I 'SEGNI' DEL WESTERN ( E UNA NOTA SU MONTE HELLMAN)
In un vecchio numero di “Cinema Nuovo” Guido Aristarco osserva che nel dilemma “donna o cavallo”, ironicamente adombrato nel ’44 da Howard Hughes nel Mio corpo ti scalderà, il secondo aveva la meglio sulla prima: i due pionieri protagonisti preferivano l’animale al corpo irresistibile di Jane Russell.
Solo dieci anni dopo negli Spostati di John Huston, il dilemma viene risolto a favore della donna, non perché si tratti di Marilyn Monroe, ma perché appunto quel film non è un western.
Il cavallo è il primo e più codificato “oggetto convenzionale” all’interno del genere.
Il grande cielo (1952) di Howard Hawks, è la storia dell’attraversamento, da parte di alcuni cacciatori di pellicce, di un tratto di frontiera che passa trasversalmente, per le avanzate fluviali, il grande bacino centrale del Missouri. In questo western-Odissea Hawks semina tutti gli stereotipi che fanno del film un “classico della prateria”, tende a far coesistere la preistoria (l’animale da scuoiare), le popolazioni aborigene (gli indiani) il feudalesimo (i razziatori di bestiame), nel segno della storia (la nascita di una società sui fiumi), con il mito (l’approdo di un viso pallido alla soluzione quieta del focolare domestico con la bella pellerossa).
Il western è il luogo della ripetizione infinita, “quella degli stessi miti che consacrano un ordine senza sosta minacciato, e senza sosta ristabilito. Si tratta sempre di essere in condizione di rifare al momento voluto, lo stesso gesto”, scrive Bernard Dort; e John Sturges: “Un western deve assomigliare agli altri western, il western è un divertimento formale, ci sono il bene e il male, un inseguimento, un duello, è del tutto inutile voler fare dei western diversi. Ciò che è necessario è fare lo stesso western, ma fare meglio e altrimenti”.
Nel Grande cielo il viaggio dei cacciatori è il contenitore di segnali specifici del “genere”: Boone Caudill (Dewey Martin) è l’eroe che resta con Teal Eye, la principessa blackfoot, Jim Deakins (Kirk Douglas) è il ritorno, il viaggio; gli avventurieri cantano il loro esilio lungo il fiume, attorno al fuoco dell’accampamento; manca il caffè ma è sostituito da un “marmittone”; circola molta acquavite, l’indiano Poordevil (Pelle e ossa, Hank Warden) è continuamente ubriaco; è sconosciuto il formaggio tra le cibarie di rito.
Nell’amorevole “bestiario” del “genere”, codificato dalla critica francese, la mitologia consta di altri ingredienti senza i quali il western non esisterebbe. Le armi da fuoco hanno una funzione base; nel loro esser sospese ai lati o serrate all’avambraccio incrinano lo spirito di violenza e l’istinto di sopravvivenza; i banditi dediti all’abigeato sono i nuovi regnanti delle ferrovie nei paesi delle mandrie (Linea Missouri-Pacific); il bisonte resta la risorsa principale dei pionieri che nella storia del western hanno decimato le mandrie, riducendo i pochi esemplari sopravvissuti nelle riserve. E non è diverso il discorso sugli indiani: purtroppo, a parte pochi casi (Il grande cielo, L’amante indiana), seguono il destino delle mandrie.
Il duello a pugni nudi (le scazzottate), è un rito permanente che coinvolge la moralità del protagonista contro quella di chi minaccia la sua esistenza fisica, la sua donna, i suoi averi; delle immagini del riposo vicino al fuoco con la tazza di fumante bevanda, si è detto prima, ma non si è ancora citato il “vecchio” spesso ubriaco, scroccone e imbroglione che in Hawks è il narratore onnisciente Zeb, che tutto sa e tutto ha visto.
Nel 1966 arriva Le colline blu di Monte Hellman. Qui il regista va molto oltre le operazioni del “cinema tra virgolette” dei suoi giovani colleghi; Hellman si rende conto che trasformando il genere e decodificandolo non ottiene la modificazione del rito, bensì l’eliminazione; sa che cambiare la struttura del western vuol dire passare a un altro “genere”.
Il western, infatti, non sopporta modificazioni, o non è un western; dice John Sturges: “Se volete fare un nuovo western dovete cambiare solo i cavalli, lasciare in pratica le cose al loro posto.”
