
La filosofia ironica dei fratelli Coen.
Il cinema dei fratelli Coen è sempre una rappresentazione semiseria della tragica banalità del male. Spazia intorno ad ogni genere, ne prende in prestito gli stilemi e i tipi d'autore per arrivare ad uno stile subitamente riconoscibile e originale. La cosa che mi ha sempre colpito del loro modo di fare cinema è stata la capacità di saper innestare un discorso sui massimi sistemi all’interno di un quadro d’assieme ammantato di beffarda ironia, di far riflettere sullo stato di salute dell’occidente e sul cieco individualismo che ne ha reso precarie le esistenze, nel mentre si sorride per come gli imprescrutabili percorsi del caso scompaginano i maldestri piani di mascalzoni improvvisati, scuotono l’andamento lento delle vite di perfetti disillusi. Nei loro film, quasi sempre fanno entrare in rotta di collisione mondi tra loro lontanissimi (usando spesso il "pretesto" del ricatto come in"Bloody Simple", "Fargo","Il grande Lebowsky"), per far avvicinare chi detta le regole del gioco e chi le subisce, chi affronta di petto la vita e chi ne subisce gli imprevedibili sviluppi, chi ha potere e chi ne è alienato. Chi ha la peggio sono sempre i secondi, "kafkianamente" schiacciati dal peso della loro stessa inadeguatezza alla vita. Per i fratelli Coen l’indeterminatezza dell’agire umano sta alla base di un male che è sorprendentemente semplice nella sua evidenza sistemica, un male gratuito e banale, posto in essere uomini dilaniati dalla sete di danaro, sommersi dalla loro vacuità esistenziale o da mediocri che si mettono a fare giochi più grandi di loro, a sfidare continuamente la sorte. Mi sembra di poter dire che è la mediocrità che ha messo ovunque radici ad interessargli principalmente, il fatto che la sua generale regolarizzazione ha prodotto quell'assolutamente indifferenziato in cui tutto appare indistinto, sbiadito, inclassificabile secondo precisi criteri etici. Un pò tutti diventono partecipi della conclamata aridità emotiva in atto. E questo, in fondo, rischia di rendere paradossalmente complementari la tragica banalità del male e la semplice banalità del bene.
- Blood Simple (1984) Un congegno di morte che tinge di rosso sangue ogni cosa vi si avvicina. La miseria, il cinismo, la cattiveria, emergono con una naturalezza disarmante.
- Barton Fink - È successo a Hollywood (1991) Barton Fink non sa ascoltare i rumori che bussano alla sua porta. Poi scopre l'estasi poetica e impara a raccontare in maniera sublime l'immaginifica plausibilità della vita.
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Fargo (1996) Un noir in bianco dove al cinismo di persone avide di potere si contrappone il dolce fluire delle incombenze quotidiane. La generale aridità emotiva ha piantato tutti al punto delle loro abitudini consolidate, sia gli agenti del male che gli agenti del bene. La neve conserva tutto così com'è.
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Il grande Lebowski (1998) Jeffrey "Dude" Lebowski, un antieroe romantico che è sceso dal pullman della storia negli anni settanta, un hippy che ama starsene in vestaglia e pantofole in un mondo che si è costruito su misura della sua pigrizia, con un'umanità coerentemente figlia del suo disincanto. Il nostro sogno.
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L'uomo che non c'era (2001) Ed Craine è l'uomo qualunque inghiottito nel grigiore della routine quotidiana. Si è sempre trovato con le carte sbagliate in mano e quando si illude che un occasione propizia ha finalmente bussato alla sua porta lui l'accoglie speranzoso. Listando a lutto quanto resta della sua esistenza.
- Non è un paese per vecchi (2007) In un tempo in cui il cinismo individualista ha assunto la gratuità della morte come suo logico e naturale corollario e la vita è stata svuatata di senso, tre personaggi che rappresentano un intero mondo si ritrovano in balia degli imprescrutabili percorsi del caso a giocare una partita impari con l'imprevedibilità degli eventi.
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A Serious Man (2009) Geniale incursione nell'universo Yiddish. Si pedina Larry Gopnik, un uomo vittima della sua stessa arrendevolezza caratteriale, della passività con cui un ebreo praticante come lui si predispone ad accettare tutto ciò che gli capita con fatalistica rassegnazione. Un paradosso vivente.
Commenti
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14 dicembre 2010, 20:00 di jonas
Questo è uno di quei casi in cui si vorrebbe aggiungere qualcosa per dimostrare la propria approvazione, ma ci si accorge che l'estensore della playlist ha già detto tutto (e benissimo): fai conto che il voto di utilità comprenda anche quel qualcosa di non detto.
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14 dicembre 2010, 21:45 di Stuntman Miglio
Quoto Jonas sino all' ultima sillaba, grazie Peppe.
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15 dicembre 2010, 08:55 di Inside man
Bravissimo Peppe nel dare il giusto rilievo ad un autentico gioiello come Blood simple, spesso (e a torto) non citato fra i loro film di punta. Per il resto, mi associo allo jonas/pensiero. Un saluto.
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15 dicembre 2010, 12:01 di Dalton
Manca il mio preferito (MISTER HULA HOOP) ma la play è comunque ottima.
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