Sin City


 


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La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

La replica perfetta delle tavole di Frank Miller è visivamente affascinante ma senza cuore

A sorpresa in Concorso al Festival di Cannes, Sin City di Robert Rodriguez e Frank Miller ha già vinto una scommessa. Ha avuto successo negli Stati Uniti e così si sta pensando al sequel. Le storie dei romanzi a fumetti di Miller sono ancora parecchie, quindi perché no? Capolavoro dell’arte in sequenza, Sin City si è ammantato negli anni di un’aura di culto particolare. Il tratto di Miller, le sue storie disperate, il suo mondo in bianco e nero, espressionista: non si era mai visto nulla di simile. Un mito ingombrante. Specie se lo si voleva rispettare alla lettera. Così ha fatto Rodriguez. Gli attori hanno recitato davanti a schermi verdi in spazi vuoti. Tra loro si sono incontrati solo in cabina di doppiaggio, come per un cartoon. Il regista tex-mex ha poi digitalmente riempito i green screen con l’iconografia del fumetto, che ha imbrigliato i personaggi rendendoli quasi statici. Il risultato, da un punto di vista estetico, è sontuoso, perfetto. Ma anche algido. Inoltre, ed è la cosa peggiore, il film è uguale ai comics ma non avendone capito il senso diventa una replica sterile. La (Ba)sin City di Miller è il posto più schifoso del mondo, in confronto al quale la Louisiana di Robicheaux è il paradiso. Solo una cosa è più forte della violenza, della cupa disperazione, dei peccati di uomini e donne: l’amore. Rodriguez non ha saputo rendere il romanticismo tragico delle tavole, così tutta la bellissima impalcatura crolla come un castello di carte. Un film senza cuore.


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