Nemmeno l’Eroe è modificabile, una caduta del divino Ulisse (o Enea), è intollerabile.
Il New Western degli anni ’60 rappresenta proprio la realizzazione del western precedente, la sua capacità di imitarsi per poter sopravvivere: Soldato Blu, Piccolo grande uomo, Ucciderò Willie Kid, dimostrano che non è sufficiente cambiare i contenuti e scambiare i buoni con i cattivi. Il vecchio western paradossalmente rigenera se stesso in forma di “calco” e di “ideologia”, a volte è nostalgia e solo raramente (vedi Peckinpah), il genere viene rinnovato, ma solo per sancirne la gloriosa morte.
Monte Hellmann lavora il western ai fianchi e morde nei nessi strutturali.
“Il viaggio dei tre cowboy, scambiati per banditi, verso Waco (Texas), è narrato con un realismo oggettivo e radicale, denso di verità fisica, di note di vestiario, di oggetti, di paesaggi, di costruzioni, di fatti e di gesti ripresi nella loro stretta letteralità, dove Billy Spear (Jack Nicholson) è un vero contadino, spigoloso nei tratti, scavato inaridito da una ripetizione meccanica dell’esistenza quotidiana.” (Gianni Volpi).
La cronaca della caccia dei tre uomini da linciare è scabra ed essenziale, alla fine si vede solo un sopravvissuto che non si interroga su nulla. Dal racconto emerge la concreta condizione dell’uomo in una società violenta, forse l’America della contestazione.
Hellman addiziona ai già rimarchevoli topoi del vecchio western dettagli minuziosi e attenti alla verità oggettiva degli ambienti e dei personaggi: lo schema narrativo si carica di mistero e incomunicabilità; il montaggio tende a rendere scuro il senso a vantaggio del dettaglio, che, con pochi tocchi rivela la verità e la trama interna del “genere”.
Il mito, la favola e l’avventura sono lo scheletro di una mitologia letteraria. La verità che viene dall’insistenza della “camera” su alberi, erba ciottoli di piste in Hellman è un’altra: lo scontro tra l’uomo e le cose, i profondi problemi della condizione umana, la vita e la morte, la lotta contro il deserto e la fatica, la sete, i rapporti di dominio tra gli uomini.
Hellman mina le convenzioni alla radice. Solo con molta fatica, i suoi film possono essere definiti western, inutilmente altri li chiama “western da camera”: Nicholson, il protagonista di Colline Blu è un eroe poco convenzionale nell’economia del film (e del “genere”); somiglia già al futuro mister Locke di Professione Reporter più che ai pionieri di Hanks. Forse Hellman chiude davvero i conti con le convenzioni. Del western resta un’idea del vestiario dei cowboy, anche i cavalli cambiano.
Il western degli anni dagli Ottanta in poi è puro esercizio di stile senza stile (Silverado), commemorazione spesso convincente (Balla coi lupi, Open Range), stanco remake di registi tuttofare (Quel treno per Yuma - versione Mangold), operazione nostalgia a freddo (Appaloosa), indagine psicanalitica velleitaria (L’assassinio di Jesse James da parte del codardo Robert Ford).
Ai mistificatori del “genere”, agli impotenti restauratori del Mito della Frontiera, è arrivata da Clint Eastwood la grande lezione commemorativa, fordiana. A lui dobbiamo western che gareggiano e pareggiano i conti con la classicità; ma a lui dobbiamo la definitiva, ineluttabile sepoltura del western e del Sogno Americano.
[La lista dei sette film segue il discorso della play, non è, quindi esemplificativa di una scelta personale di gusto]
Commenti
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20 agosto 2011, 10:48 di Stuntman Miglio
Grazie Marcello, l' argomento è per me molto interessante. Ebbi modo di parlare della morte del western qualche tempo fa anche con il buon Neve che vola e ricordo che le conclusioni furono praticamente le stesse della tua play. Personalmente ritengo di avere un debole per questo genere, dico ritengo perché indubbiamente ne subisco il fascino ma in realtà credo di aver visto solo le produzioni post '80 unitamente a qualche pellicola fra i '60 ed i '70 ma poche e probabilmente nemmeno troppo significative. Fai conto che dei suddetti sette titoli mi mancano proprio i primi due e questo implica che ancora devo confrontarmi con grandi maestri come Ford, Hawks, Mann, Penn, Ray, Zinnemann, Siegel, Peckinpah ed i loro capolavori. Ti dirò, da una parte mi sento in imbarazzo per certe mancanze ma dall' altra sono lieto ed ansioso di dover ancora gustare i veri western.
