IN MEMORIA DI MARIO MONICELLI UN INTERVENTO DI ANGELO PASQUINI SU "AlfaBeta2" Numero 04
Il migliore modo per ricordare il grande Mario Monicelli è di riportare integralmente un intervento di Angelo Pasquini sulla scomparsa in Italia del cinema satirico del quale il regista scomparso è stato uno dei massimi rappresentanti.
Non ho parole mie, quelle che seguono sono di uno un giornalista e sceneggiatore, fondatore delle riviste satiriche Zut e Il Male, di cui è stato anche vicedirettore, dalla fine degli anni ottanta si è completamente dedicato all'attività di sceneggiatore cinematografico e televisivo, arrivando anche alla regia con il dramma carcerario Santo Stefano (1997), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.
Pasquini insegna Teoria e tecnica della sceneggiatura presso la facoltà di lettere e filosofia della Sapienza e tiene un laboratorio di sceneggiatura all'università di Padova.
Ha collaborato alla scrittura del film Vallanzasca di Michele Placido, ma a lavoro terminato ha ritirato la firma dalla
sceneggiatura insieme ad Andrea Purgatori, dicendosi contrariato dal risultato qualitativo.
Tra i suoi film: Domani accadrà, 1988, Il Portaborse, 1991, Un eroe borghese, 1995, La terra, 2006. (notizie tratte da wikipedia)
CINERIMOZIONE
CINEMA SATIRICO NEGLI ANNI SESSANTA/SETTANTA
Rivedendo vecchi film degli anni Sessanta o Settanta, si resta colpiti da come gli autori avessero una visione satirica della realtà italiana. Le istituzioni, la politica, la gerarchia ecclesiastica, il mondo dell’imprenditoria e della finanza, il perbenismo imperante nella famiglia e nella scuola, la corruzione, la mafia, il mondo della cultura e della televisione, magistrati, poliziotti e carabinieri, erano tutti indistintamente bersagli di una satira feroce. L’Italia e il carattere italiano venivano impietosamente messi a nudo. Era una satira straordinariamente libera ed efficace.
TRE ECCEZIONI ALLA “RIMOZIONE”
E invece, dagli anni Novanta a oggi, solo tre film hanno affrontato direttamente con taglio satirico il tema della politica italiana. Sono Il portaborse di Daniele Luchetti (del quale scrissi vent’anni là il soggetto con Franco Bernini), Il caimano di Nanni Moretti e recentemente Il divo di Paolo Sorrentino. Nessuno di questi film ha avuto il sostegno finanziario di una grande distribuzione nazionale, né della televisione. Tutti hanno dovuto ricorrere a capitali stranieri. Tutti hanno avuto un grande successo in Italia e all’estero. È evidente che il duopolio televisivo, che controlla gran parte della nostra cinematografia, non sopporta che il cinema si occupi dell’attualità politica italiana, nonostante l’interesse del pubblico nazionale e internazionale. E a tutt’oggi il film di Nanni Moretti è l’unico che abbia affrontato il fenomeno politico del berlusconismo.
LA RIMOZIONE DELLA STORIA
In pratica ci è venuto a mancare il racconto cinematografico degli ultimi venti anni di storia italiana, dalla caduta del Muro di Berlino a oggi. Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, la nascita di un nuovo partito che in pochi mesi diventa il primo partito italiano, la Lega, la fine del Partito comunista, l’intreccio tra televisione politica. Tutto quello che ha riempito per anni le pagine dei nostri giornali, che ha diviso e fatto discutere gli italiani, non è stato ritenuto da chi investe nel cinema argomento abbastanza interessante per farne dei film. Se, nel ventennio che comprende gli anni Sessanta e Settanta, i nostri autori, produttori, distributori, avessero avuto lo stesso tabù, perché di questo si tratta, mancherebbe all’appello una fetta importante della nostra storia del cinema. E diversi capolavori. E, se alla generazione precedente un giovane Nanni Moretti rimproverava come una colpa quella di essersi meritato Alberto Sordi, quel giudizio impietoso non andrebbe corretto alla luce di quanto avviene oggi? Perché le maschere della «commedia all’italiana» hanno comunque rappresentato per quasi un trentennio, con straordinaria efficacia agli inizi e via via sempre più stancamente attraverso lo specchio deformante della satira, l’immagine dell’italiano medio. Nelle sale cinematografiche si svolgeva una sorta di rito collettivo di grottesca confessione pubblica e la risata non era sempre consolante né del tutto liberatoria, mentre oggi, nel silenzio attuale della nostra commedia, i «nuovi mostri, i campioni del carattere nazionale, si pavoneggiano sui media, senza trovare sulla loro strada un Flaiano o un Sonego, un Risi o un Monicelli, un Sordi o un Tognazzi, che, attraverso la lente della satira, li riducano alla giusta dimensione del ridicolo.
