
Il rullipetraglismo
Uno sguardo sulle tracce che hanno lasciato gli sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia nel cinema italiano degli ultimi trent'anni.
- Matti da slegare (1975) Stefano Rulli e Sandro Petraglia hanno suppergiù venticinque anni, l'età in cui puoi permetterti ancora il lusso di indignarti e tentare di cambiare qualcosa attraverso un mezzo artistico senza interessi secondari. Assieme a due nomi, per quanto diversi, tutelari del cinema civile, Silvano Agosti e Marco Bellocchio, i due costruiscono un complesso e coraggioso atto d'accusa che analizza lucidamente cosa voglia davvero dire essere dentro una malattia attraverso quel che si vede fuori.
- Mery per sempre (1989) Alla fine degli anni ottanta, il duo incontra Aurelio Grimaldi, che aveva scritto poco tempo prima un libro di scandalo. Ancora una volta entrano dentro un luogo claustrofobico (un carcere minorile in cui si è obbligati a diventare grandi anzitempo) ma questa volta guardano al fuori con l'angoscia della disillusione, proseguendo sulla scia dell'indignazione unita all'analisi lucida. Come anche capiterà ne Il ladro di bambini di Gianni Amelio, in cui si trova la vena migliore (banalmente la si definisce neo-neorealistica) dei nostri.
- Il portaborse (1991) Ma la patente dell'impegno civile i nostri la prendono con il film di Daniele Luchetti, nato da un soggetto mezzo rinnegato da Franco Bernini ed Angelo Pasquini. Il film è bello ed ha successo, viene coinvolto il gotha del cinema di sinistra (su tutti il totem Nanni Moretti, nel ruolo di un inquietante ministro craxiano), ed è forse da qui che Rulli e Petraglia cominciano ad accarezzare l'idea della sceneggiatura totale, per quanto si avverta ancora una certa libertà programmatica.
- La scuola (1995) Ancora Luchetti, il regista che forse deve di più ai due, e prima collaborazione con Domenico Starnone, autore dei libri a cui il film s'ispira. Probabilmente, con buona pace di Giordana, è questo l'apice della loro carriera: camminando sempre sul filo del rasoio, gestendo un miracoloso equilibrio tra improvvisazione e pianificazione, fotografano con realismo dolceamaro (ancora un dentro) il luogo più dimenticato e bistrattato della nostra società, raggiungendo vette inaspettate. Un tono diverso quello del quasi contemporaneo e più agro Il toro di quel Carlo Mazzacurati con cui lavoreranno anche in quel Vesna va veloce che è figlio di Mery e di Amelio.
- La tregua (1997) E tutti i romanzi adattati, da Marianna Ucrìa a I piccoli maestri fino a Quando sei nato non puoi più nasconderti e un'altra mezza dozzina di titoli. Diventati inattaccabili, considerati le penne d'oro del cinema italiano, tra risultati buoni (La guerra degli Antò, per esempio), altri assolutamente ottimi (il capolavoro Le chiavi di casa o Romanzo criminale) ed altri non entusiasmanti (L'amante perduto) commettono talora l'errore di trasportare sullo schermo le cose più ovvie e didascaliche, curando con eccessivo manierismo cose che meriterebbero meno progettazione e più passione.
- La meglio gioventù (2003) E così pure La vita che verrà e Le cose che restano, triade di fiction sulla nostra storia repubblicana. Non a caso realizzata dai due autori che maggiormente negli ultimi anni si sono interessati all'Italia. Ritenuto dai più il loro capolavoro, è un saggio di scrittura anche per l'organizzazione narrativa, lo scampato pericolo di cadere nella soap opera (nella seconda parte c'era più di una trappola) e il tono sentimentale e secco al contempo. E danno la possibilità a Marco Tullio Giordana di poter essere un novello (ma più puritano) Bertolucci.
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La nostra vita (2010) Ancora Luchetti, e un motivo c'è: è un punto di non ritorno. Il film non è brutto, ha anche una sua ragione d'esistere ben chiara e condivisibile, ma la cosa peggiore sta proprio nella sceneggiatura di Rulli e Petraglia. Un copione imprigionato nelle parole, talmente scritto da far diventare una storia evidentemente coinvolgente e d'effetto una specie di compitino perfettino che lascia poco spazio all'emozione dell'improvviso. E a risentirne sono gli attori, l'atmosfera, il contesto. L'urlo di Elio Germano, per dirne una, lascia estremamente perplessi.
Commenti
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16 maggio 2011, 05:48 di LAMPUR
Sai come la penso su opere come La piovra, Romanzo criminale, La meglio gioventù... tutta roba che stringe l'occhietto all'Auditel cercando (!) di non farsene accorgere... leggere de "il capolavoro Le chiavi di casa" poi fa tenerezza ma fa anche piacere percepire che riesci a leggerci del buono, e la buona fede non si condanna mai...