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21 agosto 2011, 15:49 di fixer
Totalmente d'accordo con quanto scrivi, caro Lorenzo. Permettimi solo di aggiungere un paio di cose: 1) New Western. Non si può non citare il peso che gli avvenimenti contemporanei ha su certo cinema di registi non del tutto allineati con il sistema. Mi riferisco in particolare al Vietnam e all'influenza che esso ha sul western. Registi come Aldrich, Ralph Nelson e Polonsky rappresentano un tentativo interessante; quello cioè di parlare di cose attuali utilizzando generi difficilmente in grado di spiegare l'attualità come il western appunto. I risultati sono stati sicuramente positivi, se vogliamo attenerci al cinema. Non so se lo sono altrettanto se volessimo valutare questi film militanti dal punto di vista politico. Certamente sono film che hanno sfatato alcuni miti come quelli del buon soldato, yankee, della legittimità della conquista del West ecc. Erano cose risapute, almeno per i più preparati, ma era importante mostrare a tanti giovanotti ignorantelli cosa è stata veramente la conquista del West e la sostanziale linea continua fra conquista del West e la politica di cane guardiano degli interessi USA nel mondo. 2) Film come Appaloosa, Quel treno per Yuma, Open Range e Gli spietati sono, a mio modo di vedere, interessanti esempi di come si sta reinterpretando il western classico. C'è chi racconta storie in modo essenziale, senza pretese sociologiche (Open Range e Appaloosa), c'è chi rivisita i classici con una buona dose di temerarietà e con un pizzico di coraggio (pur se con un occhio al botteghino, more solito) come Quel treno per Yuma di Mangold e infine c'è che scrive una ispirata elegia del genere virando al crepuscolare e all'invecchiamento fisico una storia altrimenti classica, come Gli Spietati del vecchio Clint. A me, lo confesso, sono piaciuti. Mi piace lo stile volutamente scarno, ridotto all'essenziale, il gusto quasi fordiano della raffigurazione dei grandi spazi, la descrizione sommessa degli approcci amorosi, la cruda rappresentazione della violenza senza particolare compiacimento. Ma non credo che tutto ciò significhi un rilancio del western. Pi pare invece che il western, in realtà non sia mai morto ma rappresenti un utile tentativo di rielaborare con sensibilità contemporanea un universo affascinante ormai indissolubilmente legato (o quasi) al passato visti i tentativi di Ritt con Hud il selvaggio ecc.) Hellman fa un pò da apripista a tutti questi tentativi e devo dire che i suoi due film western sono tutt'altro che disprezzabili. Con l'amicizia di sempre
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21 agosto 2011, 17:11 di Marcello del Campo
Caro Fixer, concordo con quanto scrivi; del resto, è noto che i topoi del western hanno avuto una grande influenza sui migliori horror movie [è la prova che Carlos Clarens non sbagliava quando scriveva che il western stava assumendo la forma dell'horror], ma se questa opinione è stata valida per film come "Distretto 13" che riprende il tema dell'assedio da "Un dollaro d'onore", non mi sembra che nel profluvio di horror sugli schermi, sia rimasto lo scheletro del western. Certo, se questo ci consola, possiamo 'vedere l'ombra del western' dovunque ci piaccia, ma, a questo punto mi accontenterei di film come quelli che citi, senza forzare i limiti del 'genere' estendondolo a film come "The Road" o "Non è un paese per uomini vecchi" o i 'film del deserto' di Tarantino e Rodriguez che sono diventati il modello esclusivo di 'calchi orientali' [via Sergio Leone] come "Sukiyachi Western Django" di Takashi Miike o il remake [di prossima uscita anche in Italia] di Sergio Leone, "The Good, The Bad, The Ugly" di Jee-won KIm, - comunque film divertenti ma che del western hanno appena il titolo. Attenzione però, è in arrivo "Cowboys and Aliens" di Jon Favreau: l'ho visto e l'ho trovato ridicolo. Sono forse invecchiato con il vecchio western classico o sono io l'alieno? Con affetto.
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22 agosto 2011, 11:19 di LIBERTADIPAROLA75
Bell'analisi di un genere, complimenti!!!