LA POLITICA BERLUSCONIANA COME AUTOSATIRA INCONSCIA
D’altronde, è difficile rappresentare satiricamente il mondo politico quando è esso stesso a mettersi in scena in forma clownesca. È inutile - gridare «Il re è nudo!» quando è il re a tessere le lodi dei propri genitali in pubblico. La satira ha paradossalmente bisogno di uno stabile sistema di valori per poterli criticare. Mentre nel nostro mercato dei valori regna l’incertezza. Oscilla la comune distinzione tra bene e male, legale o illegale, costituzionale o incostituzionale. Sembra più importante distinguere tra popolare e impopolare, dilettevole o meno, tranquillizzante o inquietante. La politica fa leva sulla sempre maggior rilevanza che ha la parte «virtuale» della vita della gente rispetto a quella reale, e si impone essa stessa come protagonista dello spettacolo, anzi tende a essere sostanzialmente spettacolo Non a caso, una parte del nuovo ceto politico proviene dalla pubblicità, dal marketing, o direttamente dalla televisione, e si avvale di esperti che fanno un uso spregiudicato di tecniche comunicative sperimentate in quei settori. Il paradosso, il détournement, la parodia, la provocazione irriverente, il linguaggio basso e la gestualità scurrile, gli strumenti retorici della commedia e della satira, sono entrati a far parte dell’armamentario della propaganda politica, servono a bucare lo schermo, a fare notizia, a incassare un risultato d’ascolto. Insomma, quando la realtà politica si presenta in forma autoparodistica, è essa stessa a spianare la satira, piuttosto che il contrario.
CENSURA E AUTOCENSURA
Per parlare di censura e autocensura nel cinema italiano bisogna in ogni caso partire dalla televisione, che ne è pur sempre il principale finanziatore. La televisione generalista ama sempre meno il cinema, da quando ha sperimentato che la fiction confezionata appositamente si adatta meglio essere intervallata dagli spazi pubblicitari, Dunque produce film, ma li usa e li sfrutta assai poco nella programmazione di maggior valore commerciale. Il cinema insomma finisce per essere il figliastro di un’industria che ha altrove il suo score-business. Siamo agli antipodi di quella felice stagione nella quale una Rai ancora vitale faceva esordire giovani cineasti come Gianni Amelio. Questa concentrazione oligopolistica e contro natura dì industria televisiva (generalista) e cinematografica è l’ennesima anomalia italiana consolidatasi negli ultimi quindici anni, con la scomparsa pressoché assoluta dei grandi produttori e distributori «puri», in grado cioè di sviluppare progetti cinematografici in autonomia, usando il contributo delle televisioni come risorsa accessoria. Autonomia e indipendenza, che per li cinema sono requisiti essenziali, non pare proprio siano a cuore dell’attuale governo, sia per evidenti conflitti di interesse, che per l’ostilità politica dei nordisti fobici verso questa industria dello spettacolo, colpevole di essere irrimediabilmente «romana».
