Il villaggio di cartone (2011)
Con Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Massimo De Francovich, Alessandro Haber, Elhadji Ibrahima Faye, Irma Pino Viney, Fatima Ali
06/09/2011
Venezia 2011, Giorno 7 - Martedì 06/09: The Cricket, Qualche nuvola, Là-Bas, Il silenzio di Pelešian, Pasta nera, Présumé Coupable, Wuthering Heights, Il villaggio di cartone, Cisne, The Moth Diaries, Himizu e The Sword Identity
Dopo il ciclone pop Vasco, l'emozionante epopea "western" di Cavalli e la mezza delusione della Talpa, Venezia continua la sua marcia inarrestabile...
di Spaggy
La trama
Un vecchio prete (Michael Lonsdale) ha assistito impotente allo sgombero di quella che per tanti anni è stata la chiesa dove ha officiato messa e benedetto i fedeli di un piccolo villaggio. Amareggiato e sconvolto, con l'aiuto del sacrestano (Rutger Hauer), il prelato presto si renderà conto come quell'edificio dissacrato possa essere l'ancora di salvezza per le anime di un gruppo di clandestini in fuga, costretti a lottare con chi vuole a tutti i costi far rispettare le leggi. Riscoprirà in questo modo il vero valore della casa di Dio e dello spirito sacerdotale.
È un film contro. Ermanno Olmi è un matto. Uno dei matti più dolci e lucidi di quest’Italia, di questo mondo incapace di vivere nella “prospettiva della fine”, cioè derubricando quotidianamente il Male e perseguendo quotidianamente il Bene. Come compito, non come inerzia. Come atto dovuto al futuro. L’elogio della follia gli si addice, perché con Il villaggio di cartone, un film teatro, uno stage movie insieme gentile e iconoclasta come ne faceva una volta Derek Jarman, ci lascia un’opera della ragione aperta alla sfida delle fedi e delle leggi.
La recensione di FilmTv
Di Silvio Danese - FilmTV n. 40/2011
L'opinione più votata
Di M Valdemar scritta il 09/10/2011 - utile per 18 utenti
Voto al film: 
Di una chiesa come altre, di quelle moderne, brutte, erette dal (e nel) grigio e triste cemento ne viene ordinata la demolizione: vengono così asportati gli addobbi sacri e anche il crocefisso, con atti quasi profanatori che hanno la disarmante crudezza dell’indifferenza elevata a bruta ritualità. L’anziano prete, dapprima sconfortato e deluso, anzitutto dalle intorpidite istituzioni ecclesiastiche, scorge una recrudescenza della realtà, quella vera, quotidiana e tangibile, nell’occupazione della parrocchia da parte di alcuni immigrati clandestini africani in cerca di rifugio.
Il prete - uomo devoto ma turbato, che parla a voce alta per non sentirsi solo - riscopre e applica i concetti di bene e fede, di carità e accoglienza; trovando, con ciò, il malanimo e l’ottusità dei tutori dell’ordine. Un ordine cartonato, accartocciato su leggi(ne) stupide intrise di paure ch’elargiscono poi alla massa.
Ermanno Olmi è profondo conoscitore e studioso dell’uomo e dell’umanità, intesa non come genere di appartenenza ma come natura, essenza stessa dell’uomo e del suo complesso di valori e della sua (in)capacità/necessità primaria di relazionarsi col prossimo, in un contesto mutevole e instabile quale è il mondo attuale. Il suo è un canto allegorico e sincero, tutto girato in interni cupi e freddi, che non vuole - almeno nelle intenzioni - arrogantemente pontificare, ma semplicemente raccontare esemplari pezzi di vita, vista e vissuta, affidando - imprudentemente - la morale alle “considerazioni” (come tali definite nei titoli di coda) di Gianfranco (monsignor) Ravasi e Claudio Magris, che si rivelano essere perlopiù riflessioni ridondanti e predicatorie.
Il passo eccessivamente lento, affannoso, faticoso della messa in scena riflette quello della figura del prete (ottimamente interpretato da Michael Lonsdale) e probabilmente dello stesso Olmi, il quale pecca d’ingenuità nel definire un po’ troppo schematicamente e semplicisticamente caratteri e personaggi (anche tra gli stessi “ospiti”) e nell’affrontare con poca accuratezza talune situazioni (il medico sbucato da chissà dove; l’esagerato alternarsi di rumori di elicotteri, spari di mitra, vetri rotti che fa pensare di trovarsi a Beirut; i militari con curiose divise - Haber pare un pompiere - che prima armati di tutto punto irrompono e poi mogi mogi svaniscono senza nessun motivo).
Il villaggio di cartone non riesce quindi a essere incisivo quanto vorrebbe il regista, fermandosi a un’esibizione di elementi simbolici e metaforici talora elementari e infarcita di pensieri “giusti” ma “pesanti”, che rischiano di ottenere l’effetto opposto.
