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17/10/2011 h. 00.36 Film: Playlist libera
JACK THE RIPPER & FRIENDS

JACK THE RIPPER & FRIENDS


Lo uccisi perché mi svegliò. Mi ero coricato tardissimo e morivo dal sonno. Con un manrovescio, zac, gli feci rotolare la testa per terra.

 
(Cervantes, Don Chisciotte, I, 37.)
 
Un delitto d’impeto può essere ‘esemplare’ come scrive Max Aub in Delitti esemplari, ma non è necessariamente ‘artistico’.
Non è artistico il delitto riferito da Thomas Bernhard: un uomo buono, da tutti ritenuto onesto e saggio, un bel giorno uccide la moglie, i numerosi figli, la suocera; alla domanda perché l’abbia fatto, risponde: “Non lo so, a un certo punto mi sono sembrati troppi.”
Chi di noi non ha pensato di uccidere per un banale motivo? È più facile uccidere che reprimere questo sentimento umano.
Scrive Giorgio Manganelli: Ora, non v’è dubbio che l’omicidio sia estremamente interessante e, tutto considerato, divertente. L’assassino porta sulle sue spalle una grande e drammatica responsabilità- egli è il delegato di tutti gli assassini che non uccidono. […] l’assassino non è una figura periferica, il “mostro”, ma è l’immagine dei nostri sogni, dei nostri incubi.
E Ambrose Bierce fa una distinzione sottile: Esistono quattro tipi di omicidio: esecrabile (o a tradimento), giustificato, scusabile e degno di lode. Questo comunque importa poco alla vittima: la distinzione è per gli avvocati.
Max Aub incalza, raccoglie testimonianze di delitti esemplari, commessi cioè in uno stato di fastidiosa sensazione di insopportabilità, come quando si spiaccica una zanzara e ci si sente liberati da un incubo:
 
a) si può ammazzare qualcuno perché inconsciamente la vittima desidera essere uccisa (“ – Meglio morta – disse. E l’unica cosa che desideravo era di darle soddisfazione!”)
 
b) perché il commensale che ci sta di fronte non sa stare a tavola (“Lo uccisi perché invece di mangiare ruminava.”).
 
c) Perché uno è brutto (“Era tanto brutto, quel poveraccio, che ogni volta che lo incontravo mi sembrava un insulto. Tutto ha un limite”)
 
d) Ma può uccidere anche uno come Ignazio La Russa (“Ci provino adesso a fare le manifestazioni contro il governo!”).
 
C’è chi come E. M. Cioran non va tanto per il sottile (“Non appena si esce per strada, alla vista della gente, sterminio è la prima parola che viene in mente.”).
 
Come dar torto a questi lucidi pensatori!
 
Bisogna andare indietro nel tempo (non siamo tutti illuministi: il mondo non va vanti né indietro, ruota incessantemente su se stesso) per trovare un sistematore appassionato dell’ammazzare.
 
