Il corpo rivoluzionario di Jacques Tati.
Il cinema di Jacques Tati è continuamente rivolto all’analisi di quella società dei consumi che, votandosi acriticamente al culto del possesso, ha di fatto subordinato l’uomo all'oggetto. Tati si dimostra affatto interessato a una lotta militante contro il progresso tecnologico, lui si limita a certificarne il potenziale alienante, la perdita di senso dell'uomo cosiddetto "moderno, il fatto che esso si crede padrone delle proprie azioni senza rendersi conto di quanto invece sia diventato schiavo di un effimero spirito di emulazione, spinto da una volontà eterodiretta ad adottare comportamenti senza averne misurato il grado di effettiva adattabilità su un più lineare andamento della propria esistenza. Lo fa conferendo un ruolo fondamentale agli oggetti che popolano le città industrializzate, mostrando il rapporto di tipo simbiotico che l’uomo tende ad instaurare con essi e accentuandone in chiave grottesca il corto circuito che ne può scaturire, che può arrivare a capovolge le posizioni di partenza, con gli oggetti che arrivano quasi ad acquistare una vita propria, a diventare padroni della situazione, a ribellarsi addirittura. C’è poi la tecnica cinematografica, tutta giocata sull'ampiezza dello sguardo e sulla pluralità di informazioni rinvenibili all'interno di ogni singola inquadratura (spesso in campo lungo) che, da un lato, riesce a dar corpo ad un universo narrativo sufficientemente capace di attribuire ad ogni singolo gesto un emblematica rilevanza sistemica e, dall’altro lato, sa generare la voluta percezione di trovarsi di fronte a un teatro comico dell’assurdo. Un universo straniante e a tratti surreale, rispetto al quale le gag rappresentano il passaggio tra il momento di una gestualità rigidamente ritualizzata a quello che tende a riportare il tutto in una dimensione più umana, dove l'uomo è altro dal gregge a cui è stato acriticamente ridotto e i rumori stessi che ne scandiscono i movimenti sembrano acquistare una volontà partecipativa votata alla ribellione. E’ in esso dunque che si consumano le pungenti invettive contro la “religione” del consumismo, che hanno la sostanza di una comicità mimica spesso irresistibile e la forma dinoccolata del corpo malleabile di Monsieur Hulot, un alieno che sembra capitato quasi per caso sulla terra, che con l'ingenuo candore che gli è proprio riesce far emergere il carattere disfunzionale di un mondo oberato di inutili certezze e false necessità. Geniale Jacques Tati.
Per chiunque volesse approfondire di più e meglio la conoscenza di Jacques Tati, consiglio, per chi non l’avesse ancora fatto, la doverosa lettura dello scritto di Marcello del Campo “Jacques Tati directeur d’object” (http://www.film.tv.it/playlist/44938/jacques-tati-directeur-d/).
- Parade - Il circo di Tati (1974) Anche il pubblico diventa attore in questa disordinata sarabanda di suoni e colori. Soprattutto i bambini. Tati è nel suo mondo.
- Monsieur Hulot nel caos del traffico (1971) La comicità gestuale di Monsieur Hulot scagliata con gentile irriverenza contro il mito delle quattro ruote. L'arguzia iconoclasta corre su strada.
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Play Time (1967) Tanto nell'ordine geometrico dell'immenso palazzo di vetro degli uffici amministrativi, quanto nel disordinato andirivieni del ristorante Royal Garden, si ha la tragicomica rappresentazione dell’insana presenza dell’alienazione, che induce le persone a muoversi come degli automi, ad andare di fretta senza sapere precisamente perché. Come se stessero su una giostra da cui è impossibile poter scendere.
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Mio zio (1958) L'amorfa asetticità della casa ultramoderna degli Arpel contrapposta al vitalismo colorato del quartiere popolare dove vive Hulot. I totem del consumismo da poter esibire contro l'umana inefficienza di spiriti vivi. La poesia è nel colore.
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Le vacanze di monsieur Hulot (1953) Monsieur Hulot riesce, senza volerlo, a smuovere il routinante andamento di vite cloroformizzate. Con l'istintivo anticonformismo di un ingenuo spettatore delle cose del mondo. Un bambino nel corpo di un adulto.
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Giorno di festa (1947) Lo spirito di emulazione porta l'umile postino Francois a sostituire il "tempo dell'attesa europeo" con quello "dell'efficientismo americano". I ritmi lenti di un paese di campagna, dove sembra esserci sempre tempo per la consegna della posta, a quelli velocissimi praticati dai postini americani, a cui il, invece, il tempo non basta mai. Le origini di Monsieur Hulot.
Commenti
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27 settembre 2011, 16:52 di jonas
Come scriverò a suo tempo, qualche perplessità ce l'ho proprio su Giorno di festa, dove secondo me stava ancora cercando la sua misura; ma i tre successivi sono deliziosi, e il quinto si guarda con tenerezza.
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28 settembre 2011, 13:08 di curiosone49
sagace commento per un geniale artista!
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29 settembre 2011, 00:30 di Peppe Comune
Grazie pei gli interventi ragazzi, anche a nome di Monsieur Tati.
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