un’operazione meccanica rivolta alla banale acculturazione delle masse. Vertere, trasportare un testo nella loro lingua fu appropriarsene e dargli linfa nuova, ne nacquero mondi altri, la civiltà si arricchì, l’aemulatio entrò in gara con l’originale, una gara rispettosa, ma pur sempre una gara. Ci si perde nello spostarsi, nel cambiare orizzonte, nell’usare forme nuove, parole di suono diverso? Il rischio c’è se si parte senza ricordi, e allora non capiamo neanche dove approdiamo e non è detto che ciò sia un bene, ha molto di patologico. Partire invece col proprio fagottino in spalla e trans-portarlo per scambiarlo, rinnovarlo, plasmarlo nei nuovi incontri con nuove forme, è vita in divenire, è ricordo che si rinnova e riprende colore, dal pallore della morte.

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  • 6 novembre 2010, 12:21 di fixer

    Temi alti, cari Yume, Marcello e Jonas che ci portano oltre (Ancora trans-ducere) il blog di cinema. La traduzione non è o almeno non dovrebbe mai essere un esercizio meccanico, così come il doppiaggio, in certi film di autore, non dovrebbe mai sedersi sul calco linguistico. Traduzione diventa interpretazione, ciò che gli inglesi chiamano "rendition" che non è mai resa (che invece è surrender). Come "rendere" certe sfumature di linguaggio, che affondano le loro radici nella cultura, nella storia e nelle tradizioni di quel popolo? Pensiamo ad esempio ai Vangeli: dettati magari in aramaico, resi in greco e poi portati al latino: un viaggio che per forza deve aver portato a perdersi qualcosa. In effetti, il dottissimo don Ravasi cerca di divulgare la Parola partendo dalle origini e spesso si trovano interpretazioni soggettive che rischiano di portarci fuori dal senso originale. Interpretare è un atto supremo di arroganza o un difficile tentativo, generoso e altruistico, di rendersi il senso del testo originale? Avevo in testa di scrivere una "ficción" nello stile di Borges, su un biblista medievale che cerca di dire la sua sull'interpretazione corretta (e definitiva) dell'Apocalisse di san Giovanni e che viene perseguitato dall'Inquisizione. Ambientarla in Spagna o in Italia? Poi mi sono reso conto che era un atto di estrema superbia. Oggigiorno credo che si contino sulle dita di una mano gli scrittori in grado di affrontare un simile argomento e tra questi includo sicuramente Umberto Eco. Gianfranco Ravasi non potrebbe scriverlo, la sua carica attuale glielo impedirebbe, e poi non sono certo delle sue qualità di romanziere. Assistiamo allora alla pubblicazione di osceni libercoli alla Dan Brown, che mescola ignoranza e conoscenza, furbizia e becerume e ne ricava milioni estorti alle menti sprovvedute di masse di lettori. Lost in Translation insomma è il titolo dei titoli, nulla può essere più suggestivo. Perduto nella traduzione, nella tradizione, nel passaggio. I ricordi stessi, secondo recentissimi studi, sono suscettibili di mutazioni erronee, influenzati da elementi esterni ed interni. Se noi stessi non possiamo giurare sulla fedeltà dei nostri ricordi, chi può ragionevolmente farci credere che un determinato passaggio di un testo aramaico, tradotto in greco e arrivato in latino, sia esattamente quanto si voleva dire. E poi... chi era presente al processo di Pilato contro Gesù? Quando Pilato, alla risposta di Gesù:"Sono venuto a testimoniare la verità", risponde: "Che cos'è la verità?". Non c'è stata risposta? Chi poteva materialmente riportare quel dialogo se da un lato c'erano romani e più in là, abbastanza più in là, una torma di disperati, comprati da dignitari del Sinedrio, pronti a tutto pur di dare addosso a quel povero cristo, lacero, sanguinante ma pieno di augusta dignità? Mi sono perso in questa digressione, ma le digressioni sono necessarie per conoscere meglio, così come l'avanguardia è necessaria per chi viene dopo. Ricordate ?: Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte (Purg. canto XXII). Quanta saggezza in due righe!

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  • 6 novembre 2010, 15:50 di yume

