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Le vie della violenza

Regia di Christopher McQuarrie vedi scheda film

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La recensione su Le vie della violenza

di degoffro
4 stelle

L'incipit, prima dei titoli di testa, sboccato, volgare e sopra le righe, di esplicita derivazione tarantiniana, fa già presagire il peggio. Il nefasto sviluppo ne è, purtroppo, l'amara e triste conferma. "Le vie della violenza", esordio alla regia di Christopher McQuarrie, Oscar per la sceneggiatura de "I soliti sospetti" (a volte si è troppo precipitosi nell'assegnare certi prestigiosi riconoscimenti) da qualunque parte lo si prenda è oltre modo deludente, raffazzonato ed irritante. Sotto il profilo narrativo, che dovrebbe essere il punto di forza del neoregista, il film denota buchi che sembrano voragini (per esempio resta un mistero come faccia Joe Sarno, impersonato da James Caan, a trovare subito i due balordi al motel), dialoghi sentenziosi ed artefatti, personaggi superflui (il sicario sull'orlo del suicidio ingaggiato da Sarno, interpretato da Geoffrey Lewis, vero papà di Juliette Lewis, o Francesca, la giovane moglie del boss Chidduck per esempio), sottotrame inutili (il misterioso ed oscuro passato a Baltimora del dottor Allen Painter, la relazione adulterina tra Francesca e la guardia del corpo di colore Jeffers), sequenze paradossali tutt'altro che divertenti (l'inseguimento, subito dopo il rapimento, tra i due criminali di mezza tacca e le due sprovvedute guardie del corpo con i primi che, ripetutamente, nei vicoli stretti della città, rallentano, scendono dall'auto, camminano lentamente a piedi spingendo la vettura, si nascondono, risalgono sulla macchina, creano imboscate ai secondi), colpi di scena che si vorrebbero sorprendenti ed intelligenti ma sono solo posticci ed altamente prevedibili (il reale legame che unisce i personaggi di James Caan e Juliette Lewis). Da un punto di vista recitativo siamo poi in alto mare. Ryan Phillippe, reduce dal successo di "Cruel Intentions", versione adolescenziale e pruriginosa di "Le relazioni pericolose", con il perenne viso imbronciato ed incattivito, è poco credibile come killer: quando poi ha una crisi di coscienza, rivelando un'anima da agnellino, tocca vette di ridicolo involontario. Benicio del Toro, altro premio Oscar troppo prematuro, dall'aria di bello, tenebroso e dannato, è supponente ed insopportabile e mantiene la medesima espressione atona e rimbecillita per tutto il film. Juliette Lewis, promessa ormai andata irrimediabilmente perduta, è imbarazzante e grossolana, specie quando, gravida, barcolla per i corridoi del motel messicano. Si salverebbe James Caan (lui sì che in passato avrebbe meritato un Oscar - almeno per "Il padrino" o "Giardini di pietra" - ed invece si è dovuto accontentare di una miserevole unica candidatura): il problema però è che rifà pari pari il ruolo di Harvey Keitel in "Pulp fiction", ma in ogni caso resta dieci spanne sopra tutti ed ha le migliori battute del film (vedi quando si presenta in carcere a Jeffers e Obecks). La regia, infine, secondo una moda cinematografica molto diffusa negli ultimi anni, moda a dire il vero deleteria e fastidiosa, gioca invano ad accumulare citazioni e spargere omaggi, principalmente al cinema del grande Sam Peckinpah (da "Getaway" a "Voglio la testa di Garcia" fino a "Il mucchio selvaggio"). Il risultato però è un mix di thriller/road movie/western/azione/commedia/horror (c'è persino una sequenza di tortura altamente gore che, personalmente, mi ha ricordato l'uccisione di Jennifer Jason Leigh nel fenomenale "The Hitcher"), sovraccarico, presuntuoso, indigesto, iperrealistico, mai appassionante o coinvolgente, né tanto meno epico. Certo la lunga, aerea, violenta e stilizzata sparatoria finale al motel messicano, mentre il personaggio della Lewis partorisce in una stanza sporca e putrida è discreta, ma nulla che non sia già stato visto. Il cinismo, l'amoralità ed il pessimismo di fondo poi sono anche loro di riporto (ben altro spirito funereo e disperato aleggiava nei film dello zio Sam), l'ironia raramente incisiva o tagliente, certe riflessioni alte, quasi filosofiche, fuori luogo, pretenziose. Troppe chiacchiere, troppi personaggi, troppe vicende, troppi generi, troppe citazioni: McQuarrie dovrebbe sapere che il troppo stroppia. Pura maniera, dunque, per di più con l'aggravante di essere prolungata inesorabilmente per quasi due ore. Trascurabile, futile, compiaciuto, irrisolto, del tutto impersonale, perché fatto esclusivamente di materiale riciclato. "Un film che procede per indizi: brandelli di storia che svelano via via i rapporti tra i personaggi. Tutto però sembra un pulp d'autore: bozzetti che non hanno il vantaggio dell'immediatezza dei film di genere o una sceneggiatura solida come era lecito aspettarsi" (Luca Bernabé) Si capisce perché dopo questo film, di McQuarrie si siano perse le tracce. Ci voleva solo il fedele amico Bryan Singer, regista non a caso de "I soliti sospetti", per riportarlo in pista quasi otto anni dopo, con la sceneggiatura di "Valkyrie" con Tom Cruise. Voto: 4

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