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22 agosto 2011, 11:44 di Marcello del Campo
@LIBERTADIPAROLA, grazie, - purtroppo il caldo ha impedito commenti di 'westerner' come Billykwan, NeveCheVola, Bubuwest [che credo sia in America], inside Man, e altri 'specialisti', per non dire di spopola. Ciao.
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22 agosto 2011, 14:04 di Neve Che Vola
No, Marcello, il caldo non c'entra; ho letta la tua play e gli interventi (ringrazio Stuntman Miglio per avermi citato e spero che ci sarà presto occasione di rivederci di persona) più volte ed ho tentato vari interventi ma tutti insoddisfacenti (uno o due li ho conservati in word). La mia affezione verso il genere è tale che finisco negli insulti ai registi, quando penso a film come "Appaloosa" mi va il sangue alla testa dalla rabbia. Chi mi conosce di persona sa anche in quale maniera astiosa io parli di Peckinpah, di Eastwood, anche di Leone. Arrivo a farne una questione personale. Per me il film western è finito nella prima metà dei '60, con qualche eccezione ("Hombre"), e non riesco a prendere senza emotività la questione. Esistono persone che hanno un approccio diverso, ne parlavo l'altro giorno, a proposito della musica classica, con un mio amico che fa anche il critico cinematografico. Sono più intellettuali, meno coinvolti, tutto sommato - oso dire - conoscono forse meno di me quei brani, o almeno non siamo d'accordo su cosa voglia dire conoscere una Sinfonia di Bruckner. Quando poi si arriva all'approccio filologico sull'interpretazione della musica di Bach o Scarlatti, confesso di non riuscire ad evitare di scaldarmi se l'altro ne è sostenitore. LIBERTA' DIPAROLA ha scritto una opinione su "La storia del generale Custer" e anche lì avevo già pronto l'intervento, alla fine non l'ho postato perchè il discorso si sarebbe fatto lungo. Qui di seguito posto un frammento dell'intervento preparato, tanto per farti vedere che forse è meglio che io non li posti.
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22 agosto 2011, 14:06 di Neve Che Vola
Non intervengo dal punto di vista della storia del genere perchè, come Marcello già sa e so che non mi approva, non riconosco alcuna storia del western, solamente una mera cronologia. All'interno di questa cronologia, alcuni film mi piacciono, altri no. Il western che piace a me è finito più o meno nei primi anni '60, rimangono alcuni sparuti titoli dei quali non saprei fare a meno (Sfida nell'Alta Sierra, Hombre), ma per il resto forse mi rimangono le lacrime per piangere, quelle si. "Appaloosa" l'ho trovato vergognoso e mi vergogno a nominarlo, allo stesso modo del remake di "Quel treno per Yuma", potevano almeno chiamarlo diversamente. Io non tollero neppure i film di Peckinpah a parte il primo (o meglio, secondo) e la penso esattamente come Budd Boetticher (ho letto la sua autobiografia ma non ricordo dove l'ho letto), il quale telefonò a Peckinpah dopo aver visto "Il mucchio selvaggio" dicendogli (cito a memoria)"schiocchezze Sam, a nessuno piace veder saltare all'aria il naso della gente" e quel permaloso non volle mai più sentirlo. Leone, Peckinpah sono persone che non hanno niente da dirmi, ma apprezzo la loro abilità artigianale. Nè mi importa della guerra in Vietnam descritta con mezzi western. Perchè dovrebbe interessarmi? Secondo me films come "Soldato Blu" hanno procurato più danni che benefici, ha ragione fixer a dire che gli "ignorantelli" avevano bisogno di sapere, ma è pur vero che proprio in quanto "ignorantelli" è inutile dirgli nulla. Vuoi spiegar qualcosa a un cane? Il risultato è stato che ora "gli ignorantelli" diprezzano i films di Ford accusandolo perfino di razzismo senza conoscere bene i films che disprezzano, urlano all'imprecisione di lettura della realtà storica e, ora come sempre, strumentalizzano qualsiasi cosa gli capiti sotto mano. Non credo sia utile uscire da un cinema carichi di odio, perchè il risultato di "Soldato blu" è stato soprattutto quello di far odiare qualcuno - le giacche blu al posto dei pellerossa - e niente altro. Sarei curioso di sapere se Ralph Nelson - autore di una opera così coraggiosa - abbia anche avuto il coraggio di togliersi i soldi di tasca per darli ai poveri pellerossa, se abbia detto "riconosco le mie responsabilità come discendente dei conquistatori, e mi tolgo il pane dalla bocca per loro" oppure se si sia limitato a sentirsi buono e dalla parte dei giusti, cosa che gratifica non poco. Hai presente in quanti urlano di dolore per i mali del mondo, purchè accadano oltre oceano?
