Porte aperte (1989)
Con Gian Maria Volonté, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri
La trama
Un giudice sacrifica la carriera per salvare un assassino dalla condanna a morte.
A Parlermo, nel l936, l'impiegato Tommaso Scalia ha ucciso la moglie, un superiore e un collega. Al processo, lo aspetta dunque la condanna a morte, ma il giudice a latere Vito Di Francesco riesce, contro l'opposizione di tutti e con la comprensione di un solo giurato, ad impedire una sentenza che egli considera altrettanto barbara che l'omicidio. Ne avrà, inevitabilmente, la carriera stroncata.Dal romanzo di Leonardo Sciascia, Gianni Amelio trae un film di alto impegno civile e di forte impatto pur nel rifiuto della facile spettacolarità. Un capolavoro di sobrietà e di tensione morale. Una storia di ieri, per il nostro oggi.
L'opinione più votata
Di yume scritta il 12/11/2010 - utile per 9 utenti
Voto al film: 
Il giudice a latere Di Francesco, quello del primo processo, nel frattempo era stato trasferito in una pretura di montagna. Non avrebbe più intralciato, così, il corso della giustizia con assurdi cavilli contro la pena di morte, in combutta con giurati deboli, imbottiti di strane letture tipo Delitto e castigo.
Si chiude così Porte aperte, con una breve didascalia su come poi siano andate a finire le cose.
Ma il giudice Di Francesco lo sapeva che sarebbero finite così e l’aveva detto al giurato di campagna, proprietario di una straordinaria biblioteca (7000 libri!) ereditata dal marchese di Salemi a cui il padre aveva fatto da amministratore. “Gli archivi del Tribunale di Palermo scoppiano di faldoni, morti che hanno condannato morti, e nulla è mai cambiato” dice il giudice, stanco, all’uomo semplice, quello che ha usato le parole di Dostoevskij per opporsi alla pena capitale (“Quando non abbiamo le parole andiamo a cercarle”).
E quest’uomo semplice parla al giudice della vite che, anche se sradicata, lascia sempre qualcosa di sè nella terra, e un giorno, chissà quando, spunterà una nuova piantina.
Quel giorno, in camera di consiglio, il giurato aveva obiettato al Presidente del Tribunale, che dava ormai tutto per scontato “Signori, condannare a morte qualcuno in chiacchiere da bar è un discorso, mettere la mia firma di giudice è un altro. La discussione comincia ora”.
Amelio e Cerami, nel mettere in scena il libro di Sciascia, ne hanno mutuato il tono di severa meditazione sulla morte e sull’uomo che si erge a giudice e la contestualizzazione del fatto (anno XVI dell’era fascista) nulla toglie alla costante attualità del problema che affrontano.
Il dialogo, scarno, essenziale, segue gli snodi della vicenda, nella prima parte segnata dai tre omicidi a sangue freddo di Scalia, nella seconda dal processo, che mette a nudo la lucida follia dell’imputato (un Ennio Fantastichini capace di metamorfosi strabilianti da impiegatuccio servile a spietato assassino, fino a galeotto pazzoide e catatonico) e la supina acquiescenza dei magistrati al perbenismo cinico di una società che proclama il sacrosanto diritto a vivere tranquilla e dunque la necessità di togliere di mezzo gli elementi di disturbo alla quiete pubblica.
Unico, nel suo silenzio, nel volto scavato e attento, il giudice Di Francesco, un Volontè magistrale nel calarsi nel personaggio e renderne palpabile la tensione civile e la stanchezza esistenziale, dà l’unica risposta possibile al collega che sollecita il suo parere “ La pena di morte non è affare della giustizia ma della politica”.
Poche parole, nessuna enfasi tribunizia nei suoi interventi, nè crociate brandendo crocifissi.
La sua è la voce della retta ragione umana, e non può che proclamare la verità, umana, anch’essa, ma è quanto basta.
Alla sua si unisce quella di un uomo che è ancorato alla terra, ai suoi ritmi ancestrali e alle sue leggi eterne, non scritte, il giurato contadino che gli legge le pagine di Dostoevskij sull’uomo che aspetta il colpo della mannaia sul collo, mentre i colori caldi, forti, dorati della campagna siciliana, che il sole inonda fra eucalipti e basse eriche, arrivano, improvvisi,a rischiarare le ombre dense di interni da cui la luce sembra esclusa per sempre e penetra solo la sottile tessitura sonora di un flauto.
Le porte vanno chiuse, quando è necessario, se per proclamarle aperte bisogna a tutti i costi uccidere Caino.
