Sulla mia lapide da "defunto": lapidariamente rinato nell'aggiornarsi in una Notte che (non) sarà
La rabbia paciniana è molte volte concava, spesso t'"incula"
Arpiono i personaggi di Alfredo, ombra ermetica dal "meteorismo" tuonante in imperiosi monologhi che ci specchiano (in) chi siamo, e "lo" annuisco, saziandomi d'una aderenza in Lui, tra ferite che osequian il sangue, un mio Super 8 volteggiante in cui la vita è ammantata, dorata "extraterrestre" di Fantasia anche disneyana, una Sony HD che immortala fatali attimi d'indimenticabili gambe muliebri a intenerirsi in curve di gridata femminilità-"tacchi alti" e poi a inteporirsi in labbra che palpan, da lassù, il fondoschiena un po' accidioso per un mio stremato, allibito, "zampillante" benedirle in Dio e nella mia "acqua maledetta".
E' l'istante in cui capto la gracile fragilità d'ormonali bagliori che s'incendieranno quando esalerò, in Lei, un respiro dai mormori della mia "ultima cena", appassionato in lenzuola lussuriose che furon lo strepitio purpureo d'una rovente Luna in baci a danzarci in corpi di nudità sibillina, o a sibilarci anfibi dentro spellati bui a "oscurarli" con l'impeto d'una libido di coagulato "dissolverci", lenti e poi inferociti, d'una animalità ibrida fra la scimmia scalza e un tatto spirituale che profuma d'arcane libagioni greche, che si morsica lancinante succhiando le cicatrici e aspirandole nel soggiogarci ludici al piacere ch'è un brivido d'accelerazione orientale nel suo alato misticismo da Sol Leone, rinato in fremiti che aspetteranno altre Notti propizie per "liquiriziar" di gole profonde, ammorbidite nel caffè spensierato del post-orgasmo ancor sinuoso e dolcificato.
Pacino, Padrino (non) scelto come pater familias che, torreggiante, nella sua immensa solitudine non ha governato se stesso, nell'afflizione autunnale della malinconia. Coi figli, ora cresciuti, che gli fan "guerra" e un papato che nasconde segreti abominevoi dietro riti da ecclesiali "saggezze"
La maschera del "potere".
Pacino, cane in un pomeriggio "efferato" in cui scuoia se stesso, per un impresa "eroica" che lo (in)castrerà più di prima, che latra per un'Attica quando vorrebbe come tutti solo un attico.
Scarafaggio che non prende ordini da nessuno, frega la moglie del capo e "bosseggia" di pallottole drogate con l'ultimo bussolone "a pugnalarlo" dietro la schiena.
Pacino, la via di Carlito, lestofante criminalotto per un quartiere che pendeva dalle sue labbra, quando Lui voleva solo assaggiarle il rossetto. Un sogno fiammeggiante ch'evapora con un alt(r)o tradimento sinistro a stenderlo, tesogli dal "braccio destro".
Pacino, Hanna sei solo, spietato sbirro che rapinò tutta la sua vita disaastrosa, e stringe la mano al suo "nemico", incupendosi mentre un aereo vola là, e smuore come un altro frammento della sua anima. O solo spari fiochi vicino alla Luna.
Pacino insonne, che brancola fra i ghiacciai, esterrefatto dalla sua palpebra sonnecchiante ma sempre sveglia, guardinga per crepuscoli da Batman.
Pacino & Wilde, anime simbiotiche d'un viaggio melanconico lungo l'Irlanda, e Londra coi loro stessi, gentlemen raffinati nell'orrore delle tragedie.
Firmato il Genius
(Stefano Falotico)
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