CINEMA ETERODIRETTO
Questa eterodirezione del cinema, la sua dipendenza da centri di decisione legati alla politica, spiega in parte la mancanza di coraggio e di incisività, il disinteresse verso la sperimentazione, e al contrario l’omologazione verso il basso del prodotto medio. Non solo la politica, ma anche il sesso è poco frequentato dal nostro cinema. Eppure abbiamo alle spalle una tradizione consolidata sull’argomento: il cinema italiano, sia d’autore che di genere, almeno fino agli anni Ottanta, era universalmente noto anche per la trasgressività delle sue storie e la disinibizione delle sue messe in scena. Un cinema poco politico e poco sensuale, troppo timido e sorvegliato, non seduce e non conquista, non colpisce al cuore e non scandalizza. «L’amore - scriveva Truffaut - è il soggetto dei soggetti, particolarmente al cinema, dove l’aspetto carnale è indissociabile dai sentimenti». Anche se le cifre riferite agli incassi e al numero degli spettatori del cinema italiano sono abbastanza confortanti, la stagione produttiva che si apre vede una drastica riduzione dei film in lavorazione.
I TAGLI ALLA CULTURA
La scelta del governo di far pagare al cinema, oltre che alle altre forme di spettacolo e di cultura, il peso della crisi finanziaria si rispecchia nell’acquiescenza di una parte dell’opinione pubblica, che vede il cinema italiano come una sorta di industria residuale. Si percepisce a livello della gente comune una mancanza di senso di appartenenza, di orgoglio di amore per il cinema nazionale. E forse questo sentimento è ricambiato almeno in parre da chi il cinema lo fa.
Al contrario, la fiction televisiva gode, per dirla con il rnarketing, di una fidelizzazione massiccia, consolidatasi in un tempo relativamente breve, che le ha permesso di occupare il posto del cinema popolare di un tempo, sussumendo tutti i generi, dalla commedia al poliziesco, nell’unico supergenere della «melassa melò», spalmata uniformemente negli orari di punta.
GLI EROI DELLA FICTION TELEVISIVA
Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi (televisivi)! Da tempo in Italia il pubblico popolare ha smesso di identificarsi con gli eroi e le eroine del nostro cinema (anche se il nostro non è mai stato davvero un cinema di «eroi»). Si identifica invece con gli eroi delle fiction, dei reality, dei quiz; e della pubblicità televisiva, come il Presidente del Consiglio. Gli autori cinematografici ricambiano spesso questa indifferenza accentuando una presa di distanza dalla realtà, C’è qualcosa che li angoscia nell’Italia che non riescono a ritrarre e a raccontare. Scelgono nel passato le loro storie e i loro personaggi, come testimoniano molti film di successo della passata stagione.
L’ALZHEIMER DEGLI AUTORI
Forse c’è da parte del cinema poca attrazione verso l’Italia presente, verso gli italiani di oggi. Quel paese che per decenni è stato uno straordinario set cinematografico, popolato come nessun altro da milioni di comparse naturali che facevano brillare di orgoglio e di soddisfazione gli occhi dei fortunati aiuto-registi dell’epoca, sembra non affascinare più la macchina da presa, come se quello di oggi non fosse più un paese reale, ma una sua smaccata imitazione e la vita che vi scorre la registrazione di un angoscioso e interminabile Truman Show. Certo, non è solo né tanto questione di contenuti. Il cinema è punto di vista, è sguardo, a patto che sia l’autore a scegliere la porzione di mondo, di luce, di corpi, che finiscono nell’inquadratura. Però certi vuoti di memoria vanno riempiti, certi fili vanno riannodati, altrimenti si rischia la decrepitezza, l’Alzheimer del nostro cinema Insomma, se non vogliamo finire per ambientate le nostre storie in un’Ungheria immaginaria, come succedeva per il film dei Telefoni bianchi, in epoca fascista, dobbiamo conquistarci, noi tutti, autori, produttori, attori, la libertà di puntare di nuovo la macchina da presa nel cuore della realtà di oggi, in quella «zona rossa» dove il cinema italiano non ha più l’autorizzazione a entrare (e per alcuni forse neanche l’autorevolezza). In questo senso si pone certamente un problema di linguaggio, di ricerca e di sperimentazione, una strada nella quale il cinema americano, forte della sua capacità continua, inarrestabile, di inventare e reinventarsi, si è già incamminato. Basti pensare alla libertà «romanzesca», soprattutto nella sceneggiatura e nei montaggio, di autori come Quentin Tarantino, Paul Haggis, Alejandro Inarritu.