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22 agosto 2011, 16:11 di fixer
Caro Neve, ogni tanto i nostri sentieri selvaggi si incontrano. Li chiamo fordianamente selvaggi perchè ciò che dici di APPALOOSA e di PECKINPAH è assolutamente selvaggio, nel senso che è una posizione (a mio avviso, chiaro) assolutamente "non domata", non inserita negli schemi critici generali. Devo dirti che non condivido questa posizione così come ciò che dici di un film come SOLDATO BLU. Dici che non credi "che sia utile uscire da un cinema carichi di odio". Allora ROMA CITTA' APERTA deve sembrarti orribile perchè fa odiare i nazisti. Il cinema di denuncia deve risvegliare lo sdegno nei confronti di chi si è macchiato di gravi delitti, avendo come codice d'onore quello della verità. Padronissimo di odiare APPALOOSA e Peckinpah: a me il primo è piaciuto per diversi motivi. La trama è scarna e classica. I comportamenti dei protagonisti sono poi assolutamente in linea con il western classico (quello che tu ami) pre-anni 60. C'è un codice cavalleresco e d'onore nel comportamento di Hitch che riporta di netto a Ford e Hawks. C'è nel personaggio di Ed Harris un'ingenuità sentimentale contrapposta alla durezza verso gli "outlaw" che mi ricorda l'Henry Fonda di SFIDA INFERNALE o il John Wayne di OMBRE ROSSE. Per quanto riguarda Peckinpah, il discorso sulla violenza estrema, al rallentatore e compiaciuta, l'ho sempre visto come l'urlo selvaggio (ancora quell'aggettivo) dell'uomo di frontiera che anarchicamente rifiuta compromessi, convenzioni, arrangiamenti con il male e simbolicamente li getta nel fuoco provocando un gran falò che finisce per bruciare anche se stesso. La violenza mi dà molto fastidio, come a te del resto, ma a volte la repressione violenta della violenza, inserita in contesti degradati o di forte contrapposizione sociale e politica (LA CROCE DI FERRO, CANE DI PAGLIA, CONVOY) acquista un valore catartico che, se diretta da un maestro di cinema e non da un mestierante mosso solamente da fini commerciali, ha un proprio valore. Con simpatia.
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22 agosto 2011, 16:57 di Marcello del Campo
@NeveCheVola, che il 'western' [fino agli anni Quaranta è stato il 'genere' per eccellenza, forse l'unico genere] sia finito già negli anni Sessanta, questo è vero, Ford addirittura affermava che era morto nel 1926. Tu segni una data fatale, "Soldato blu" del tuttofare Ralph Nelson: ricordo che il film fu stroncato da "Cinema Nuovo", - ed è una tesi accettabile, perché con quel film si sancisce l'adesione del western ckassico al nascente noodle-western, un'invenzione commerciale buona a rilanciare, mortificandolo, il western come era stato illustrato a partire da "The Great Train Robbery" fino a "Ulzana" e dintorni. Se consideriamo che dopo il 1915 fino al decennio successivo furono prodotti circa duecento lungometraggi western e che mezzo secolo dopo i western prodotti sono appena una ventina e negli anni Ottanta contiamo su una mano "I cancelli del cielo", "I cavalieri dalle lunghe ombre" e altri tre o quattro, affermare che il western 'muore' negli anni Sessanta, è opinione conidivisibile. Del poco che c'è stato dopo, ci si contenta [fixer e io e altri] ma non si esuta. Per questo abbiamo detto che del western 'rimane lo scheletro' e Monte Hellman è l'amanuense che sfronda 'i testi' per ragguaglirci su un cinema che fu e non ci sarà più.