Thomas de Quincey è stato il primo ad avere, con felice verve, intuito che esiste un’ars necandi. (naturalmente non sapeva né poteva prevedere la futura piega funesta degli eccidi di massa, il suo è un punto di vista esteticamente ilare, paradossale, incruento. L’assassinio come una delle belle arti va considerato alla stregua delle provocazioni che si risolvono nel contrario di ciò che si afferma. Un testo eccelso è, in questo senso la modesta proposta swiftiana per risolvere il problema della fame e del sovrappopolamento mangiando i bambini o la beffarda idea di Céline di risolvere il problema della disoccupazione uccidendo i disoccupati.)
Certo è che l’idea di De Quincey di creare una ‘società per la diffusione del vizio’ in un’epoca incline alla moralizzazione di massa [ma non dei potenti nei loro postriboli!] – come la nostra – non è da buttare.
L’assassinio come una delle belle arti si occupa di delitti ‘artistici’, ben architettati, mirabilmente commessi, a De Quincey ripugna la macelleria di Jack The Ripper.
Più noto come l’autore delle Confessioni di un oppiomane, De Quincey pone le basi della prima compiuta formulazione della teoria generale dell’assassinio come opera d’arte, immaginando una società per la diffusione del vizio i cui membri trascorrono le lunghe giornate del brumoso inverno londinese commentando i più raccapriccianti fattacci di cronaca, via via esaltandosi per le più rimarchevoli imprese criminose, lamentando la rozzezza dei criminali.
De Quincey afferma la legittimità dl porsi al cospetto dell’assassinio come di una qualunque opera d’arte. Se si prescinde da qualsiasi considerazione morale, in effetti, come negare il fascino che su ciascuno di noi esercita un omicidio ben riuscito, un’artistica decapitazione, un’impiccagione esteticamente ineccepibile?
L’assassinio nobilmente auspicato da De Quincey, precisiamolo, è un gesto di trasgressione assolutamente individuale: è una ribellione gratuita alla soffocante morale vittoriana.
L’assassino deve scegliere con cura la sua vittima: preferibilmente un uomo dabbene E poi: la vittima deve essere in piena salute. L’uccisione di un ammalato sarebbe una barbarie, poiché chi è malconcio in salute difficilmente potrebbe sopportare con dignità il ruolo di vittima.
A titolo d’esempio, non si dovrebbe mai scegliere un sarto di età superiore ai venticinque anni: passata quell’età, egli sarebbe certamente dispeptico.
Sullo sfondo di questo ordito sarcastico, la Londra della rivoluzione industriale, un mattatoio nel quale l’assassino tipo mister Williams, immortale ballerino del martello, nella sua bieca dignità si rivela progenitore del Verdoux di Chaplin.
Siamo condotti per mano nel labirinto del crimine: se si è padroni della propria intelligenza, si riconosceranno i segni dell’ironia e del distacco, della contraddizione e del gioco intellettuale.

  1. DvdBlu-RayUmd non disponibile La vera storia di Jack lo Squartatore - From Hell (2001)
  2. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile Monsieur Verdoux (1947)
  3. L'abominevole dottor Phibes
  4. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile American Psycho (2000)
  5. Seven (1995)
  6. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile Il silenzio degli innocenti (1991)
  7. DvdBlu-RayUmd non disponibile Non è un paese per vecchi (2007)
SI

Commenti

  • 17 ottobre 2011, 19:07 di jonas

    Vedi caso: stamattina, facendo la spesa al supermercato, ho trovato il dvd di From Hell in offerta a 3 euro e l'ho preso. Avevo proprio lo spirito giusto per leggere queste considerazioni.

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  • 18 ottobre 2011, 07:28 di Neve Che Vola

    "Ho fatto una grande invenzione: il "superdistruttore", una macchina con cui, pigiando un bottone segreto che io solo conosco, si può distruggere tutta la vita nell'America settentrionale nel giro di un'ora, e sul resto del globo nell'ora successiva. Soltanto io, conoscendo la formula della sostanza chimica, posso proteggermi. (Scena seguente) Ho pigiato il bottone; non c'è più vita, sono solo, infinitamente allegro ed entusiasta." ______ "Delitti esemplari" di Aub è un libretto col quale ho vissuto per un bel pò. Non c'è davvero niente di meglio del portare allo scoperto, ridendone, questi impulsi distruttivi che rivelano l'intento ignobile. E' l'intento ignobile che spesso ci sfugge, prima di averlo portato allo scoperto illuminandolo con la giusta luce. Prima, spesso, sembra giacere sepolto sotto l'ondata dell'autogiustificazione. E' solo (magari non solo) quando riusciamo a scorgervi il lato (auto)umoristico che il nucleo di convinzione si scioglie e ci permette di vederci con distacco. Quante volte mi capita di ridere solo perchè porto alla luce l'intento che prima mi sfuggiva! Non riesco a trattenermi dal ridere...

    cancella commento cancella commento e blacklista Neve Che Vola
  • 19 ottobre 2011, 01:28 di Marcello del Campo

    Astronomy, - Ricordo quella mostra, ricordo i nomi dei partecipanti. Le installazioni erano a) una sagoma disegnata con il gessetto per terra, impronte e tracce di sangue b) un cuore vero (di animale) trafitto da un lungo coltello c) una enorme porta chiusa con la mappa dei giallisti che si erano occupati dell’enigma della porta chiusa e le soluzioni [la tua installazione: portasti la porta del bagno di servizio di casa] c) il calco di un piede con la targhetta della morgue infilata nell’alluce. La mostra fu segnalata sulla pagina romana dell’”Unità” con una recensione di Giancarlo de Cataldo. Bei tempi. Buona notte.

