L’ascesa è l’ultimo film realizzato da Larisa Efimovna Shepitko, regista di grande talento morta, a seguito di un incidente automobilistico, il 2 giugno del 1979 a soli 41 anni. Nata ad Artemivsk, Ucraina, il 6 gennaio del 1938, la Shepitko muove i primi passi nel mondo del cinema come attrice, recitando in un paio di film: Tauride di V. Lissenko e Una storia comune di N. Litus e I. Zemgano-Juscvisc. Ben presto però abbandona la carriera di interprete per intraprendere quella di regista: si trasferisce a Mosca per iscriversi al VGIK, la più prestigiosa scuola sovietica di cinema, dove, a 25 anni, consegue il diploma in regia cinematografica con il notevole Calura (1963), che attraverso l’incontro-scontro tra un giovane idealista, Kemal’, e il suo inflessibile e autoritario capo, Abakir, propone una folgorante metafora dell’Unione Sovietica dell’epoca. A questo promettente esordio, seguono altri cinque film: Le ali (1966), che narra di una quarantenne direttrice scolastica, Nadezda Petruchina, che rimpiange gli anni della guerra in cui esercitava la professione di pilota di caccia; Inizio di un secolo sconosciuto (1967), una pellicola divisa in due episodi in cui la Shepitko firma il secondo, La patria dell’elettricità, che racconta di un intraprendente ragazzo capace di risolvere i problemi idrici di un piccolo villaggio turkmeno; Alla tredicesima ora della notte (1969), un lavoro girato per la televisione che riprende i festeggiamenti del regime sovietico per il Capodanno del ‘69; Tu e io (1971), incentrato su un chirurgo, Piotr, in crisi esistenziale e professionale che ritrova un barlume di felicità grazie all’incontro con una giovane ragazza; e infine il già citato L’ascesa (1977), probabilmente il film migliore della regista, che traspone in immagini un racconto di Vasilij Bikov, Sotnikov, firmando anche la sceneggiatura insieme a Jurij Klepikov.
Siamo sul fronte bielorusso durante la Seconda Guerra Mondiale: una coinvolgente e trascinante sequenza d’apertura ci mostra i partigiani impegnati a respingere l’avanzata delle truppe tedesche (da notare che per tutta la durata di tale scena scorrono i titoli di testa: sembra quasi che la regista abbia voluto diminuire l’impatto emotivo dell’incipit “distraendo” lo spettatore con le scritte). Al termine di un cruento scontro a fuoco, i primi ripiegano in un bosco, dove li vediamo piegati in due dalla fame e dalla fatica: a peggiorare ulteriormente la loro condizione ci si mette il freddo pungente, che penetra fino alle ossa. Spossati dalla stanchezza e intirizziti dal gelo, devono inoltre risolvere il problema della mancanza di viveri, dato che la scorta di provviste di cui dispongono è quasi esaurita; per non rischiare di morire di stenti, due di loro, Rybak e Sotnikov, partono alla ricerca di cibo.
Si dirigono verso la fattoria nella quale abita la fidanzata del primo, Zos’ka, ma una volta giunti a destinazione scoprono che l’abitazione è completamente abbandonata.
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Per non tornare indietro a mani vuote, decidono di proseguire fino a Lesiny. I loro passi sono resi più pesanti dall’abbondante neve che ricopre il paesaggio: Sotnikov, inoltre, deve fare i conti con una tosse forte e persistente che lo debilita. “Prendi un po’ di neve. Te la farà passare ” gli dice Rybak. Cammin facendo si imbattono in un uomo che ha offerto aiuto ai tedeschi. “E’ un vecchio. L’ha fatto per stupidità” afferma la moglie per difenderlo, ma Sotnikov e Rybak non gli perdonano di aver dato una mano al nemico, e perciò vorrebbero ucciderlo; alla fine, però, il secondo convince il primo a risparmiare la vita all’anziano. Mentre si incamminano sulla via del ritorno, incontrano i tedeschi: ne nasce uno scontro a fuoco durante il quale Sotnikov rimane colpito ad una gamba da un proiettile. Per non essere di peso al compagno, egli medita di suicidarsi (struggente e straziante al tempo stesso la scena in cui lo vediamo togliersi lo stivale della gamba sana per tentare di premere il grilletto con il piede mentre si punta il fucile al volto), ma Rybak arriva in tempo per farlo desistere dal suo proposito. Rybak, che sembra dotato di uno spirito di iniziativa inesauribile, si carica l’amico sulle spalle e, seppur a fatica, i due raggiungono la casa di una donna, Demechikha, madre di tre bambini.