IL DIVO DI SORRENTINO
Per tornare al cinema italiano, anche l’Andreotti di Paolo Sorrentino viene raccontato con grande libertà e efficacia fuori delle regole del realismo, per cui nel Divo si crea «un circuito in cui reale e immaginario, attuale e virtuale, si rincorrono l’un l’altro, si scambiano di ruolo e diventano indiscernibili» (Gilles Deleuze, Limmagine-tempo).
Sembra che solo con una lente deformante l’Italia di oggi torni a essere leggibile, e la finzione cinematografica riesca ad aprirsi la strada attraverso la realtà parallela del kitsch, dove vige la narrazione falsificante ed egemone dei mass-media. [Angelo Pasquini]”
*** Per motivi di leggibilità del lungo intervento dell’autore, ho ritenuto giusto dividerlo in brevi capitoli.
Articolo tratto da
http://www.alfabeta2.it/2010/11/16/%C2%ABalfabeta2%C2%BB-numero-4-e-in-edicola/
BREVE NOTA su "ALFABETA2"
AlfaBeta. rivista culturale italiana a periodicità mensile. fondata a Milano nel 1979 da un gruppo di intellettuali, cessò le pubblicazioni nel 1988. Fin dall’inizio venne diretta da un comitato allargato, di cui fecero parte, tra gli altri, Antonio Porta, Nanni Balestrini, Maria Corti, Umberto Eco, Francesco Leonetti, Paolo Volponi, e ospitò diversi contributi di intellettuali italiani e stranieri. Le tematiche affrontate spaziavano dalla letteratura alla psicoanalisi, dagli eventi artistici alla semiologia, con particolare attenzione a quanto succedeva in campo sperimentale. È difficile fare un elenco dei contributi, citiamo, solo per esemplificare, alcuni nomi: Aldo Rovatti, Franco Bolelli, Renato Barilli, Cesare Segre, Giuliano Gramigna, Mario Spinella, Patrizia Vicinelli, Omar Calabrese, Claudio Gorlier, Oreste del Buono, Vittorio Gregotti, Elio Pagliarani, e mille altri. La rivista edita da Multhipla Editrice rappresentò il canto del cigno dell’impegno intellettuale in Italia, prima che un fragoroso silenzio chiudesse la penisola nella miseria del craxismo prima e del berlusconismo dopo – i giorni cupi in cui viviamo.
* i sette film di Mario Monicelli sono i miei preferiti
Commenti
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30 novembre 2010, 05:48 di LAMPUR
Mi ha colpito ancor più che si trattasse di suicidio. Ed anche a Fazio, ieri sera, il suicidio deve aver fatto più paura dell'eutanasia, al momento dell'annuncio della morte di Monicelli. Diveniamo deboli dinanzi ad eventi improvvisi.
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30 novembre 2010, 06:04 di yume
Lo ammiro, un gesto da vero stoico, solo il tempo ci appartiene e dobbiamo essere noi a decidere cosa farne.
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30 novembre 2010, 07:39 di Immorale
Probabilmente ha deciso di andarsene prima che la sua vita diventasse merce di scambio politica pro e contro eutanasia.
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30 novembre 2010, 08:52 di bradipo68
Una lettura interessantissima.Un bellissimo omaggio.Credo che Monicelli tenendo fede al suo feroce principio di autodeterminazione(un principio laico che da noi non tutti comprendono) abbia deciso lui quando terminare la sua esperienza terrena.
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30 novembre 2010, 09:13 di GIANNISV66
Un lutto per tutti noi e una scelta estrema di fronte alla quale può esserci un solo sentimento: il rispetto. E'inutile chiedersi cosa può portare una persona a quel gesto, nessuno lo può sapere. Quando ho saputo della notizia ho subito pensato ai versi di Montale "Spesso il male di vivere ho incontrato" (li ho riportati in calce alla play di maghella sempre su questa tragica notizia). A volte il male di vivere può uccidere.
