Il Viaggio dello storno, qualcuno voleva "volatilizzarmi" in "stolto"
Ah, principi infondati d'annebbiate rimembranze, che s'ossidaron in "diari" lagrimevoli squittendo solo in vacui tramonti vicin al "lago".
Estasi m'anche tormento della mente che, "ansiogena", si "morigerò" in sé, a perder strade d'asfaltar invece ancora di leggero, "leggersi" o leggendario vagar. Ci saran gendarmi con l'arma affilata della supponenza a "inamidarmi affinché non voglia "ambrarmi" anche dopo che m'adombrai. Ci saran foreste che "fluiran" nel mare in cui aspergerò la pelle in una tersa luccicanza ch'approdò, dopo un'esausta "siesta", in una sete a cui sempre "attingerò" per tingerla, e anche non stingermi solo nell'ass(s)tarmi.
Anni fa, accovacciato nella mia "culla", con le stelle a "cinguettar" nei miei neuroni, lessi d'un progetto felliniano che s'"arenò" perché la morte di Federico ne "ostruì" il "battito" ancor prima che, alato, lievitasse:
Il viaggio di G. Mastorna...
Lungo tragitto di un'anima "invecchiata", forse ritrosa, che si ringiovanisce nel ritroso "andarsene a spasso", tra flashback onirici, pindarici sogni in cui scardinarsi nell'"ordinato" caos, mestamente (in)cosciente, quasi assonnato, "sonnecchiarla" ancora, eppur sveglissimo o in contemplarla saggiamente "guardingua", d'occhio "flemmatico" di sinergie temporali, a ribaltar gli equilibri Spazio-Tempo, a (de)programmarli, a (dis)organizzarli nelle sue correnti emozionali, a "frangerla" e scheggiar le aurore, le Notti o "note" dei ricordi e dei bar del Corso, l'amore ancor vivido di chi ti "soccorse" da lancinanti ferite, il suo C'era e il suo ci sono, il suo esser(ci) nell'essenza, funerea o cristallina nell'anima, d'un infinito "morsicarsi" e morderla ancora, fra le nebbie della vita.
Se posso permettermi, senza dubbio questo è affascinante "mesmerismo", ma il titolo lo "incaglia" in un'opalescenza "musicale" d'uggia ansimante... diciamo così.
Innanzitutto, la vita non è un "viaggio", è un raggio, che scalfisce, fischia, deambula (im)mobile, imprigiona e poi libera, di Luci per un attimo, del volteggiarle avvolgendosene, lascia stremati ed esterrefatti, energie sfiancate che poi ancor d'abbagli si destano, e abbaiano, di malinconie ed euforie, di foll(i)e & solitudini, delle nostre similitudini, della Spada di Damocle o del puzzle (s)composto.
Un raggio che illumina, (s)chiarisce, poi ermetico "luneggia", che "intride, stride & stringe i denti", poi li allenta o la rallenta, poi cavalca e nuovi ostacoli scavalca, e, dopo i temporali, tempestivo, rapace, repentino o ancora in "serpentine", maculato, abbronzato o unitariamente (s)tinto, ci lascia ancora una volta nel Sole... o nelle pioggie.
Non so, io la intendo così...
Non so voi, dunque me, dunque Noi...
Spesso i "raggi" s'interrompono, o solo erompon in fratture o nel nostro "diaframma" che, per troppe densità, preferisce non addensarsi nell'onda belante quasi mai "basculante", stoltamente e stolidamente intonante, quasi mai di tuoni & fragori, di schizzi frammentari o di frammenti di lampi, c'"allampana", non la "campaniamo" e c'arrendiamo alla "campagna".
Ma, la civiltà ancor, seppur mi "meni", mi sembra ancora la scelta più amena, più da Atene...
Ancor, infatti, gradisco il "dissolversi" di guglie di grattacieli che grattan ancor più i loro condomini nei loro cieli in una stanza, la giustezza del divinizzarla più che "divanizzarsi" apatici, il vino alle "coccoline", dunque l'idromassaggio nel raggio di cui ho accennato, anzi l'ho impennato "brulicandolo", "brancolandolo", abbrancandomene e nei suoi brusii "brullarlo", "bullarlo", sburrarlo e un po' sbugiardarlo.
Il raggio è il viaggio di me, storno che taluni definiron "stolto", perché la troppa grandezza intimorisce chi smuore solo per pacate "delicatezze" indirizzate ad "ossigenarla" nelle chiacchiere, nei falò e nello "St(r)iangiamoci la mano".
Il raggio è assolato, a volte solo, m'anche "allunaggio", voltaggio delle tue tante anime, lo squagliarla e "risquamarla", palpeggiarla e, sì, "lupeggiarla".
Molta gente (non) mi darà retta, e non mi darà "credito".
Certamente, posseggo un'anima, dunque ripeto tante, che non si genufletterà a "medicarsi" mendicando dai "creditori".
Perché la mia vita, è quando voglio abbacinante, (cl)amorosa, forse solo nei tanti baci "naufragante", anche quando, indispettita o dispettosa di "spettabilità" cafone, si "raffredda" nell'"amianto", quando piange, ride o si (com)muove, quando s'eleva e innalza troneggiante, o solo ancor viaggia nel "treneggiante".
Firmato il Genius
(Stefano Falotico)
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