Quest’ultima però li accoglie malvolentieri, perché teme che i nazisti la scoprano ad aiutare i partigiani: perciò li prega di andarsene immediatamente, ma quando Sotnikov e Rybak stanno per abbandonare il suo umile alloggio, arrivano i tedeschi. In fretta e furia i due uomini si nascondono in soffitta, ma a Sotnikov scappa uno starnuto che fa insospettire i nazisti; uno di loro sale in soffitta e punta il mitra (che la regista inquadra in primo piano, aumentando in questo modo l’effetto drammatico della scena, fino a renderla insostenibile) contro la paglia sotto la quale sono nascosti i due uomini, che, terrorizzati, non possono fare altro che arrendersi. Da quel momento per i due partigiani comincia un incubo ancora peggiore di quello che hanno vissuto fin lì. Catturati dai nazisti assieme alla donna che aveva offerto loro ospitalità, vengono sottoposti a brutali interrogatori condotti da uno spietato e malvagio inquirente di polizia, Portnov, disposto ad usare ogni mezzo a sua disposizione pur di far parlare i prigionieri. Sotnikov, però, non si lascia intimidire dalle minacce: “Non tradirò. Ci sono cose più importanti della propria pelle”. Dichiarazione alla quale Portnov reagisce con una risata sprezzante.
“Dove sono? Ma cos’è questo? Di cosa consiste? E’ una scemenza. Siete mortale. Con la morte finisce tutto. La nostra vita, noi stessi, tutto il mondo. Non ne vale la pena. Per cosa? Per essere d’esempio ai posteri? In ogni caso non morirete come un eroe. Voi non morirete. Creperete come un traditore. Non vuoi tradire? Lo farà qualcun altro. Ma diremo che sei stato tu. Chiaro?”
“Feccia. Feccia dell’umanità” ribatte disgustato Sotnikov.
“Ora vedrete chi è veramente la feccia. Non meravigliatevi se non sono io, ma voi stesso. Scoprirete dentro di voi cose che non avreste mai immaginato. La vostra intransigenza e quel fanatismo che avete nello sguardo saranno rimpiazzati dalla paura. Proprio così. La paura di perdere la pelle. Alla fine tornerete a essere voi stesso. Una semplice nullità, pieno di merda come tutti. Senza parole elaborate e senza arroganza. E’ questa la verità. Ecco perché non potete offendermi. No. Io so chi è veramente l’uomo. E lo sapete anche voi.”
Pur di non parlare, Sotnikov sopporta ogni tipo di tortura (anche quella, terribile, di essere marchiato a fuoco). Rybak, invece, quando gli propongono di entrare a far parte del corpo di polizia in cambio di informazioni, non ci pensa due volte a tradire i propri compagni per salvarsi la pelle. Al termine dell’interrogatorio, i due si ritrovano in una cella fredda, buia e sporca infestata dai topi: Rybak cerca di convincere Sotnikov a collaborare con i tedeschi, ma l’idea di fare la spia a quest’ultimo non lo sfiora nemmeno.
“Che stai dicendo? Siamo dei soldati. Soldati! Se ti sporchi di merda, non te la toglierai più di dosso”.
“Allora dobbiamo finire nella fossa a nutrire i vermi. E’ così?”
“Non è questa la cosa peggiore. Non è di questo che si tratta. Ora lo so. L’importante è avere la coscienza a posto. Allora…”
“Sei uno stupido, Sotnikov. Ti sei anche laureato! Io voglio vivere. Vivere! Per ammazzare quelle canaglie. Hai capito? Io sono un soldato, tu sei un cadavere! Ti è rimasta solo la testardaggine. Ma quali principi!”
“Allora vivi. Si può vivere anche senza coscienza”.
“Tu parli a me di coscienza…Chi è stato a trascinare qui me e quella donna? Tu, persona coscienziosa. Perché nella soffitta, tu che eri ferito e malato non hai alzato le mani per primo? La tua coscienza te l’ha impedito? Io le ho alzate e ti ho salvato e ho salvato il villaggio dal fuoco. La mia coscienza pensa, mentre la tua…Si deve fare quello che è necessario. E tu parli di coscienza! Possibile che non aspiri a niente? Menti. Aspiri a qualcosa. Quando eri in quel campo, speravi in qualcosa. Come vedi, l’abbiamo scampata. Proprio così. Bisogna sopravvivere”.
“Entrerai nella polizia? Allora non voglio vivere”.
“Tu, tu…Sai cosa sei? Nella fossa verrò con te a farti compagnia. Da soli fa paura”.
“Kolja”.
“Menti, carogna! Fa paura. Sotnikov! Perché hai chiuso gli occhi?”
Al culmine della discussione, Sotnikov, sempre più indebolito e fiaccato nel fisico, tossisce sangue in faccia a Rybak, che stringe a sé l’amico in un abbraccio disperato che sa tanto di addio. In prigione con loro finiscono anche Demechikha, il vecchio a cui hanno risparmiato la vita e una bambina, Basja: il mattino del giorno successivo, saranno giustiziati mediante impiccagione.
Toccante ed emozionante, elegiaco e lancinante, L’ascesa - premiato con un meritato Orso d’Oro al Festival Internazionale del Cinema di Berlino del 1977 - racconta una storia di estrema sofferenza permeata da un lirismo mistico e struggente che tocca vertici di poesia assoluta. E’ un film dalla parte dei partigiani senza un filo di retorica, nel quale la regista racconta la disperata lotta per la sopravvivenza di due uomini, Sotnikov e Rybak, che nella prima parte della pellicola intraprendono un viaggio, pur essendo allo stremo delle forze, per procurarsi un bene primario senza il quale sarebbe impossibile vivere, ossia il cibo, mentre nella seconda, quando vengono catturati dai tedeschi, gli stessi si ritrovano di fronte ad una scelta: tradire i propri compagni per continuare a vivere oppure non parlare e quindi andare incontro a morte certa.