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30 novembre 2010, 09:38 di Inside man
Un grande uomo ed un immenso artista! Ora sperò si consolidi la (solitamente) tardiva consacrazione (a livello internazionale) di un indiscutibile grande maestro della storia del cinema. La sua decisione estrema mi sembra coerente con la personalità e le convinzioni di un'intera vita: nel momento finale, prima di perdere le facoltà mentali, ha voluto svincolarsi dal calvario imposto dall'arretratezza della legislazione italiana (vedi etica cattolica dominante) e dagli eventuali decreti in extremis di Sacconi e co. Per chi la pensa come lui, non c'è altra scelta oggi in Italia...
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30 novembre 2010, 09:57 di Utente rimosso (andreona)
Monicelli ha battuto sul tempo il sondino di stato e ha fatto benissimo. La sua morte è un esempio di civiltà.
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30 novembre 2010, 10:46 di Utente rimosso (mike patton)
Un altro maestro che se ne va, Monicelli, Fellini, Antonioni, Ferreri, nessun erede.
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30 novembre 2010, 10:57 di M Valdemar
Andreona ha ragione, e non solo è un esempio di civilità, è anche un INSEGNAMENTO di civiltà. E nessuno potrà dire alcunché sulle sue capacità mentali, basta ascoltare (e studiare) le ultime recenti interviste.
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30 novembre 2010, 12:18 di dedi42
Mitica Andreona sono del tuo stesso parere,no al sondino di stato,civiltà sarebbe lasciare decidere a noi quando e come morire.
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30 novembre 2010, 13:18 di graffiodiluna
Ma perchè non si può accettare il fatto che uno possa decidere quando congedarsi dal mondo senza parlare di depressione? Aveva 95 anni vissuti con soddisfazioni mica da poco. Ha deciso di congedarsi dal mondo senza aspettare che la malattia lo facesse per lui. Tanto di cappello!
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30 novembre 2010, 13:24 di kubritch
Sottoscrivo il discorso di Pasquini. Il cinema italiano del passato era più libero e autentico. Ed era il più invidiato ed imitato del mondo. Quella che in senso quasi dispregiativo si chiamava 'commedia all'italiana' era in realtà un cinema grande, geniale, onesto. Ce ne rendiamo conto a distanza, come sempre, facendo il confronto con il cinema attuale incapace di scegliere i volti giusti, le inquadrature giuste, i set giusti, i dialoghi giusti. Segue il generale abbassamento del gusto e del senso critico. Le ragioni sono tante, antropologiche, sociologiche, politiche. Chi abbiamo oggi? Rubini, Salvatores, Virzì, Vanzina...? Manca quello spirito rivoluzionario dalla parte del popolo che aveva Monicelli. Oggi si pensa al mutuo. Forse quelli erano tempi dove il merito contava un po' di più di oggi, finita la guerra, la monarchia e la dittatura. Oggi contano altre cose: le raccomandazioni, le onoreficenze, la capacità di vendersi, di ingraziarsi i padroni dei media. Certe professioni continuano ad essere prerogativa di pochi privilegiati proprio perché l'idea generale è che siano attività superflue, irrilevanti, improduttive, da hobby, di puro intrttenimento. La cultura del popolo è superflua. Per cui non esiste una possibilità di formazione disponibile per tutti. Questo vale per tutte le arti. Un popolo di pecore belanti è meglio dominabile, si sa.
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30 novembre 2010, 13:25 di medusatouch
Certo che doveva essere in gran forma per gettarsi,a 95 anni suonati,dal 5° piano senza controfigura alcuna a far da stunt che nemmeno Belmondo!Cmq dei suoi film,da solo senza Steno,scelgo solo "I soliti ignoti" e "Amici miei".GOODBYE & AMEN -MARIO by Luigi Vincelli(un'attore piccolo piccolo ed ignoto che avrebbe voluto chiamarti Amico mio)
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30 novembre 2010, 13:27 di Utente rimosso (andreona)
@GIANNI, io invece credo che il male di vivere non c'entri, quando un uomo come Monicelli arriva a 95 anni, superando ampiamente la media nazionale ed internazionale, e per di più con un male incurabile, non può che affidarsi alla ragione. Ricondurre il suo gesto (ovvero il perseguimento del principio di autodeterminazione) alla depressione, significa negare tale principio.
