Takeshi Kitano, il clown con la pistola.
Takeshi Kitano, dopo anni di televisione passati a fare il comico, approda ad un cinema dove l’anima grottesca che lo percorre e la vena di dolente malinconia intercettata dall’impertubabilità del suo volto si sposano con felice originalità d’intenti. Come ogni cinema in cui l’autore sceglie di farsi interprete principale della propria poetica, il pubblico e il privato tendono prima ad intrecciarsi e poi a confondersi del tutto nei chiari accenni autobiografici e autoreferenziali (penso al grave incidente motociclistico che gli ha fatto maturare un particolare rapporto con la morte, ai tic e a certe espressioni gergali che incontriamo spesso, ai suoi dipinti disseminati lungo l’intera filmografia, alla vis comica che non lo abbandona neanche quando interpreta la parte di uno spietato capo mafia). Da qui quei contrasti forti e ossessivi che nel cinema di Kitano rappresentano la costante di una cifra stilistica subito riconoscibile, un aspetto che è riferibile sia alla filmografia vista nel suo insieme, che alterna pellicole dominate da una delicata leggerezza del tocco ad altre impregnate d’azione, che al modo specifico con cui l’autore giapponese si rapporta con l’organizzazione criminale della yakuza, scarnificata spesso nel suo potenziale esclusivamente criminale attraverso una rappresentazione condita da una vena di irridente ironia. La vita e la morte, l’amore e l’odio, l'amicizia e il tradimento, la lentezza e l'azione, la calma e la ferocia, la quiete della campagna e i tumulti della città, il rosso dei giardini in fiore e il rosso sangue della vendetta estrema, il silenzio degli occhi e i rumori delle pistole, i contrasti appunto, che si armonizzano vicendevolmente secondo uno schema narrativo tipicamente kitaniano, sospeso tra il tragico il grottesco, tra la fredda rappresentazione di un male assoluto e la matrice caricaturale affibbiata ai suoi agenti promotori. Contrasti che danno corpo ad una lotta tra il bene e il male dove ad importare, non è affatto l’esito finale della contesa, ma la credibilità artistica che Kitano sa imprimere alla loro armoniosa interdipendenza. I tipi della yakuza sono utilizzati da Kitano, non per finalità meramente spettacolari, ma perché quell’organizzazione criminale è parte integrante della vita sociale del Giappone e parlarne è un modo come un altro per monitorare gli sviluppi antropologici e le implicazioni socio politiche del paese nella maniera che più conviene alla grande tradizione del cinema giapponese. Infine, c'è l’immensità del mare, limite invalicabile delle impurità terrene, luogo sottratto alla precarietà degli istinti e specchio supremo di ogni limitatezza umana. Per Takeshi Kitano il mare è il riposo infinito degli occhi.
- Il silenzio sul mare (1991) L’amore per il mare di Shigeru e la devozione per il suo segreto di Takako. Un film trasportato dalle onde, etereo e doloroso, capace di accogliere i rumori e restituirci il silenzio.
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Sonatine (1993) Si esorcizza l’attesa della morte facendo giochi bambini e volgendo per un po’ le spalle al destino che si è scelti. Di fronte al mare, che placa gli animi corrotti dalla furia omicida e conferisce poesia agli sguardi.
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Hana-Bi Fiori di fuoco (1997) Nishi si è messo in proprio, deciderà lui quanto sangue dovrà ancora scorrere e quanta serenità sarà ancora capace di distribuire. Al cinema tutto è possibile, anche che i fiori e il fuoco convivano magnificamente nella sgargiante esplosività di un poeta dei colori.
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L'estate di Kikujiro (1999) Un uomo burbero e un bambino che intende incamminarsi alla ricerca della madre. Un viaggio sulle corde dell’innocenza smarrita compiuto con soave leggerezza del tocco.
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Dolls (2002) Tre storie d’amore per tre storie d’abbandono. Ci si scopre tremendamente smarriti quando nella vita non si ha più nessuno d’aspettare. Domina il rosso, rosso è il colore degl'alberi in fiore e rosso è il sangue che provoca lancinanti fratture.
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Takeshis' (2005) Un omaggio al cinema come luogo che sublima la realtà e una sorta di ricognizione autoreferenziale sullo stato della propria arte.
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Outrage (2010) Kitano ci mostra la faccia violenta della yakuza riflettendone per intero l’odore di morte che gli appartiene. Senza fare sconti questa volta. Una geometria del crimine che è, insieme, un analisi cruda della struttura criminale della yakuza e un modo per riflettere sulla natura cancrenosa dell’impagabile sete di potere
Commenti
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18 gennaio 2012, 01:07 di gene55
Com'è,mi si è cambiata anche la foto mentre leggevo...!?in effetti è meglio quest'ultima...:)) Complimenti come sempre!!
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18 gennaio 2012, 01:12 di Peppe Comune
Bella questa, è avvenuto tutto in presa diretta. Grato per l'apprezzamento Eugenio.
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18 gennaio 2012, 05:04 di LAMPUR
Kitano si presta ad un variegato ventaglio di punti di vista, ma Zatoichi dovrebbe trovare sempre posto in una play dedicata. (Vago ossimoro dell'alba).
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18 gennaio 2012, 06:48 di ed wood
un gigante Kitano, almeno fino a Dolls...poi l'ho un po' perso di vista...credo che Sonatine sia uno degli esiti più belli del cinema moderno...profondamente asiatico, nella forma e nella filosofia, il cinema di Kitano è tuttavia anche imbevuto di quel fatalismo esistenzialista tipico di una certa tradizione europea, dal noir à la Melville ("Le samourai", non a caso...) fino a Bresson (di cui Kitano in qualche modo eredita la tecnica della "sottrazione" e la tendenza a mostrare gli effetti delle azioni umane, prima delle loro cause)...grande play, Peppe! :-)
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19 gennaio 2012, 00:06 di M Valdemar
e mancherebbe pure "Violent cop" (forse il mio preferito) ... per dire della grandezza di Kitano
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