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  • 19 ottobre 2011, 03:27 di Neve Che Vola

    I misteri della porta chiusa (se è la stessa cosa della "camera chiusa"?) mi sono sempre piaciuti, ricordo John Dickson Carr alias Carter Dickson come specialista del genere, "Il mostro del plenilunio" uno dei titoli. All'epoca dei 12-18 anni avevo passione per i gialli, il mio primo libro, letto per far passare il tempo in estate in campagna, a otto-nove anni, fu "Troppi clienti" di Rex Stout.

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  • 19 ottobre 2011, 14:12 di Marcello del Campo

    Gli esegeti della "camera chiusa" ritemgono che il primo romanzo nel quale appare un delitto in una 'camera chiusa'sia "The Big Bow Mistery" ("Il grande mistero di Bow) di Israel Zangwill, autore yiddish noto soprattutto per il romanzo "Il re degli Schnorrer" [Feltrinelli]. La primogenitura è attribuita a lui perché in Poe c'è un elemento casuale [il gorilla], mentre in Zangwill il delitto è premeditato da un ingegnoso asassino. "Il grande mistero di Bow" fu scritto nel 1892 e pubblicato in Italia nei Classici del Giallo Mondadori n. 606 nel 1990, ristampato nel 2008 dall'editore Polillo. Esistono due volumi della Collezione Omnibus Mondadori "I delitti della camera chiusa" pubblicati intorno alla fine degli anni Settanta, fuori catalogo ma reperibili in e-bay. Ciao.

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  • 20 ottobre 2011, 08:09 di Neve Che Vola

    Grazie a tutti e due per le spiegazioni. Secondo me la lettura dei gialli è quasi essenziale per fornire ad una persona il senso dell'indagine, della deduzione etc. Spesso mi sembrano sottovalutati. Ciao.

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  • 22 ottobre 2011, 22:24 di fixer

    Caro Lorenzo, mi inquieta la citazione di Cervantes del Quijote: sei sicuro? Io non l'ho mai letta e soprattutto nel capitolo 1 proprio non c'è. E' uno scherzo vero? Bella play. Ciao!

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  • 22 ottobre 2011, 23:43 di Marcello del Campo

    Caro Fixer, la citazione è davvero contenuta in "Delitti esemplari" di Max Aub, ma l'autore l'ha decontestualizzata, dandogli un sapore 'criminale' che è lontano dallo spirito del Don Chisciotte, per fare aderire la frase di Cervantes [abilmente camuffata] alla sua 'causa'. In realtà, nell'edizione che ho davanti, nella traduzione di Vittorio Bodini, pag. 416, Capitolo Trentasettesimo, intitolato "Dove continua la storia della famosa principessa Micomicona, con altre buffe avventure", Don Chisciotte si vanta di avere ammazzato un gigante: a Sancio che gli dice: "La vostra signoria, Signor Triste Figura, se la può dormire quanto vuole, senza più preoccuparsi di ammazzar giganti....", Don Chisciotte risponde: "... ho avuto col gigante la più straordinaria e immane tenzone che potrò avere, credo, in tutta la mia vita, e con un rovescio, za!, gli ho fatto rotolare la testa per terra, ed era tanto il sangue...". Don Chisciotte racconta una frottola, ma è Sancio che tira in ballo il fatto che Don Chisciotte dormiva. Max Aub ha fatto un adattamento extracontestuale. Ti ringrazio per avere posto il problema. Spero che adesso ti sia acquietato. Con amicizia, Lorenzo.

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