6 maggio 2012 Opinione di wfrcrd su "Il villaggio di cartone"
LA MIA SCHEDA PERSONALE : (voti da 0 a 10) SOGGGETTO: 8 RECITAZIONE: 8...
voto al film: 
18 marzo 2012 Opinione di OGM su "Il villaggio di cartone"
Piccolo teatro simbolico a sfondo religioso. L’accoglienza è un concetto che alberga nel cuore: la sua abitazione è angusta, semplice e disadorna come la vogliono la modestia e la sincerità. Dalla chiesa del vecchio sacerdote sono scomparse, per volere di non meglio identificate autorità, tutte le insegne cattoliche: il tempio smantellato si prepara così a divenire la casa di tutti, in cui l’amore parla una lingua universale, che si rivolge direttamente all’uomo, senza...
voto al film: 
4 marzo 2012 Opinione di mm40 su "Il villaggio di cartone"
Il villaggio di cartone è un apologo sul concetto di carità interpretato alla luce dei nostri giorni; la nota più soprendente in tutto ciò è quella relativa all'età del regista: Ermanno Olmi, (felicemente) ottuagenario. Eppure il suo è un film davvero moderno, che non guarda all'immigrazione clandestina nè con ipocrita buonismo/perbenismo nè tantomeno con superiorità o generica pena; le figure degli stranieri sono tratteggiate, nel bene come nel male, con profonda umanità e con...
voto al film: 
11 novembre 2011 Opinione di marcopolo30 su "Il villaggio di cartone"
Davvero coraggioso Ermanno Olmi a fare un film così. D'altronde il prete che oltre a perdere la chiesa, sua casa durante mezzo secolo, sente anche avvicinarsi la fine dei propri giorni, il giorno del giudizio (o quanto meno del tirare le somme) suona molto autobiografico -nel contenuto non nelle forme, ovviamente-. Grandiosa l'idea di girare l'intero film in interni, con due sole brevi aperture con la telecamera che sbircia l'esterno. Una d'esse è proprio la scena finale, quasi un simbolo...
voto al film: 
20 ottobre 2011 Opinione di ed wood su "Il villaggio di cartone"
Opera di premeditato irrealismo, "Il villaggio di cartone" non tende tanto alla parabola o all'apologo (men che meno alla predica) quanto ad una sorta di casereccio teatro brechtiano, in cui i personaggi sono consapevoli della loro valenza dialettica. Olmi è così: prendere o lasciare. Il suo è un cinema testardo e improbabile (o almeno inconsueto). Richiede una buona dose di quella "sospensione dell'incredulità" rivendicata dagli scrittori romantici inglesi dell'Ottocento e ripresa, in...
voto al film: 
16 ottobre 2011 Opinione di cinemaodoroso su "Il villaggio di cartone"
Olmi è uno degli ultimi registi a proporci ancora il cinema di un tempo: riflessivo e con tempi dilatati. Stavolta però nell'ambiente asettico di una chiesa appena sconsacrata,la crisi mistica dell'anziano prete, rimasto asceticamente a vivere nelle mura adiacenti l'edificio vuoto, si contrappone l'attuale tema degli immigrati clandestini con le loro lotte interne sul futuro dell'Africa.Questo anomalo mix genera un racconto che se si fosse svolto in azioni normalizzate non sarebbe...
voto al film: 
16 ottobre 2011 Opinione di scafoide su "Il villaggio di cartone"
Sono molti gli "Olmi" (oltre al regista) impiegati nella realizzazione del film, come si vede dai titoli di coda. Così come s'è fatto un ricorso massiccio a sponsorizzazioni istituzionali e aziendali. Eppure, sembra un film che non ha richiesto poi tante spese, essendo girato sostanzialmente in tre ambienti spogli e con pochi attori "professionisti" (4 o 5). "Misteri" e mestieri della filmografia italiana contemporanea. E' una storia notturna lenta e pacata, ritmata al passo claudicante...
voto al film: 
12 ottobre 2011 Opinione di giancarlo visitilli su "Il villaggio di cartone"
Lo ha detto presentando in anteprima nazionale a Bari, il suo film Il villaggio di cartone, Ermanno Olmi e ricevendo le chiavi della città in cui ha girato parte del film: “Busserò alla porta e dirò: ‘Sono uno di fuori’”. E queste stesse parole potrebbero senz’altro racchiudere il senso del film, di uno dei più grandi cineasti italiani, che segue il bellissimo Centochiodi (2007). Se con Nanni Moretti abbiamo seguito il pellegrinaggio di un rappresentante della chiesa, e non...
voto al film: 
9 ottobre 2011 Opinione di M Valdemar su "Il villaggio di cartone"
Gli oggetti che identificano l’appartenenza al culto non sono altro che feticci svuotati di ogni valenza spirituale, divina, umana. Vacui simboli che permettono agli esseri spauriti dei nostri tempi di costruirsi armature e case in cui “proteggersi” e sentirsi al riparo, da un mondo esterno minaccioso e incomprensibile ma soprattutto dalle proprie insicurezze e fragilità. Esistenze cartonate. Di una chiesa come altre, di quelle moderne, brutte, erette dal (e nel) grigio e triste...
voto al film: 
9 ottobre 2011 Opinione di almodovariana su "Il villaggio di cartone"
Politicamente scorretto, visionario, teatrale. L'ultima fatica di Olmi è una rappresentazione iconografica della nostra società con tutti i punti di conflitto tra Occidente e immigrati. Pregiudizi di razza e religione separano gli uomini ma gli uomini non sono forse figli della stessa Madre Terra? Olmi condanna ogni fanatismo sia cattolico che musulmano e rappresenta una Natività di colore in una chiesa cattolica dismessa. Ottimo il cast.
voto al film: 



























