
DEDUZIONI E ABDUZIONI - SHERLOCK HOLMES "TRADITO" DAL CINEMA
A conti fatti, Sherlock Holmes dell’adrenalinico Guy Ritchie, con Robert Downey jr. nei panni e nella pipa del deduttivo investigatore e Jude Law in quelli del dottor Watson, ha risarcito Conan Doyle da una filmografia scalcinata, - come è accaduto a Maigret e alla Christie: spiccioli di film appena decenti, in un solo caso un capolavoro e di riflesso un ottimo Sherlock-ambient.
Il libro da cui Herbert Ross trasse il film Sherlock Holmes: soluzione sette per cento (1976) ha come sottotitolo Primo quaderno delle memorie inedite del dr. Watson, il fedele assistente di Sherlock Holmes, pubblicate a cura di Nicholas Meyer (Rizzoli editore, 1976).
Meyer immagina che Holmes si incontri con Sigmund Freud il quale pone tremendi interrogativi: perché Holmes si droga (cocaina in soluzione 7%)? Perché è diffidente verso le donne? Perché vede nel professor Moriarty il suo persecutore? Tutti problemi che indagati da Freud portano alla luce aspetti reconditi e sconcertanti della personalità del detective.
Nicholas Meyer, in un altro suo romanzo fa incontrare Sherlock Holmes addirittura con George Bernard Shaw, lo stizzoso commediografo, precisamente nel romanzo Orrore nel West End. Inoltre nel film degli anni Settanta (Meyer è anche regista, scrittore di gialli e ha lavorato nello staff per il lancio di Love Story), L’uomo venuto dall’impossibile (1972), faceva incontrare H. G. Wells con Jack lo squartatore.
Sherlock Holmes ha tanto sovrastato il suo autore, Sir Arthur Conan Doyle, che c’è gente (dice la leggenda) che ancora oggi continua a inviare lettere a Baker Street dove Holmes aveva lo studio.
L’investigatore lente e pipa appare inoltre nelle opere di altri scrittori: Mark Twain, in una novella del 1902 (A Double Bareleed Detective Story), racconta di un’indagine fallita di S. H.
Il figlio di A. Conan Doyle, Adrian, scrisse negli anni ‘50 con l’aiuto di un “giallista” di fama sherlockiana, John Dickson Carr (alias Carter Dickson), The Exploits of S. H., narrando ‘nuovi casi’ trovati tra le carte inedite di Sir Arthur, ovviamente inventati.
S. H. appare poi, con il nome curiosamente corretto, in racconti di fantascienza, come Shlock Flomes (Robert L. Fish, L’avventura della banda con gli occhiali), Hoka Homes nell’omonimo racconto di Poul Anderson e Gordon R. Dickson, infine come Lufock Holmes nel romanzo Le avventure di Lufok Holmes di Pierre Cami (Sellerio editore) e Herlock Sholmes in Arsenio Lupin contro Herlock Sholmes di Maurice Leblanc (Einaudi Editore). Anche Umberto Eco nel romanzo-indagine storico Il nome della rosa chiama il protagonista “Frate Guglielmo da Baskerville”, che rimanda a Guglielmo di Occkam e al Mastino dei Baskerville.
Aggiungo che un maestro della detection, Ellery Queen (veramente i maestri erano due e lavoravano in coppia) ha scritto negli anni ‘60 il romanzo Uno studio in nero, in cui Sherlock Holmes (già protagonista di Uno studio in rosso di Conan Doyle”) è alle prese (di nuovo) con Jack lo Squartatore.
Non è finita: S. H. oltre che una creatura di Conan Doyle è, non dimentichiamo, figlio del positivismo imperante nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Il suo metodo basato sull’osservazione e sulla raccolta di dati empirici lo avvicina a pensatori come J. Stuart Mill, Herbert Spencer e Charles Darwin. Per questo, in tempi più recenti (agli inizi degli anni Ottanta) il grande linguista e antropologo Thomas A. Sebeok ha compiuto uno studio raffinato per dimostrare che il metodo d’indagine di Sherlock Holmes ha una sorprendente affinità con la teoria della “abduzione” di Charles S. Peirce, il padre della semiologia: da questa indagine è nato il saggio a due mani di Umberto Eco e Thomas Sebeok (a cura di) Il segno dei Tre: Holmes, Dupin, Peirce, Milano, Bompiani, 1983 che può essere letto senza eccessiva difficoltà anche dai non specialisti. ,
Lo storico Carlo Ginzburg, a sua volta, ha trattato in modo affascinante i “paradigmi indiziari” di S. H. in un saggio contenuto nel volume Crisi della ragione (Einaudi 1979).
Un saggio molto serio – nonostante il titolo fuorviante, - è Sherlock Holmes e il caso del dottor Freud di Michael Shepherd (a/vverbi edizioni, 2002), fondatore della psichiatra sociale, che mette a confronto e analizza con strumenti di indagine sofisticati i tratti comuni del personaggio letterario e dello scienziato reale, illuminando i rapporti tra mito e scienza.