    Leggo sempre con piacere le tue riflessioni, fixer, come da te così da altre belle menti qui c’è da imparare e, soprattutto si è sollecitati a ripensare certe cose sulle quali si fa scendere la polvere per troppo tempo, l’abitudine, appunto. Riflettevo sulla “vita segreta (ma non troppo) delle parole”, usando il bel titolo di un film di qualche tempo fa. Dici “chi può ragionevolmente farci credere che un determinato passaggio di un testo aramaico, tradotto in greco e arrivato in latino, sia esattamente quanto si voleva dire…”. Nessuno, infatti. La storia delle parole è affascinante e intrigante e si scoprono lungo la loro strada le vicende dell’uomo, i costumi che cambiano, le civiltà che si trasformano. Prendiamo ad esempio alcune parole note come martire, fortuna, virtù, impero, orgia (ma ce ne sarebbero migliaia). La trasformazione dal loro senso originario è evidente, è avvenuta nel tempo con il trasformarsi del quadro di riferimento storico-geografico, con l’arrivo di nuove frontiere del pensiero, politico, religioso e quant’altro. Spesso è una storia di violenza, e il loro senso originario si è come ristretto, consumato e ridotto. E’ il caso di orgia, dal lontano òrghia portatore di un profondo senso del sacro legato al culto dionisiaco. Ma il dionisismo fu la spina nel fianco di tutta l’antichità classica e il senatusconsultum de bacchanalibus nel II a.C. provvide a metterlo fuori legge. Il Cristianesimo completò l’operazione. Chi si rivolgeva al culto bacchico e celebrava l’òrghia? Le masse emarginate, dalle donne agli schiavi, passando per tutta una serie di strati intermedi. Dunque l’òrghia era destabilizzante, un pericolo per l’ordine costituito. Il senso, povero, miserrimo, che le è rimasto è quello che usiamo oggi. Nel tradurre si tradisce, in senso negativo, quando l’uomo ha ragioni per farlo. La virtù, altro vocabolo da scriverci su per giorni, e poi le altre. Ma non mi dilungo né ne avrei le capacità, dico solo che dobbiamo tenere a bada le parole, ci raccontano, con tutte le nostre miserie (e qualche grandezza, va là!)

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  • 6 novembre 2010, 16:27 di fixer

    Cara Yume, hai proprio ragione! Ne avremo di cose da dirci e da imparare! Non te ne andare. Presto mi farò vivo. Ciao!

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  • 6 novembre 2010, 16:36 di dedo

    Dovremmo ripristinare il culto dei "Penati", da portare sempre con te e conservare gelosamente nella parte più intima della abitazione, da onorare come progenitori, consultare nelle decisioni importanti onde evitare azioni tali da offenderne la memoria, trovare conforto nei momenti difficili. Questo rispetto per tutti coloro che hanno contribuito alla tua nascita si ritrova, quasi con lo stesso significato, nel culto orientale degli antenati. Questo rispetto per i progenitori non corrisponde alla gitarella più o meno frequente al cimitero, ma travalica i confini di un semplice ricordo

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  • 7 novembre 2010, 07:28 di yume

    Fixer, dove vuoi che vada, sto qui, ma mi sarebbe anche piaciuto che questa bella chiacchierata si fosse allargata a più voci, questo spazio play una volta era questo,e non tanto tempo fa.Le cose cambiano in fretta, oggi,c'è quella che, con brutta parola, si dice superfetazione. Non riesci ad abituarti a qualcosa che ne nasce un'altra, si fanno concorrenza a vicenda, il cliente è disorientato, stordito, compra a caso, la qualità scade, ognuno rincorre l'affare.......il risultato lo vedremo tra un po', e in parte lo stiamo già vedendo. Quando si abbandona l'agorà, quando ci si dimentica che l'uomo è zòon politicòn, i giochini li fanno quelli che contano nel chiuso di certe stanze.Intelligenti pauca (bisogna tradurre?)

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  • 7 novembre 2010, 13:58 di fixer

    Yume cara, spesso mi trovo a sognare cose impossibili. Vivere in una società matura, abitata da gente civile, che ha a cuore il bene pubblico. Sogno una scuola fucina di idee e di allievi con il gusto di imparare e sacrificare. Sogno fabbriche umanizzate dove la globalizzazione non possa entrare. Sogno famiglie serene, lavoratori contenti del proprio lavoro, una politica al servizio del Paese. Sogni... illusioni... utopie. Difficile da accettare questo mondo malato. Cosa possiamo fare? Non lo so. Non ho più speranze. Mi resta ciò che mi ha dato felicità: un'infanzia felice, la fortuna di essere stato amato, i momenti sereni che di tanto in tanto capita di vivere, le letture, i film, la cultura, l'arte, la buona cucina e le tavolate, qualche viaggio, poche amicizie vere. La nostra generazione è fottuta. Il nostro futuro è semi-fottuto, se è vero, come è vero, che i nostri figli avranno pensioni che non arrivano al 45& dello stipendio e che il posto fisso sarà una chimera. Senza un minimo di progettualità, senza una vecchiaia tranquilla, i nostri figli cosa faranno? Torneremo ad un'età buia? La democrazia sarà sempre più in pericolo in mancanza di regole e certezze sul proprio futuro. Mah, non so, cara Yume. Vorrei che ogni tanto ci fosse un momento di riflessione seria e matura su nostro presente e non le solite lagne, sacrosante certe, ma ormai sterili e stucchevoli sulle disgrazie di un potere politico inadeguato e svergognato. Una chiave poteva essere quella del ricorso alla letteratura classica e agli esempi, perenni e immutabili, dettatici da chi ci ha preceduto. Una chiave poteva essere il cinema. Poi si scopre che la gente non vuole pensare troppo, preferisce divertirsi, sdrammatizzare, non prendere nulla sul serio, tanto niente può cambiare. Ecco allora certi spettacoli indegni, certi programmi diseducativi, certe linee di giornali, certi comportamenti. Che dire?