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30 novembre 2010, 14:16 di dedo
Siamo impotenti sulla nascita, ma siamo padroni su come condurre la propria esistenza e liberamente decidere quando porvi termine
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30 novembre 2010, 14:40 di tafo
visto che muoiono solo gli stronzi e lui è stato uno dei più grandi figli di puttana del cinema italiano , ha scelto il suicidio razionale piuttosto che una lunga agonia, anche se oggi siamo tutti un pò piu soli.
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30 novembre 2010, 14:45 di GIANNISV66
@andreona, temo tu non abbia capito il significato del mio commento, o meglio temo di non averlo spiegato bene io quindi cercherò di essere più chiaro. Premesso che nei casi di suicidio solo l'interessato può sapere quali demoni si agitino al suo interno al punto da condurlo a un gesto estremo (che io, a scanso di farintendimenti, non condanno ma rispetto), a prescindere dunque dalle cause c'è comunque un rifiuto a voler continuare la propria vita, un male di vivere che tormenta al punto da non volerne più sapere. Dico questo perché, come peraltro ricordato in calce ad un'altra playlist da @roger tornhill, Monicelli aveva dichiarato in una sua intervista di non temere tanto la morte quanto la sofferenza. E di fronte alla prospettiva di una sofferenza ha tratto le tragiche conclusioni che (purtroppo) sappiamo. Era depresso? Era ligio al "principio di autodeterminazione"? Questo non lo potremo mai sapere. Ma di sicuro a volte, purtroppo, la morte può apparire migliore rispetto a certa "vita". Un saluto
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30 novembre 2010, 15:00 di drugostyle
Se i suoi "demoni" l'abbiano spinto a fare un gesto coraggioso o disperato (anche se opterei più per il primo), non lo sapremo mai, ma è stato senza dubbio un gesto coerente con la sua forte personalità e con il suo essere uomo libero..libero da imposizioni, libero da giudizi, libero di scegliere.. CIAO MARIO!!
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30 novembre 2010, 15:54 di superficie 213
Gran bel post....troppe parole per commentarlo non servono.....
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30 novembre 2010, 15:56 di curiosone49
abbiamo scritto cose importanti da cui emerge grande stima e affetto per il Maestro...uno dei pochi ancora in vita (l'ultimo?)...ora è tempo di un rispettoso silenzio...e chi può o sa...preghi....
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30 novembre 2010, 20:32 di kubritch
Così funziona la rimozione: nessuno si chiede la ragione andando a fondo nel problema. come mai ha scelto questa modalità di suicidio? Cercando la ragione si onorano i morti. La morte è una lezione per tutti i vivi o agonizzanti viventi. Secondo voi se avesse chiesto ad un medico una morte dolce come gli avrebbero risposto? Un altro caso spiattellato al pubblico ludibrio, orribili interrogazioni parlamentari. La società italiana è ancora fascista nello spirito. E' una realtà persecutoria poiché non rispetta la volontà individuale. stanno tutti a dire all'altro come e cosa deve pensare e come deve essere. Nessuno si fa i cazzi propri. Nessuno rispetta l'altro. Tutti vogliono controllare, ingabbiare, incatenare la volontà altrui. E allora, sai che c'è di nuovo: faccio un bel volo. Come il personaggio di Stefania Sandrelli in 'Io la conoscevo bene'. In questo caso non c'era una malattia in stadio terminale. C'è, però, una società mortifera. L'Italia è una fogna a cielo aperto. Riconoscere le cose è il primo passo per migliorarle. E' già atto di miglioramento. Gli italiani scambiano la merda per margherite. Nolite mittere margheritas ante porcos. Spero di avere il coraggio di fare come Monicelli nel caso mi trovassi alle strette visto che, in questa società, non posso contare su altri che su me stesso per non prolungare l'agonia. Ha dovuto farlo prima che le forze venissero a mancargli del tutto e sarebbe stato in balia delle suore del buon cuore pro-vita. In balia del Grande Ratzinga e di Berluscao il meravigliao. Machissenefrega. Lavoratori????????????? PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!!!!!!!!!!!!!