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22 agosto 2011, 17:35 di Marcello del Campo
"Il western declina dopo gli anni Sessanta", - è vero, ma nessun 'genere' è mai arrivato allo splendore del decennio 1950-1959. I registi che vennero dopo dovevano 'inventarsi qualcosa di nuovo. Sam Peckinpah vive la frattura tra l'apogeo del western classico e il nulla che ha davanti. Ma alle spalle, il grande indiano Payute aveva questo spettacolo: Aldrich – L’ultimo Apache, Vera Cruz; Boetticher – Decisione Al Tramonto, I Sette Assassini; Books - L’ultima Caccia; Daves L’albero Degli Impiccati, L’amante Indiana, L’ultima Carovana, Quel Treno Per Yuma, Vento Di Terre Lontane; Dmytryck Edward – Ultima Notte A Warlock; Ford La Carovana Dei Mormoni, Sentieri Selvaggi, Soldati A Cavallo; Fuller - La Tortura Della Freccia; Hathaway - Il Prigioniero Della Miniera; Hawks – Il Grande Cielo, Un Dollaro D’onore; Lang – Rancho Notorius; Anthony Mann – Dove La Terra Scotta, L’uomo Di Laramie, Là Dove Scende Il Fiume, Lo Sperone Nudo, Terra Lontana, Winchester ’73; Nicholas Ray – Johnny Guitar; Parrish Robert – Il Meraviglioso Paese; Arthur Penn - Furia Selvaggia; Preminger - La Magnifica Preda; Stevens - Il Cavaliere Della Valle Solitaria; Sturges – Sfida All’ok Corral; King Vidor – L’uomo Senza Paura; Walsh – Gli Implacabili, Tamburi Lontani; Wellman – Donne Verso L’ignoto; Wyler - La Legge Del Signore; Zinneman - Mezzogiorno Di Fuoco, ecc.
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22 agosto 2011, 19:20 di billykwan
Interessante analisi, arricchita dagli interventi successivi, del genere americano per eccellenza. Mi sono preso un po' di tempo prima di intervenire e vorrei sottoporvi questa rifelssione. Se il western sancisce l'inzio del cinema a soggetto ("The Great Tarin Robbery") e per tutto il suo percorso accompagna il percorso del cinema "classico", ne decreta anche la fine? Il cinama classico americano finisce con l'inzio degli anni Settanta, il western cambia definitivamente e inesorabilmente rotta nel '69. Il film spartiacque per il western è "Wild Bunch" ma forse lo è anche per il cinema classico americano in generale. Non ha importanza stabilire se il cinema classico influenzi il western o viceversa, cerdo sia importante stabilire perché finisce il cinema classico americano. Credo che la fine del classicismo sia dovuta al fatto che il Cinema segue la Storia, intesa come eventi sociali. Il Vietnam, Dallas, il Wategate, i missili di Cuba, sono tutti avvenimenti che scuotono l'americano medio, facendogli perdere un'ingenuità e un'innocenza che era alla base del cinema classico. Per questo, oggi, un cinema di quel genere, purtroppo, non è più possibile; per questo il cinema di Monte Hellman e di Peckinpah è figlio del proprio tempo. Per questo, forse, opere più coraggiose e iconoclaste perché fuori dal proprio tempo furono "Alba fatale" di Wellman o "Il passo del diavolo" di A.Mann o "L'ultimo Apache" di Aldrich o il crepuscolo di Liberty Valance e i dubbi di "Sentieri selvaggi". Non sono d'accordo con Sturgess sul fatto che negli western bastasse cambiare cavalli: Martin Ritt, Richard Brooks, Sam Fuller non si sono limitati a cambiare cavalli e neppure Nick Ray e Robert Aldrich. Strugess stesso non lo ha fatto perché mi sembra che "Sfida all'O.K. Corral" e "L'ora delle pistole" non siano proprio lo stesso film. Concordo sul fatto che Eastwood abbia apposto la pietra tombale del genere e del Sogno Americano ma, personalmente, di quel poco western attuale che ci viene proposto, riesco ad apprezzare solo la classicità, quado ben proposta ("L'ultimo dei Mohicani", "Open Range", "Silverado"). Un saluto a tutti.
