
"Drive" secondo Paolo Mereghetti
Al "Paolino", l'andropausa credo stia giocando i primi "scherzi" d'una mente prossima all'Alzheimer.
Esce oggi, anche nelle sale italiane, l'acclamatissimo Drive di Nicolas Winding Refn. Se la Critica, statunitense e non, l'ha già decretato un "Imperdibile dell'Anno", con una media altissima su "Rotten Tomatoes", pari quasi all'unanime consenso del 100%, Mereghetti, al solito-stolto, fa il bastian contrario, "spiazzandoci" con l'"affissione" nella Pagina Spettacoli de "Il Corriere della Sera" della sua già poco lungimirante recensione-"pollice giù" da "quel" di Cannes.
"Leggiamolo", oggi ho proprio voglia di ridere
In arrivo. Il film, premiato a Cannes, ricorda i noir esistenziali anni 40 e 50, con molte scene ad alto tasso di violenza
Drive
Le due vite di Gosling: pilota di giorno, autista della «mala» di notte
A volte i critici perdono la memoria. E nell’omologazione un po’ deprimente della produzione mainstream finiscono per scambiare un simpatico (e furbesco) prodotto di routine per una perla rara da premiare. È successo all’ultimo festival di Cannes (ma si potrebbe dire lo stesso per il film di Ami Canaan Mann all’ultima Venezia), dove Drive del danese Nicolas Winding Refn ha conquistato il premio alla regia e buona parte della critica. I suoi meriti? Offrire una storia di genere con qualche vezzo d’autore e spruzzi improvvisi di violenza belluina (che fanno sempre molto «contemporaneo»). Contando sul fatto che in pochi riconoscano i tanti debiti che la regia ha accumulato. O che comunque li scambino per «citazioni».
Il problema è che in mancanza di una forte scelta di stile (opzione che pochi registi oggi sembrano davvero in grado di mettere in atto), il modo più semplice per conquistare attenzione è quello di mescolare elementi eterogenei e molto lontani da loro così da offrire un prodotto che dia l’impressione della novità. Anche se tale non è.
In Drive, per esempio, sono evidenti (e dichiarati) i debiti verso un capolavoro del cinema anni Ottanta come Vivere e morire a Los Angeles di Friedkin, di cui ricalca addirittura il carattere dei titoli di testa ma si potrebbe tornare indietro fino a Senza un attimo di tregua di Boorman (il primo film, mi sembra, che utilizzi come set il letto senz’acqua del canale scolmatore, poi usato anche da Friedkin) per non parlare delle caratteristiche con cui viene costruito il personaggio del protagonista, silenzioso e intuitivo come una volta erano i detective di Marlowe e Hammett, e come loro inguaribilmente romantici e capaci di ficcarsi nei peggiori pasticci per il sorriso di una donna.
In Drive a farlo è un giovane senza nome né passato (Ryan Gosling) che di giorno fa lo stunt automobilistico per il cinema e la notte arrotonda portando lontano dal luogo delle loro malefatte ladri e malviventi vari grazie alle sue straordinarie doti di pilota. Fino al giorno in cui si accorge della vicina d’appartamento, la giovane Irene (Carey Mulligan) che vive col piccolo Benicio in attesa che il padre esca di prigione. Tra i due coinquilini scatta il colpo di fulmine, naturalmente muto e castissimo, altrimenti lui sarebbe come tutti gli altri e il divertimento finirebbe subito. Invece non accende nemmeno un pizzico di gelosia nel marito (Oscar Isaac) tornato a casa, tanto che quando dei tipacci lo ricattano perché svaligi per loro un banco di pegni è proprio all’autista silenzioso che chiede aiuto. O meglio: è lui, l’inafferrabile driver, che si offre di aiutarlo. Naturalmente le cose non vanno come previsto perché i soldi da rubare appartenevano alla mafia e il nostro «complice per amore» (perché è chiaro che ha accettato di partecipare al colpo solo per liberare il marito della donna che ama da chi lo ricattava) deve fare i conti con nemici sempre più vendicativi e assetati di sangue. Il che permette al regista, già conosciuto per le sue improvvise esplosioni di violenza, di costellare un film dal ritmo sospeso e trattenuto di momenti in cui il sangue sgorga a fiotti e i pestaggi abbondano. Aggiornando così alla crudezza di oggi un personaggio che sembrava uscito dai vecchi noir anni Quaranta e Cinquanta, schiacciato com’è da una stanchezza esistenziale che dà l’idea di nascondere un passato di dolori e preannuncia un futuro di rimpianti.
Non andrebbe poi dimenticato che il film è tratto dal romanzo omonimo di James Sallis (in uscita da Giano Editore), il raffinato e colto inventore dell’investigatore privato afroamericano Lew Griffin, le cui atmosfere notturne e i cui personaggi disincantati affiorano qua e là nella sceneggiatura di Hossein Amini. Anzi, proprio questo lascito letterario mi sembra la cosa migliore del film che rischiava di essere una specie di clone aggiornato di Léon (romanticismo esasperato più violenza da fumetti) e che invece ogni tanto riesce a trascinare lo spettatore dentro alla lotta senza quartiere tra l’Individuo e il Sistema, la Generosità e l’Egoismo, l’Amore e il Profitto.
Con una avvertenza, però: non prendere troppo sul serio quello che, sotto sotto, è solo il risultato di una sapiente collazione di elementi eterogenei. E non scambiare il simpatico ma un po’ acerbo Gosling per un nuovo Mitchum: là c’era lo spessore di una vita vera che cercava di rivendicare i suoi diritti di fronte alla violenza e al sopruso; qui c’è la scuola di recitazione che insegna a mascherare dietro un paio di trucchi (e di accattivanti sorrisi) il vuoto di un personaggio. Oltre alla furbizia di chi, come Winding Refn, deve dimostrare alla macchina produttiva hollywoodiana di essere pronto per il salto dal cinema indipendente europeo a quello professionale americano.
Paolo Mereghetti
28 settembre 2011 15:02
Firmato il Genius
(Stefano Falotico)
Commenti
-
30 settembre 2011, 23:21 di Roger Tornhill
Non conosco (ancora) Winding Refn ma qui sul sito ci son molti utenti entusiasti di suoi film passati (il ragazzo pare avere stoffa da vendere). Non so se qualcuno ne ha già scritto un opinione ma certo è che cercherò di non perderlo al cinema, poi si vedrà se il buon Mereghetti toppò oppure no. Ciao!
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