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16 maggio 2011, 14:15 di LorCio
So come la pensi, e parzialmente posso essere anche d'accordo con te. Alla fine, La meglio gioventù penso sia un buon prodotto proprio perché destinato ad un mercato televisivo. E per quei parametri è un'ottima opera, che poi per strane traversie è diventato un grande film per il cinema. Le chiavi di casa lo vidi al cinema appena uscì, ero piccolo e all'epoca lo reputai un capolavoro di una dolcezza e di una durezza meravigliose. Forse se lo rivedessi oggi potrei cambiare idea, ma mi piace ricordarlo come allora.
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17 maggio 2011, 00:22 di maurri 63
Ciao, LorCio! In realtà, come Lampur, io penso che La meglio gioventù sia un prodotto molto banale, anche al di sotto degli standard televisivi (mi pare di averlo recensito). Tuttavia, la tua ottima play impone una seria riflessione. Analizzando i titoli, si nota come i due (Stefano e Sandro) non apportino molto alla pellicola: è, anzi, il regista a decretarne le sorti. La tregua, Il toro, La vita che verrà (ne cito solo alcuni) sono bruttissimi, inguardabili. Il portaborse e La scuola, ottimi. Si potrebbe obiettare che di base in molti flop non c'è il romanzo. E, invece, io dico ch questo c'entra poco. Paolo Sorrentino costruisce da solo le sue (ottime) sceneggiature. Bellocchio ha bisogno di un confronto per farlo. E i suoi risultati sono discontinui, ma valutabili in base a chi lavora con lui (Cerami, Rulli, Petraglia), però diventano strepitosi quando lavora da solo (L'ora di religione, I pugni in tasca). Oggi sappiamo che Fellini senza Flaiano non è la stessa cosa, e che Flaiano senza Fellini non è più esistito. Ce ne sarebbe da discutere: mi fermo qua. Ma lancio un amo: che per scrivere di film bisogna leggere poco...?
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17 maggio 2011, 09:30 di Dalton
Rulli e Petraglia sono due autori eccellenti. Anche se, riguardo LA MEGLIO GIOVENTU', mi metto nella stessa fila dei pareri postati in precedenza.
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17 maggio 2011, 13:58 di LorCio
Caro Maurri, sulla Meglio gioventù, ripeto, secondo me c'è un problema di fondo nel volerlo considerare un film. Come fiction mi sembra buona, poi si va nel territorio dei gusti. I tre film di Luchetti li ho inseriti proprio per il motivo che dici te: senza Luchetti, Il portaborse e La scuola (ma anche Mio fratello è figlio unico e, per certi versi, I piccoli maestri) sarebbero stati diversi, perché, piaccia o no, Luchetti ha una sua identità registica. La nostra vita è discreto proprio grazie a Luchetti, ma la sceneggiatura mi ha lasciato mooooolto perplesso. Il discorso sugli sceneggiatori che fai è condivisibile, Sorrentino tra l'altro è uno dei pochi che può permettersi il lusso di essere un vero Autore. Cerami è morto da un pezzo. Per il resto, non dico che Rulli e Petraglia siano cattivi sceneggiatori, tutt'altro. Dico solo che ultimamente si sprecano ben poco e preferiscono fare i compitini, non so se è chiaro.
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17 maggio 2011, 15:54 di maghella
@maurri...per scrivere di film bisogna leggere poco?...per scrivere opinioni?, o per scrivere recensioni?...E' una domanda intrigante questa,ma mi trattengo la risposta, perchè non ho capito bene cosa vuoi intendere...Aspetto (tanto per cambiare) che ci (almeno me) delucidi...che io la riposta ce l'ho già pronta...=D...Per il resto la penso come LorCio..."La meglio gioventù" è un'ottima fiction, ma non un ottimo film...ha queslla struttura "televisiva" che non rimane incisiva come film unico.
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17 maggio 2011, 19:35 di lorenzodg
"Le chiavi di casa" è un buon film con un po' di furberia (non tipica di Ameliio) sulla disabilità e sull'uso quasi improprio. Non commuove fino alla fine in modo sincero.
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18 maggio 2011, 18:47 di Inside man
Play molto interessante Lorenzo. Un pregevole excursus sul ruolo dei due (probabili) unici eredi di quella grande scuola di sceneggiatori che aveva contraddistinto per quasi un quarantennio il grande cinema italiano. Quando invece si arriva ad affermare che non sarebbe esistito Flaiano senza Fellini, non c'è spazio alcuno per la discussione, rimane solo da capire se apprezzare o meno simili boutade.
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