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22 agosto 2011, 23:48 di Neve Che Vola
Caro fixer, siamo di nuovo all'antico discorso. A me non interessa il cinema di denuncia, perchè non c'è niente da denunciare. Ad un livello la denuncia da fare esiste, ma non ad altri. Molto tempo fa Marcello mi disse che sono in fondo un borioso, forse ha ragione. Non mi tocca minimamente quello che accade in "Roma città aperta" e già ho detto quello che penso di Anna Magnani, donna ai miei occhi meno che insignificante. E chiunque è libero di adorarla come se fosse la Madonna, ma non di entrare in casa mia ad adorarla pretendendo che anche io la adori come se la sua grandezza fosse una verità oggettiva decisa da Dio. Hai ragione, caro fixer, a dire che non rientro nei canoni degli studi critici, ma la ragione è semplice: nessuno mi ha mai convinto della validità di questi studi critici ( e Marcello mi ha già redarguito in passato ma la penso sempre allo stesso modo). Ritengo assurdo credere che un regista vada studiato nella sua totalità per essere capito, "Intrigo Internazionale" lo vidi a otto anni circa, e misi a ferro e fuoco il mondo per trovare il romanzo da cui era stato tratto (che non esiste). Non mi è cambiata di una virgola la vita dopo che ho visto non meno di venti volte "La donna che visse due volte", o altri film del Maestro. "Intrigo Internazionale" continua ad essere quello, salvo cambiamenti dovuti ai miei cambiamenti ma che non sono connessi così direttamente alla mia accresciuta conoscenza di Hitchcock. Sono ottuso? Può darsi. C'è bisogno di riconoscere le competenze: io non sono convinto che un critico, o il mondo intero se necessario, abbiano ragione a dire quello che dicono di "Il mucchio selvaggio" oppure "Odissea nello Spazio" oppure "Arancia Meccanica". A me sembrano stupido il primo, passabili i secondi. Ne avrò sentite su questi tre film? Non ho mai letto opinioni su "Gli spietati"? Ne ho lette a bizzeffe, e la mia conclusione è che vediamo il mondo diversamente e non c'è niente da fare, non siamo in disaccordo - con costoro - su piccole cose, ma sull'approccio al mondo e tu già sai - forse fino alla noia! - su cosa si fondano le mie idee. Riguardo a "Gli Spietati" penso che sia un film qualsiasi, mediocre, non ha niente da dirmi, a meno che io non condivida e prenda sul serio la critica o lo metta in rapporto dalla cronologia dei film western. Purtroppo non ci riesco, e non sancisce un bel nulla a parte di essere un film medio. Che ci posso fare se il mondo dice che invece "Gli Spietati" sancisce questo e quest'altro? A loro sembra così, ecco tutto. Hanno il difetto di non sembrarmi particolarmente furbi, ecco perchè parlo senza umiltà. Non mi basta che un film sia stato fatto per prenderlo in considerazione. Il fatto che un film sia "accaduto", è ragione sufficiente perchè mi ci sprema sopra le meningi? Qui stiamo a parlare di "ciò che è accaduto", come se avesse rilevanza in quanto "accaduto". Chi è sancisce l'accadere di questa cronologia? E' accaduto il nazismo? E tu credi che io perda il mio tempo a rifletterci sopra? E' inevitabile che accada il nazismo, e ne accadrà ancora, stanne certo. Le denunce vere, nessuno le fa mai. Non gli interessano un fico secco. Anna Magnani che cade sotto i colpi dei nazisti, quello si che fa gran colpo - mica scalfisce l'intima essenza delle persone, anzi, collude con il gioco perverso di cui già tanto mi sono sforzato a parlare - ma per me non ha significato. Grezzamente: un bue abbattutto da altri buoi. Il problema è il bue in quanto tale, non il suo comportamento. Invece studiano il bue dai suoi comportamenti, come se questi avessero rilevanza. Per me non ne hanno alcuna. Capisci il mio punto di vista? Per me il 90% dell'umanità è composta da buoi, disuniti interiormente. Ne abbiamo già parlato. Oggi promettono una cosa, e domani non c'è più colui che ha promesso. Che me ne frega della loro opinione? Io ti capisco quando dici che non mi condividi. Non chiedo condivisione. Se mi interessasse la posizione critica, stai certo che mi sarei ingegnato a leggere il più possibile come un diligente scolaretto. Ma io non credo in quei maestri. Sul western ho letto, ma per scherzo. Per guardare le figure, le illustrazioni. Ma perchè dovrei leggere fiumi di inchiostro inutile se tale lo considero? Sperando nel miracolo di Cristo? "Roma città aperta" non mi sembra orribile per l'odio che suscita verso il nazismo, quanto perchè davanti a me vedo poveri buoi e non c'è niente da fare. "Roma città aperta" è troppo poco "orribile" per suscitare l'odio