Dilemma di fronte al quale Sotnikov e Rybak reagiscono in maniera differente: il primo dimostra di avere coraggio da vendere resistendo alle torture inflittegli dai nazisti; il secondo, invece, si rivela un codardo dal momento che, quando gli si presenta la possibilità di avere salva la vita in cambio di informazioni, non si fa scrupoli a vendersi al nemico, tradendo in questo modo i suoi compagni e con essi anche gli ideali per i quali si batteva con tanto ardore.
Dunque man mano che la storia procede i ruoli dei due personaggi principali si ribaltano, perché all’inizio il più forte e coraggioso sembra essere Rybak, il quale è sempre pronto a spronare Sotnikov quando assieme a questi parte alla ricerca di cibo. E anche quando Sotnikov pare sempre sul punto di morire, è Rybak che gli fa forza sostenendolo moralmente. Sotnikov, invece, più diventa debole fisicamente e più acquisisce una forza spirituale (bellissima la scena in cui si apre la porta della prigione e il suo volto - inquadrato in primo piano - viene irradiato da una luce messianica) che gli consente di sopportare sofferenze indicibili come le sevizie a cui lo sottopongono i nazisti. Alla fine, Sotnikov diventerà un martire, Rybak un infame informatore: il primo morirà da eroe, il secondo si porterà appresso il marchio del traditore per tutta la vita (quando scamperà all’impiccagione, una donna lo chiamerà Giuda).
La regista si prende rischi considerevoli ricorrendo sovente alle simbologie religiose, come nella lunga e drammatica sequenza dell’impiccagione: quando i prigionieri vengono condotti sulla collina, mentre salgono la salita (e intanto vediamo un bambino che, probabilmente del tutto ignaro di ciò che sta accadendo, gioca con una slitta), appare evidente il richiamo all’immagine di Gesù che fu costretto a salire la collina del Golgota per esservi crocifisso; ma la Shepitko, grazie ad uno stile magistrale che raggiunge vette di purezza e sobrietà esemplari, riesce sempre ad uscirne a testa alta, evitando con grande classe le trappole della retorica e della banalità.
Eccellenti gli attori: Boris Plotnikov e Vladimir Gostjuchin, che interpretano rispettivamente Sotnikov e Rybak, sono entrambi eccezionali; soprattutto il primo, a cui toccava la parte più difficile, quella del malinconico e mistico artigliere pronto a sacrificare la propria vita per salvare quelle dei suoi compagni, offre una prova maiuscola. Memorabile quando, conscio di essere prossimo alla morte, si rivolge a Portnov, che lo ha chiamato Ivanov, dicendogli con orgoglio: “No, non mi chiamo Ivanov. Mi chiamo Sotnikov. Sono un comandante dell’Armata Rossa. Sono nato nel 1917. Sono un bolscevico. Membro del partito dal 1935. Professione: insegnante. Dall’inizio della guerra ho comandato una batteria. Ve le ho suonate, canaglie. Mi chiamo Sotnikov Boris Andreevic. Ho un padre, una madre e la patria”. Da ricordare pure l’ottimo Anatolij Solonicyn, viscido e sgradevole al punto giusto nel ruolo di Portnov, cinico e feroce aguzzino che non esista a ricorrere alla tortura pur di far parlare i prigionieri.
Di grande suggestione la colonna sonora firmata da Alfred Schnittke, che accompagna le immagini poetiche del film elevandone la bellezza con una musica disarmonica e piena di continue dissonanze; e splendida la fotografia di Vladimir Cuchnov e Pavel Lebedev, che illuminano la pellicola con uno straordinario bianco e nero in grado di passare dai toni abbacinanti delle riprese in esterni a quelli più cupi delle scene in interni (la casa del vecchio, la prigione).
L’ascesa è l’ultimo capolavoro di Larisa Shepitko, la cui brillante carriera è stata stroncata - come detto all’inizio - da un incidente stradale avvenuto il primo giorno di riprese del film al quale stava lavorando, L’addio, poi realizzato, nel 1983, da suo marito, Elem Klimov, l’autore di Va’ e vedi (anch’esso ambientato in Bielorussia durante la Seconda Guerra Mondiale). Ricco di momenti indimenticabili (il bambino che assiste all’impiccagione con le lacrime agli occhi; la morte di Sotnikov filmata al rallentatore; Rybak che in preda al rimorso tenta di suicidarsi impiccandosi con una cintura), L’ascesa è un film fulgido e sconvolgente al contempo che vanta una regia perfetta (splendidi i primi piani, che raggiungono un’intensità emozionale ragguardevole). Un’opera meravigliosa, dalle ascendenze dostoevskijane, che rimane impressa in maniera indelebile nella memoria.