Triage - La recensione di FilmTv
Con Colin Farrell, Paz Vega, Christopher Lee, Kelly Reilly, Jamie Sives, Branko Djuric, Sandra Ni Bhroin, Juliet Stevenson, Reece Ritchie, Nick Dunning, Myia Elliott, Gail Fitzpatrick, Ian McElhinney
La recensione di FilmTv
Siete mai stati in un pronto soccorso? Magari con un arto fratturato, in preda a dolori indicibili? E con un colore giallo che vi tiene lontano da una sala operatoria, da una cura temporanea o almeno da un antidolorifico. Quel colore segna la tua priorità rispetto a tutti i feriti catapultati in quell’ospedale da incidenti e malattie, è parte di quel semaforo della vita (e della morte) che è il Triage. Rosso, giallo, verde, una graduatoria di dolore e, soprattutto, sopravvivenza per medici e pazienti. A volte è una scelta, altre un azzardo. In questo film di Danis Tanovic questo sistema di classificazione è l’essenza del momento più intenso e potente di una pellicola non riuscita, 20 minuti in cui Branko Djuric e Colin Farrell ci raccontano guerra, morte e misericordia in quella no man’s land che è il Kurdistan perennemente in guerra. Il regista disegna la figura di un medico che con due cartellini, uno blu e uno giallo, sceglie una guarigione fatta di sofferenza o una morte veloce, che lui stesso dà con una pistola. Farrell è l’occhio un po’ cinico e molto incosciente di un fotoreporter che non si ferma davanti a nulla. Promettevano bene, ma appena il fotografo torna in Irlanda, senza il compagno di tante battaglie, con troppe foto troppo vere, una gamba fuori uso e il cuore spento, l’opera si sgonfia sotto il peso di una retorica sentimentalista a cui si aggiungono anche la bellezza pleonastica di Paz Vega e l’inadeguatezza di un (ex) mostro sacro come Christopher Lee. Tanovic, sopravvalutato fin dal suo Oscar, si perde in un film che non prende mai una strada chiara, che arriva persino a mescolare e comparare le nefandezze franchiste alla tragedia curda, per un noir bellico-esistenziale in cui il finale fa acqua da tutte le parti (in tutti i sensi). Si salva il confronto, morale e visivo, tra i due fotografi. Il superstite e il disperso (chi è l’uno e chi l’altro?): nel primo c’è la morte e l’atrocità, nel secondo vita e bellezza. Tanovic vorrebbe riunirli in sé, ma la sua è solo un’istantanea completamente fuori fuoco.
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