Per finire, segnalo due libri che si spera siano tradotti in italiano: nel primo si mette a confronto Sherlock Holmes con Karl Marx (Alexis Lecaye, Marx et Sherlock Holmes, Fayard Noir, Paris 1981), mentre nel secondo, The Case of the Philosopher’s Ring di Dr. John H. Watson, Randall Collins, London 1980) - troviamo Bertrand Russell che si reca nel famoso studio di Baker Street per sventare un complotto ordito contro Ludwig Wittgenstein.
La lista che segue esaurisce “il meglio” trasferito in cinema di Mr Holmes, una manciata di opere passabili (Terence Fisher), mediocri e due sole eccezioni, il vertiginoso film del grande Billy Wilder e quello solo allusivo dei fratelli Hughes (La vera storia di Jack lo squartatore). Da aggiungere il meno noto ma discreto Assassinio su commissione (Murder by Decree, 1978) diretto da Bob Clark con un ottimo cast, - Christopher Plummer, James Mason e John Gielgud.
Forse la televisione ha trattato meglio i tre grandi della detection e il modello Sherlock/Rathbone, Watson/Bruce è quello più vicino al mondo sherlockiano.
E a proposito di televisione, vale la pena segnalare il film Sherlock Holmes a New York (1976) girato per la TV, diretto da Boris Sagal con un Roger Moore aderente a Sherlock Holmes che deve sbrigarsela con il terribile professor Moriarty, interpretato nientemeno che da John Huston, Patrick Macnee è il Dottor Watson, grande contorno di Charlotte Rampling e l'indimenticabile Gig Young.
Molto riuscito è il serial Sherlock creato per la televisione inglese da Mark Gatiss e Steven Moffat [Doctor Who], a giudicare dalla prima serie di tre episodi del 2010, con Benedict Cumberbatch/Sherlock Holmes, Martin Freeman/Dr. John Watson.
Commenti
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11 ottobre 2011, 01:51 di Marcello del Campo
E' giusto quel che dici, astronomy domine, infatti wikiquote riporta la tua osservazione: "Il modo di dire più tipico attribuito ad Holmes è la frase 'Elementare, Watson!', quando egli spiega, con una certa sufficienza, all'amico medico la soluzione di un caso. In realtà questa celebre frase non è mai stata pronunciata. In una pagina della raccolta Le memorie di Sherlock Holmes, nel racconto 'L'uomo deforme', Holmes, rispondendo ad una domanda di Watson, fa semplicemente uso del modo di dire: 'Elementare!', riferito ad un suo ragionamento; ne 'Il segno dei quattro' dice testualmente: 'La cosa è di una semplicità elementare'. La frase 'Elementare Watson' ha fatto la sua apparizione in uno dei tanti film sul grande detective, conferendogli una certa dose di antipatia e supponenza senz'altro immeritate.". Buona notte.
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11 ottobre 2011, 05:14 di Neve Che Vola
Un mio amico espertissimo in materia - possiede molte edizioni in inglese dei romanzi e racconti che ha letto ripetutamente in lingua - mi aveva detto, ma chiederò conferma, che la frase "elementare Watson" comparve in adattamenti teatrali o semplicemente in versioni adattate in riviste. Non ho visto tutto di Sherlock Holmes, ma Basil Rathbone mi piacque enormemente - a differenza che per quel mio amico che proprio stasera mi ha detto che sta per vederne uno degli anni venti - e ho apprezzato enormemente anche Peter Cushing in "La furia dei Baskerville". Non sapevo che Ellery Queen - forse la coppia di giallisti che preferisco - aveva scritto un romanzo dove appariva il personaggio, credevo che "Uno Studio in Nero" vedesse protagonista Ellery Queen stesso, che mi immagino sempre col volto di Jim Hutton.
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11 ottobre 2011, 13:18 di Neve Che Vola
Grazie delle informazioni, i nomi americani e che fossero cugini lo sapevo, ma non sapevo che fossero polacchi. Avevo letto un discreto numero di loro gialli - mi sembrvano assai più bravi, come scrittori, di Agatha Christie, per esempio - tra i quali ricordo bene "Il mistero delle croci egizie", quello che preferii.
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12 ottobre 2011, 15:02 di Diego_F
@Marcello Del Campo, grazie di questa interessante play. Poiché non li nomini, deduco che non hai una grande opinione degli Sherlock Holmes interpretati da Basil Rathbone all'inizio degli anni Quaranta (editi in cofanetto da Cecchi Gori). Giusto? Io non li ho mai visti: qualche volta mi sono chiesto se valeva la pena procurarmeli, ma ho lasciato perdere per una certa diffidenza per le serie di quell'epoca (tipo Charlie Chan, Mr. Moto, ecc.), qui acuita dalla circostanza che la produzione della serie era inglese e realizzata in tempi di guerra: quindi, con ogni probabilità, fatta in studio con pochi mezzi. Non che la ricchezza della produzione sia sempre un fattore di qualità, anzi; però per film di routine, in costume e con poche pretese registiche non guasta. Di quelli che citi, ho visto "Vita privata ..." (in un vecchio ciclo di Claudio G. Fava) e "Soluzione sette per cento", entrambi - specie il primo - interessanti, anche se il personaggio letterario è solo un pretesto.
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16 ottobre 2011, 14:07 di emmepi8
certo l'oerazione era orientata verso il successo assicurato, ma prendendosi gioco anche dei mezzi messi a disposione il film ha avuto coraggio, e mi ha divertiito. Marcello sei formidabile davvero
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