che suscita un soldato che decapita una donna in fuga col figlio - tempi diversi, mi dirai tu. Non ho niente contro il cinema di denuncia, purchè la denuncia mi sembri sensata. Queste denunce, purtroppo, mi appaiono banali e scontate, già so che è così e non fanno altro che dare l'illusione di una denuncia pur mantenendo al sicuro i "loschi traffici". Ad un livello la denuncia può essere giusta, ma allora dovremmo parlare di diversi livelli di azione di un film. Anche "Hombre" è un film di denuncia, ma condivido la denuncia a tutti i livelli. C'è una sola denuncia che io condivida: quella contro le divisioni interiori (se ricordi, paragonai John Russell ad un maestro Zen), non contro le azioni commesse in stato di divisione interiore senza discutere di questa. John Russell cosa fa? Evita di colludere con il resto del gruppo, non può permettersi di discutere l'operato. Deve obbligarli a trovare forza in loro stessi, ecco che comincia la marcia verso i monti fingendo di abbandonarli. "Hombre" è un film assai superiore a "Soldato Blu", l'ago della bilancia non pende dalla parte degli indiani o dei bianchi. O meglio, pende a favore degli indiani, ma non è manicheista. Piuttosto risplende il sole della comprensione di essere tutti nella stessa barca, e lo sa Dio il perchè. Questo lo trovo un film educativo, Russell giunge a dire degli indiani "Ne hanno fatto degli alcolizzati, degli imbecilli. Lei li chiama cristiani i responsabili di questo, e se ne fida. Io li conosco come bianchi, e non me ne fido affatto". "Hombre" è di 4-5 anni precedente a "Soldier Blue", com'è che in pochi se ne accorsero? in "Sentieri selvaggi" Martin si chiede come mai i soldati avranno ucciso anche una povera donna indifesa, e siamo nel 1956! Com'è che tutti inneggiano a questo soldato Blu come se avesse riveltato l'arcano? Ritt fece anche "La fratellanza", anticipando "Il padrino" (film che detesto), com'è che tutti ricordano il violentissimo "Il padrino" e non, per dire, "La fratellanza", film perlomeno eccellente? Il codice di onore del quale parli, la verità, si riduce ad una mera constatazione di ciò che è avvenuto a livello storico. La verità esiste anche ad altri livelli (secondo me, beninteso), e ne abbiamo già parlato a proposito degli stati di divisione interiore, di vere a proprie subpersonalità e del loro potere dominio sull'uomo. Bene, ne prendo nota che i nazisti fossero cattivi. Ma a me interessa piuttosto il cambiamento, e in quale modo "Soldato Blu" possa cambiare qualcuno in maniera utile mi sfugge, rispetto per esempio ad "Hombre". Su APPALOOSA posso essere d'accordo, ma solo nel senso che il regista ha guardato una lampada con il fuoco che arde. Purtroppo, ha scambiato la lampada per il fuoco che arde, e lì termina per me la classicità di quel film per quanto per me termini come "classicità" per me non vogliano dire niente. La mia spiegazione sulla violenza è più semplice: gli piace, e non poco. La tua spiegazione è forse giusta, ma non è certa, sono tutte ipotesi. Ipotesi ne ho sentite centinaia di miglia ma non mi hanno mai tolto dalla mia convinzione che Peckinpah se la racconti, e di riflesso la racconti a noi. @Marcello: sono d'accordo, ma il grande indiano Payute poteva benissimo fare qualcos'altro invece che cinema. Però non ho niente in contrario a chi lo ama: c'è gente che è convinta che Peckinpah sia l'autore dei "veri" western, e del resto due piacciono anche a me ("La ballata di Cable Hogue", oltre a "Guns in the Afternoon", e non è che gli altri suoi film mi facciano schifo: intendo dire che non sento necessità di rivederli e che non mi preoccuperei se anche non si salvasse neppure una copia). Per me va benissimo, purchè non olterepassino la soglia di casa mia con questa tesi. Non considero giusta o sbagliata la loro tesi, dicono così perchè le loro premesse sono diverse dalle mie, una infinità di cose sono diverse dalle mie. Ma questa diversità è il guaio, e non c'è modo di discuterne. @saluti a Billykwan cui, immagino, risponderanno Marcello o fixer, ben più preparati di me. L'unica cosa che ti posso dire è che è pericoloso prendere per vero quello che un regista (o chiunque) dice della propria opera. Chissà cosa intendeva in realtà, oppure semplicemente si sbagliò in buona fede. C'è gente che descrive se stessa come "a destra" su una carreggiata, se li osservi scopri che invece sembrano "a sinistra". Francamente credo che le parole di Sturges (come di molti altri) sarebbero da discutere con ulteriori domande al regista, ma ormai...
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