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Lettere dal Sahara - La recensione di FilmTv

[Lettere dal Sahara, 2006, durata 123']   Regia di Vittorio De Seta
Con Marco Balliani, Claudia Muzzi, Djbril Kebe



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La recensione di FilmTv

di Emiliano Morreale

De Seta si getta anima e corpo in un’impresa “nuova”. Commovente e poetica

La storia di questo film, la cui lavorazione è iniziata nel 2001, è travagliatissima, e legata per lo più alla inclassificabilità di questa pellicola nel panorama italiano, alla sua quasi impossibile gestione e collocazione in un sistema pseudo-manageriale, e che tende a privilegiare prodotti e format che non azzardino troppo in senso estetico e produttivo. L’ottantaquattrenne De Seta, uno dei maestri del cinema italiano, torna al film di fiction dopo trentatré anni (e l’ultimo suo film uscito in sala era in verità una docufiction di enorme successo, il Diario di un maestro concepito per la Tv). E sorprende che si debba aspettare il ritorno a De Seta per trovare un film che affronti, e dal di dentro, temi di così scottante attualità come l’immigrazione, in modi così liberi e sperimentali, a cominciare dal rigoroso uso del digitale. Il film racconta il drammatico viaggio da Sud a Nord di un giovane senegalese, che dopo un terribile viaggio in nave e il primo impatto con la burocrazia, riesce a fuggire e a lavorare da clandestino in Italia, arrivando dalla Sicilia a Torino. Ma il finale è affidato a un ritorno in Africa, con un saggio che tira il filo di tutta la storia in modi quasi “didattici”. A suo modo, Lettere dal Sahara è un’“opera prima”; ci piace pensarlo come un punto d’inizio, con le generosità e gli errori di chi si lancia anima e corpo in un’impresa nuova. A non sapere chi l’ha diretto, lo si direbbe davvero, diciamo, l’esordio di un trentenne africano che cerchi di raccontarsi e raccontarci. La prima parte del film, mossa e poetica, ha una leggerezza da filmmaker che mostra felicemente come il regista abbia lavorato addosso alle cose, sfruttando le tecnologie leggere e l’improvvisazione. Poi, giunti a Torino, vien fuori una certa pesantezza didascalica, e il ritorno in Africa riallaccia il filo nei modi necessari dell’alta retorica. Ma in definitiva, Lettere dal Sahara appare soprattutto un modello produttivo e “di metodo” per molti giovani registi che abbiano voglia e curiosità di guardarsi incontro, interrogandosi sul cosa, il perché e il come filmare.


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