
Orfani della magia
Grotte, o "gote", nella sinergia della Notte, come una fiaba esoterica di purificatoria Bellezza
Cattedrali innevate d'una nostra giovinezza rapita ancora da fantasiosi "pindarismi" innocenti, fuoco alle palpebre, melodiosa segretezza di scrigni pudici tra arcigne risa nere.
Dissipate nel tepor d'una mestezza che sanguina sol di coagulati scheletri, per la mia sbalordita, "ottenebrata" maschera fra tali, "alte", grinzose pose.
E' la rabbia, d'una giugular da usignolo nei suoi strazi più "esterrefatti", quasi nervici patemi che, però, si vivifican, ambratamente mistici di trascendenza, oniriche "perdizioni" nell'"oscurantismo", e una cavalleria, quasi "smargiassa", che gocciolerà tra intemperie e gioiosi mattini appena, o "apneici" di "stridula", ma uterina, focosa nascenza.
Cavalco la mia anima, e il viaggio s'inteporirà di nuove flemme, d'emozioni rubate e d'urla acchetate per non "turbinar" nel vortice vanaglorioso delle oziosità.
Ah, porgo i miei occhi a un amico, e stavolta non son qui a sbeffeggiarlo, né a "baffeggiar" d'un riso ruffiano e "bugiardino". Oramai, ha studiato a menadito la mia "ricetta". I miei "ricci".
E' una confidenza, sussurrata con fiochezza, che si proclama e si denuda, però, potente.
Quasi "assolutoria".
Sì, sì, sì, no, mi "raggiro" spesso per fuorviar le mie vulnerabili membra del Cuore, e quasi me ne rattrappisco, spaurito o in angosce di profondo ermetismo.
Tale che, a chi m'osserva, senza doni "arteriosi", oh, certo, appaio sfuggevole, o anche un "fuggiasco" di birichina fame, sempre a eluderla come una volpe, un po' "sciocca" di tanta "furbizia" da celarmi in un Esopo che io stesso reimmagino.
Per nuovi lidi, uva florida, iridescenze che mi sian più garbate al "buio", le immalinconisco per tornirle sontuose d'"eleganza".
Spariviero delle mie "sparizioni", e di "cecità" dal laconico mormorio oculare, sì, molto oculato.
Sai, vieni qua, ti offro da bere, io stasera, invece, mi "gusterò le papille" con un gelato al caffè, confezionato in un bicchiere di vetro dai cristallini, argentei contorni.
Oh, orlo le mie labbra in questa "fodera" di "mer(av)iglia".
No, spesso, mi scindo, a prescinder se la giornata è andata bene.
O, se m'ha "storto" con qualche banalotta stoltezza.
Ah, m'"indagano" sai, amico, e quasi braman affinché non voli arcobalenico nell'"indacar" le nuvole d'epicità romantica.
Ah, sai, sono un po' Hugo, Hugo Cabret, i miei occhi son "lividi" all'apparenza, ma dentro batton di cardiaco "liquore".
E, si smalta, nella fantasmagoria più celeste, perché ho imparato a schermirmi, oh sì, ora m'han forgiato e, di corazza laccata, navigo di baluardi anche, perfino, un po' altezzosi, ma serbo, in grembo, la cremosità del Limbo.
Quel nitore, euforico e "stellato", di baldanza etereamente senza Tempo.
Ah sì, ho un Passato che alberga nella mia mente, grandi speranze, e poi tanti affranti pianti, come Ben Kingsley.
"Giocattolaio" rancoroso che "vezzeggia" i bambini, un po' a disagio fra questi adulti indaffaratissimi, un po' bruttini, e poi si rifugia nel suo impermeabile, illuso che lo proteggerà dal gelo, e ne accudirà l'amarezza, del suo immenso Sogno spezzato.
Sai, amico, sembro "cattivissimo", ah sì, m'han assegnato il ruolo del villain, e m'hanno appaiato a un cagnaccissimo che "abbaiona".
Sono un timidone, ma quale "ispettore"... E' già troppo se riesco a sorvegliare le mie pulsanti, umorali emozioni.
Ah, sono innamorato della fioraia, chissà che Donna felice...
E, le porgo un sorriso gentile, da "scemo", no, forse solo da "imbranato". Non sono alla sua altezza, suvvia, devo occuparmi del mio lavoro e non "distrarmi". Ho il posto fisso ma ho fatto la figuraccia dello stoccafisso.
Ma, anche Lei, ha qualche ferita, io ho quella di guerra, e adesso son mezzo "disabile", seppur m'abbian arruolato a "controllore" efficiente.
Ah, sono un disatro, son "efficace" solo quando fumo.
E, spesso, singhiozzo, perché aspiro di malavoglia.
Ma, la Mezzanotte, sta per scoccare Principe(ssa), ah, cos'è questa tristezza?
Sorridete, la vita è una Luna sempre allegra, anche con un razzo ad "accecarla".
Forse, così morbida e tenera, proprio per questa virtù.
Perché, è frammento di se stessa.
E, noi, siam meteore che dobbiam gustare.
Il silenzio, la Notte, questa volta, non calerà.
Firmato il Genius
(Stefano Falotico)
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