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15 gennaio 2011 Opinione di cheftony su "Porte aperte"
Sicilia, 1937. Siamo quindi in pieno Fascismo e con le leggi fascistissime è da poco stata reintrodotta la pena di morte verso chiunque attenti alla sicurezza dello Stato. Un impiegato (Ennio Fantastichini) compie tre brutali omicidi premeditati, uccidendo un superiore, un avvocato e la moglie, proclamandosi poi reo confesso in tribunale; il giudice a latere (Gian Maria Volonté), manco fosse l'avvocato difensore, prima invoca la perizia psichiatrica per l'imputato, poi continua...
voto al film: 
14 gennaio 2011 Opinione di Carlo Ceruti su "Porte aperte"
Un film di grande interesse e grande impegno, che fa riflettere su un argomento molto attuale. Una delle migliori pellicole giudiziarie italiane. Ancora una volta grande Volonté. Tabellino dei punteggi di Film Tv ritmo:2 impegno:3 tensione:2
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7 gennaio 2011 Opinione di antonio de curtis su "Porte aperte"
BUON FILM CON UN OTTIMO VOLONTè
voto al film: 
12 novembre 2010 Opinione di yume su "Porte aperte"
Tommaso Scalia, colpevole di triplice omicidio premeditato, fu giustiziato nel 1938 a Palermo dopo il processo di appello che commutò in pena capitale la condanna all’ergastolo comminata in prima istanza. Il giudice a latere Di Francesco, quello del primo processo, nel frattempo era stato trasferito in una pretura di montagna. Non avrebbe più intralciato, così, il corso della giustizia con assurdi cavilli contro la pena di morte, in combutta con giurati deboli,...
voto al film: 
7 settembre 2010 Opinione di Stuntman Miglio su "Porte aperte"
"La pena di morte non è materia di giurisprudenza, è politica e serve ai regnanti e non ai cittadini". Film intenso "Porte aperte" di Gianni Amelio, una di quelle pellicole dai contenuti importanti e sempre attuali e che non ha bisogno di artifici di sorta per catturare l' attenzione o mantenere la tensione dello spettatore. E' inoltre un chiaro esempio di messa in scena classica, senza fronzoli, quasi essenziale se non fosse per le scene di massa in...
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5 dicembre 2009 Opinione di sillaba su "Porte aperte"
Opera di sostanza, Volonté ormai una sicurezza per questo genere di film, una Sicilia catturata nei suoi migliori particolari.
voto al film: 
29 settembre 2009 Opinione di bradipo68 su "Porte aperte"
Partendo da un apologo sulla pena di morte uno sguardo diverso sulla SIcilia e il fascismo.La storia da cui è tratto questo film è vera:un modesto impiegato in un impeto di follia premeditata uccide un suo superiore,l'uomo che gli aveva preso il posto e la moglie dopo averla portata in campagna ed averle fatto violenza.Arrestato chiede di essere giustiziato come era legge in quel periodo fascista.Ma un giudice a latere contrario agli omicidi di Stato si adopera assieme a un...
voto al film: 
21 gennaio 2009 Opinione di LorCio su "Porte aperte"
Il giudice a latere è Leonardo Sciascia. Ripetita iuvant, specie se trattasi di un concetto essenziale come la condanna della pena di morte già affermato in tempi non sospetti dai Verri e Beccaria. Con la differenza che Sciascia non ha vissuto l’epoca in cui fu pubblicato “Dei delitti e delle pene”, bensì il novecento. Cosa è cambiato in circa tre secoli? Nulla, se andiamo a vedere: uomini che si arrogano il diritto (anzi, il dovere) di uccidere qualcun altro in nome del bene di...
voto al film: 
19 gennaio 2009 Opinione di OGM su "Porte aperte"
Nella Sicilia in cui le vendette sono spesso regolamenti di conti, fredde esecuzioni che fanno parte di un gioco calcolato, nell’animo di un uomo maturano, in successione, tre delitti d’impeto, che nulla hanno a che vedere con l’onore. La celebrazione del processo costringe la borghesia palermitana a confrontarsi con le strutture precostituite che la sovrastano (il regime fascista) o che la dominano dall’interno (i canoni perbenistici). Il giudice Vito impersona, singolarmente, la...
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26 novembre 2008 Opinione di mm40 su "Porte aperte"
La Sicilia, le istituzioni, le lotte ideologiche: è un romanzo di Sciascia. Ben trasposto da Amelio, molto leggero, quasi distaccato nonostante le tematiche forti, molto più interessato ai dialoghi e alle dinamiche fra i personaggi che ad una semplice ricostruzione di fatti. Fantastichini se la cava bene, poi c'è Volontè che tanto per cambiare non sbaglia un colpo.
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