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The Company

Regia di Robert Altman vedi scheda film

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vincenzo carboni

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La recensione su The Company

di vincenzo carboni
10 stelle

Etereo, inafferrabile, dell’inconsistenza dell’aria… Eppure questo film lascia esaltato lo spettatore proprio nella mancata promessa di un trauma (o trama) intorno al quale si sviluppa il significato di una vita, il principio primo che istituisce la vita come narrazione, con al centro un evento e poi –prima e dopo- lo sviluppo di questo. Altman sembra affermare che la Storia non esiste, non la storia di un individuo, ma la Storia, quella che pretende di fissare i fatti che lasciano traccia da quelli che ne sono esclusi, i fatti in grado di lasciare orme su un marciapiede di cemento e quelli che alzeranno nella migliore delle ipotesi solo un po’ di polvere. Chi si arroga il diritto –se non la Storia- di celebrare un fatto estromettendo tutti gli altri? Quali sono gli estromessi se non quelli che non hanno voce, ossia il flatus vocis rauco, quasi afono delle esistenze che non hanno niente da dire se non stare nel flusso di discorsi che altri approntano per loro (Che si fa stasera? Si esce, non si esce? Quando torni?). Josh entra in casa di Ry senza farsi sentire, lei fa il bagno e lui non la uccide con trenta coltellate. Colpo di scena: garbatamente gli chiede di poter entrare nella vasca con lei. Al suo no, invece di deflorare la sua risposta entrando lo stesso nella vasca e prenderla fin quasi a violentarla, riaccosta lo scorrevole di cristallo e aspetta sul divano. Al cinema è il fantasma che aspettiamo si mostri, non lo scorrere del mondo. Il cinema è una promessa continua e annoiata di godimento per lo sguardo, e dove questo manca è lo sguardo a mancare: è perso, smarrito, senza oggetto da fissare, come la falena che deve avere una fiamma contro cui bruciare. O meglio: contro cui far restare bruciato il proprio sguardo. Al cinema non chiediamo di meglio che avere fiamme –ossia climax- contro cui far restare accecato il nostro sguardo. Il desiderio segue sempre la via quieta e gentile di una passeggiata senza meta, piuttosto che la scena costruita da un abile venditore di eventi per suscitare il nostro eccitato interesse. È la metafora della danza in cui l’ego dell’artefice è sempre fuori scena, e ha bisogno del compromesso con il corpo e la mente del danzatore –ossia dell’altro-per creare l’evento. Fuori dalla scena il teatro resta fuori, tanto che è necessario ad ognuno il giusto compromesso con la vita per creare da sé il capolavoro che non si è mai. Il capolavoro è quanto resta fuori, quanto non riusciamo, è il tratto che mi separa dall’altro e che non arriverà mai a raggiungerlo. L’arte è quanto riesco a giungere in ritardo. È Ry che arriva a cose fatte: Josh ha preparato per due ma si è addormentato. A Ry non resta che sdraiarsi sul divano vicino a lui e prendere il suo braccio per farsi ipnagogicamante abbracciare. Questi scarti, questi resti di una vita fuori scena sono il cinema di Altman, e non da questo film; basti pensare a ‘M.A.S.H.’, a ‘California Poker’ (il finale è la scoperta smarrita che si desidera perdere), a ‘Il lungo addio’ con la lunghissima e mirabilmente assurda scena iniziale in cui Marlowe va a cercare in piena notte il cibo preferito dal suo gatto. Questo ‘The company’ è forse il più cassevetesiano dei suoi film, quello in cui è ancora più evidente il vuoto di fatti –perché i fatti non esistono- in cui incamminiamo le nostre vite: ci dobbiamo accontentare di un amico con cui conversiamo all’infinito su cosa fare per la sera (‘Shadow’: Cassevetes), oppure di una spalla slogata nell’atto di compiere una prodezza che tuttavia non mortificherà il proprio amor proprio; di un complimento che il maitre ci riserva restandone quasi feriti tanto che al contrario di esaltarci ci getta in un incredulo e sgomento ritiro in sé stessi, nella privatissima e orgogliosa ricerca di un senso per sé soli. La solitudine entro cui i personaggi si muovono non ha epos, è il luogo di confine a ridosso del quale le cose sono così impalpabili da non poter essere dette. Si possono ballare, si possono vivere ma senza parole, senza sapere dove guardare: smarriti, e felici di niente.

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