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  • 9 novembre 2010, 08:36 di yume

    Continuiamo a parlare fixer, non smettiamo.Ricordo sempre una scena da Wim Wenders,Fino alla fine del mondo.L'ho visto che saranno vent'anni, appena uscito e non ricordo altro, solo quella scena.Loro sopra un furgoncino ballonzolante che vanno,un viaggio infinito, non so dove, il film è pronto da rivedere da mesi.C'è un aborigeno che continua a parlare, dice cose misteriose a tutti, non smette mai, è una specie di nenia, di cantilena.Lei chiede a lui "Ma che dice?" e lui le risponde che quello è il loro modo per rimanere legati alla terra perchè finchè continuerà a parlare la terra non sparirà.Una preghiera? formule magiche? Chissà, comunque parole, dunque anche sogni. Se smettiamo cala il buio.

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  • 9 novembre 2010, 11:21 di fixer

    Vidi quel film quando uscì e devo dire che non mi piacque molto. Prolisso e anche noioso. Ma anche nelle prove meno riuscite Wenders riesce a darci qualche goccia di talento, di genio. La scena che tu ricordi è una di queste. C'è una saggezza antica, fatta di riti, di gestualità, di atti che a noi, educati dal razionalismo, sembrano ridicoli. Ma la saggezza antica, quella che i Greci e i Romani hanno lasciato nelle loro opere immortali, per certi versi è ancora più profonda. Lo stoicismo, la sopportazione del dolore e del male, l'atarassia, quella condizione animica che ci allontana da noi stessi e ci fa guardare le cose con altri occhi e con altro spirito. Che poi sono le radici del Misticismo. Noi, apparteniamo a un'epoca di concretezza, di materialità ed utilitarismo per cui tutto deve avere una funzione socialmente utile. L'otium, inteso come meditazione, riflessione sulla nostra condizione umana, vero punto centrale del significato da dare alla vita, è ormai annientato dal negotium, dall'affannarsi quotidiano dietro mille cose che sembrano fondamentali, ma che, viste da un'ottica diversa, si rivelano effimere. Che fare? Sono convinto che il sistema su cui si poggia l'Occidente, invece di portare benessere, prosperità e agi, crei isole sempre maggiori di inquietudine e infelicità. Non sono così ingenuo da credere che il socialismo porti a un'umanità felice. ho seguito, tempo fa, una conferenza d Massimo Fini (non Gianfranco!) che veniva a sostenere il paradosso secondo cui le civiltà povere sono quelle felici. Un paradosso azzardato, se è vero che da certe zone africane o asiatiche la gente cerca di venire qui da noi. Però, a ben guardare, si tratta di fenomeni recenti, dovuti più che altro a miti e promesse di Eden illusori che i media mondiali trasmettono e diffondono in tutto il mondo. Qui in Occidente, per uno che si integra, quanti si disperano e finiscono per vivere peggio di come era abituato a vivere nella sua terra d'origine? Uno obietterà parlando della fame nel mondo, delle condizioni di estremo disagio, della mancanza di lavoro, di prospettive, proprie i certe zone di sottosviluppo. Tutto vero. In effetti, si tratta di un paradosso. Eppure, pare che vivere modestamente, con pochi mezzi, in una società povera, non renda infelice l'uomo. Pare che ne acuisca invece determinati valori civili come la solidarietà. Se poi in questa società venisse garantita a tutti un'istruzione adeguata e un livello minimo di vita decorosa ottenuta con il lavoro, ne uscirebbe un'umanità diversa. Un mondo così sembrava essere quello di Cuba: ma non era vero. I diritti civili, quando vengono elusi, portano allo scontento e all'ingiustizia. La povertà di quel Paese, a contatto con la balena americana e il mondo globalizzato, diventava poi un elemento di debolezza dell'intero sistema (soprattutto per le giovani generazioni). Temo che un mondo così sia pura utopia. Troppo forte è la spinta del sistema, al punto che anche paesi lontani dall'economia occidentale, si stanno ormai, favoriti dalla globalizzazione, occidentalizzando a marce forzate illusi dalle montagne di denaro che arrivano e incoscienti di quel che presto arriverà sule loro spalle, quando anche da loro, cominceranno i veri problemi sociali. Boh, ma dove sono finito? Non volevo tediarti. Mi sono trovato a riflettere scrivendo. Scusami. A volte i miei pensieri mi prendono la mano. Un abbraccio.

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  • 9 novembre 2010, 23:53 di yume

    Flaubert da Bouvard e Pécuchet "essi avevano finalmente conquistato la virtù incresciosa di riconoscere a prima vista l'idiozia e di non riuscire più a tollerarla". Credo, caro fixer,che gran parte del nostro disagio si possa ricondurre a questo. Superbia? Non credo,solo un po' di sano amor proprio. Un caro saluto e, ti assicuro, se questi discorsi mi tediassero comincerei davvero a preoccuparmi, spero anzi che ce ne sia occasione più frequente.

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