American Gangster - La recensione di FilmTv
Con Denzel Washington, Russell Crowe, Chiwetel Ejiofor, Josh Brolin, Lymari Nadal, Ted Levine, Roger Guenveur Smith, John Hawkes, RZA, Yul Vazquez
La recensione di FilmTv
Non da sballo, come ci si poteva attendere, ma comunque pullulante di vita e sospinto dagli attori
Un criminale, negli anni 70, importando 100 chili di eroina pura dalla Thailandia grazie all’esercito americano in Vietnam, estende a macchia d’olio la dipendenza dal consumo con dosaggi da urlo e diventa il re del suo smercio. Per quale ragione questa storia, ispirata a fatti reali, dovrebbe spingerci a una particolare indulgenza morale se il criminale in questione è un nero? È la domanda che si è posta una delle riviste più politicamente corrette del pianeta (il “New Yorker“). Forse ci autorizza a farla anche a noi. Ma più interessante del film è il suo cinema. Ha un poliziottto indomabile che con quattro sfigati dichiara guerra al boss più feroce e potente (Gli intoccabili), ha una storia di “rise and fall“ che è l’archetipo del film gangster (da Piccolo Cesare in poi) e un sacco di droga e opulenza kitsch nelle inquadrature (il gusto pop di Scarface di De Palma). I critici americani se la sono un po’ presa per il titolo presuntuoso, a noi sembra sia così sincero: è puro cinema fusion, “tagliato“ da miriadi di schegge di altro cinema da Goodfellas a Serpico, brillantemente tessute dal montaggio di Pietro Scalia e incellophanate dal copione big size, un po’ solenne, come tutti quelli di Zaillian (Tutti gli uomini del re) ma sospinto dalla falcata di Denzel Washington e Russell Crowe. In realtà, il regista dei Duellanti e del Gladiatore, mentre filma le strade come arene pullulanti di vita e di sangue, tenta di convincerci che Frank (il boss) & Richie (lo sbirro) si fronteggiano seguendo codici diversi dalle bassezze del mondo che abitano - ma senza riuscirci. Insomma, il film si manda giù senza mai smettere di deglutire, con il sospetto che tutto ciò che c’è sia già stato fatto meglio altrove. Michael Mann avrebbe reso da fantascienza le notti di Harlem, Scorsese avrebbe innervato di oltraggiosa disperazione la violenza e Oliver Stone il Vietnam che occhieggia qui e lì. Ma Antoine Fuqua (il primo regista designato) ne avrebbe fatto un film straordinariamente più brutto e inutile. Accontentiamoci, dunque: anche se il dosaggio non è da sballo.
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21 luglio 2009, 12:38 di pulp
DI POSITIVO C'E' UN RITORNO AD UN CINEMA DISCRETO DA PARTE DEL GLORIOSO RIDLEY SCOTT DOPO ALCUNI FILMS FRANCAMENTE MODESTI, UN MONTAGGIO SPLENDIDO DEL NOSTRO SCALIA E LA RECITAZIONE DEI DUE BIG ANCHE SE WASHINGTON E' TROPPO TIRATO A LUCIDO PER IL SUOR RUOLO. DI NEGATIVO C'E UN CERTO SCHEMATISMO DI FONDO E SI FA FATICA AD ENTUSIASMARSI ALLE VICENDE PERCHE TUTTO SEMBRA COSTRUITO SUI DUE ATTORI CHE HANNO LO STESSO NUMERO DI INQUADRATURE E LO STESSO TEMPO IN SCEMA COME SE FOSSE STATO CONCORDATO IN FASE CONTRATTUALE.
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