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30 novembre 2010, 23:45 di Utente rimosso (andreona)
@GIANNI, una mia coetanea si è buttata dal tetto di un palazzo dieci anni orsono. Mancavano pochi giorni al Natale, lei aveva 20 anni ed era depressa. Questa è una tragedia, non la vicenda dell'ultranovantenne Monicelli che, sapendo di essere spacciato, si è concesso il lusso di decidere come e quando andarsene. Se Cristo ha scelto la sofferenza, nessuno può obbligare un ateo a seguire l'esempio di quello che per lui è un personaggio di fantasia. Se Monicelli non si fosse suicidato, lo avrebbero costretto alla sofferenza fisica e mentale, sostituendo la croce con aghi, sondini e apparecchiature varie. Monicelli aveva il terrore di essere trasformato in Cristo contro la sua volontà.
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1 dicembre 2010, 05:01 di LAMPUR
La famiglia non vuole funerali. Peccato. A Mario magari sarebbe piaciuto che qualcuno se la sghignazzasse alle esequie...
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1 dicembre 2010, 08:26 di supadany
Ieri sono stato fuori casa tutto il giorno per lavoro e tornando la sera tarda, mi sarei aspettato una puntata omaggio, registrata in fretta e furia, di qualche programma di attualità, invece si parlava di Ramazzotti, il cantante, non l'amaro ...peccato.
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1 dicembre 2010, 08:47 di GIANNISV66
credo che il suicidio sia una tragedia sempre e comunque e credo che andare a dare motivazioni a un evento del genere sia solo un modo di razionalizzare un evento che ci lascia sgomenti. Mi allineo a @curiosone, con cui sono (quasi) sempre in accordo, è giunto il momento di adottare un rispettoso silenzio e chi può o sa preghi. Piuttosto lasciatemi dire che è vergognoso che ieri sera in prima serata la nostra TV pubblica non sia stata in grado di trovare il posto per un omaggio a Monicelli. Forse (ma dico forse) "Le cronache di Narnia" potevano anche essere rimandate ad altra data..........a questo punto mi domando per quale motivo debba pagare il canone!
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1 dicembre 2010, 15:05 di curiosone49
...questo è un Paese che teme certi atti...non voglio neanche definirli "di coraggio"...ma di lucide determinazione circa il diritto INALIENABILE di farla finita QUANDo e COME VOGLIO IO....Circa poi al COME...non credo che sarebbe stato difficile - grazie all'aiuto di un medico amico - finirla in modo diverso.....c'è da chiedersi piuttosto PERCHE' in questo modo...ma - depressione a parte (che non c'era, o sbaglio?) - credo che non lo sapremo mai veramente....
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2 dicembre 2010, 15:23 di kubritch
Questo è un paese in cui la libertà di coscienza è un delitto, un sacrilegio. Perché? Questioni di potere sulle coscienze. Non c'è altra ragione. Il cittadino viene considerato come un individuo non in grado di intendere e di volere. Per cui ci vuole sempre un pastore che diriga le pecore. Metafora dei cristiani fondamentalisti. L'Italia è un regime semiteocratico. Mai smettere d'interrogarsi. Se siamo d'accordo che Monicelli sia stato un genio dobbiamo, allora, onorarlo anche per quanto riguarda la sua ultima volontà, analizzando la ragione. Il messaggio è implicito al gesto di suicidarsi, perciò non ha lasciato biglietti. E' il suo ultimo messaggio alla società civile italiana(???). Cheché ne pensi la Binetti o La Repubblica o un qualsiasi quaraquaquà della politica italiana.
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